Ritorno al centro (nevralgico): King’s Mouth dei Flaming Lips

Ogni volta che i Flaming Lips pubblicano un nuovo disco mi attraversa una specie di scossa. Una scossa, come dire, sempre piu diluita, omeopatica. Una specie di vizio della memoria. Ricordo il brivido di In A Priest Driven Ambulance e Hit To Death In The Future Head, lo sbalordimento effervescente di Zaireeka (l’avventurosa ricerca di quattro impianti portatili per ascoltare in sincrono i quattro cd), l’incantesimo amniotico di The Soft Bulletin, l’intreccio fumettistico di Yoshimi. Con quest’ultimo già intravedevo lo spettro delle polveri bagnate, l’impossibilità di incidere sulla pelle del presente, vuoi per la fisiologica stanchezza di chi ha già accumulato anni di carriera (e svolte, e provocazioni, e colpi di genio), vuoi per un linguaggio – quello del rock – di colpo tagliato fuori dal centro nevralgico dell’immaginario collettivo.

Non che i lavori successivi mi abbiano deluso in senso classico: raramente (mai?) un disco dei Flaming Lips mi è sembrato brutto, però negli ultimi anni il loro fare musica ha come metabolizzato una strisciante impotenza, adeguandosi perciò a recitare un ruolo più defilato, lasciando in un certo senso ad altri soggetti il centro del palco. In altre parole, puntavano sempre più su un presenzialismo sensazionalistico e situazionista, sullo shock visivo, sulle frequentazioni sconcertanti (Miley Cyrus, of course) e sull’intreccio di piani espressivi diversi (i concerti happening, i supporti iper-gadget, i dischi/tributo/crapula, le performance/installazioni…), il tutto con l’obiettivo di ritagliarsi un senso residuo nel frullato di segni che nutrono lo sciame social. Al di là degli omaggi – sempre un pizzico più dissacranti che devoti – a Beatles e Pink Floyd, e oltre il massimalismo psych di Embryonyc e Oczy Mlody, è stato The Terror – ormai sei anni fa – a procurarmi l’ultimo vero brivido di connessione con le frequenze profonde di quel che stava accadendo davvero. Frequenze delle quali Coyne e compagni azzeccavano la sintonia con un disco destinato a un perimetro ben definito di orecchie e sensibilità.

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Oggi tornano con un disco che è anche la propaggine di un’installazione artistica e di un libro, ma che pure mette in mostra una commovente fiducia residua nelle possibilità di un disco pop-rock. King’s Mouth è una vera e propria rock opera, con tanto di voce narrante affidata – pensate un po’ – a Mick Jones, già, l’ex-Clash e Big Audio Dynamite. Dico subito che mancano grandissime intuizioni melodiche, ma si tratta di un buon disco, per certi versi di un disco importante, attraversato da una vena di angoscia che rosicchia i bordi dell’impianto fiabesco. Un disco che ha se non altro il coraggio – l’avventatezza – di credersi significativo in mezzo a questi tempi distratti, consegnati a un’attenzione volatile e manipolabile.

Ulteriori dettagli nella recensione che ho scritto per Sentireascoltare.

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