Un Mucchio di vecchi brividi (gli Oscar musicali del 2000)

earlydayminers

Un anno fa, oggi, veniva ufficialmente annunciata la chiusura del Mucchio Selvaggio. Non mi sono ancora del tutto abituato all’idea, al fatto di non trovarlo nella cassetta della posta ai primi del mese, alla sua assenza dalle edicole, all’evidenza che, beh, è andato, non è più oggetto di discussione. Di condivisione.

Il-Mucchio-Selvaggio-Lotto-di-6

Un po’ di giorni fa ho rinvenuto in un hard disk una cartella che credevo perduta. Contiene quasi tutto quello che ho pubblicato in circa diciassette anni da collaboratore del Mucchio. Una collaborazione a impegno e coinvolgimento variabile, ma sempre piacevole, di sicuro appassionata. Qui sotto riporto il mio primo resoconto annuale, relativo ai dischi usciti nel 2000. Collaboravo da pochissime settimane, mi chiesero qualcosa di informale, di colloquiale. Spedii il pezzo il 31 dicembre del 2000: sono passati diciotto anni e mezzo, nel frattempo è accaduto di tutto, a me personalmente e al mondo, eppure ricordo benissimo il senso di eccitazione, l’effervescenza sulla punta delle dita mentre scrivevo queste righe. Ogni tanto mi capita ancora di provarlo.

P.S.

I giudizi su artisti e dischi negli anni sono ovviamente cambiati, quelli che riporto riflettono ciò che sentivo allora, ciò che allora era giusto che pensassi. Detto questo, non mi capacito di aver messo solo in seconda fascia Kid A e Stories From The City. Ma vabbè, bisogna essere comprensivi coi vecchi errori. Soprattutto se si tratta dei propri.

***

Oscar 2000

1° scelta – toni di grigio

Early day miners – Placer found
Songs: Ohia – Ghost tropic
The For Carnation – The For Carnation
Sodastream – Looks like a russian
GYBE! – Levez your skinny fists comme antennas to heaven

Non faccio certo la figura dell’allegrone, vero? Sarà che questo assedio di felicità radiosa che aggredisce da ogni dove mi dà il prurito, sarà che non è stato (per me) un anno particolarmente bello, sarà il carattere o l’età: non lo so. Ma tant’è: i 5 dischi della prima scelta sono variazioni su temi di grigio, dal chiarore quasi bianco dei Sodastream alla nebbiosità epica e lattescente dei GYBE!, dalla desolazione paesaggistica e struggente degli Early Day Miners al buio squarciato da lampi di dolore dei Songs: Ohia, per approdare infine all’oscurità dilatata dei For Carnation, che gigioneggiano inesorabili con l’inquietudine e la pace.

sodastream

Un grigiore caldo, pieno di timori e dolore, con la speranza di trovare in mezzo all’anima una ragione, una possibilità, un’ultima chance prima della resa. Ma anche un esercizio sulle possibilità della forma canzone nell’anno 46 dell’era del rock, dalla classicità folk-pop di Looks like a russian alla diluizione definitiva (?) di Levez your skinny fist…, dalle dilatazioni post-folk di Ghost tropic e post-blues di For carnation al post-qualcosa di Placer found, con il lavoro nella canzone che divarica e confonde le membrane della struttura e rende sfuggenti i riferimenti e le prospettive.

2° scelta – lucido e traslucido

Black Heart Procession – Three
Radiohead – Kid A
Sigur Ros – Agaetis Birjun
P.J. Harvey – Stories from the city stories from the sea
Mojave3 – Excuse for traveller

kid_A_radiohead

Le seconde scelte sono amori imperfetti, lucidi momenti di intenso trasporto che qua e là fanno intravedere piccole lacerazioni: qualche momento un po’ troppo “automatico” (ah, Polly Jean…), la zavorra del passato che impedisce il volo risolutivo (Radiohead), un eccesso di autoreferenzialità (Mojave 3 e Black Heart Procession) e un po’ troppo miele (Sigur Ros) tolgono ai rispettivi bei dischi la qualifica di “bellissimi”, quasi fossero il ritratto traslucido di un’epoca perennemente “di passaggio”, che rischia l’oblio sfiorando spesso il capolavoro.

3° scelta – nuove anticaglie

Badly Drawn Boy – The hour of bewilderbeast
Pearl Jam – Live in Verona/Milano
Grandaddy – The sophtware slump
Lou Reed – Ecstasy
Neil Young – Silver and gold

Tra nuovo e antico, le terze scelte: antichissime come la voce di Neil Young, incerto tra incanto e rabbia, tra stupore tardivo e “mestiere”, e come il ghigno di Lou Reed, che si appoggia a liriche di livello assoluto perdendoci però in immediatezza; antiche come i Pearl Jam, che inondano i fans di live veri, crudi, pieni di intensità e di limiti, nel tentativo di portare un rock in fondo scontato nell’olimpo degli indimenticabili (malgrado tutto, riuscendoci);

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nuove antichità come i Grandaddy, cantori della minaccia già avverata di un tempo – questo tempo – nemico della persistenza (e) della memoria, colpevoli solo di “derivare” un po’ troppo da Pavement e Flaming Lips; nuove come la centrifuga di epoche e umori di Badly Drawn Boy, col suo collage ubriacante di melodie, stili e arrangiamenti che fanno pensare tanto al prodigio quanto alla chimica di laboratorio, tanto al cappio quanto all’incenso pronti ad accoglierlo al varco della prova seconda, quando arriverà.

Un 2000 non straordinario ma bello, che temo – e in fondo spero – si farà ricordare come un anno tra gli anni, spero più eccitanti, spero più nuovi, “felici” e magari meno “post”.

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