Awakening Songs #14: Mike Oldfield – In High Places

Quanto ne siamo responsabili? Cosa possiamo farci? Poco. Questo è il senso, se di senso vogliamo parlare. Una canzone arriva – da dove, da cosa, da quando, non sempre è facile capire – e siamo suoi. E questo essere suoi la sostanzia, ci sostanzia.

Nel caso in questione, potrei dire che forse lo conosco, il quando. C’è un filo che unisce il tempo dentro di noi, i tempi di tempi diversi, le stagioni alle stagioni. Prendi ad esempio l’estate, col suo stendersi sui ritmi delle giornate, dei corpi. La tregua serale, il crepuscolo, l’oscurità. Un sentire più ampio, dai tratti sfocati e – come dire – diluiti nelle cose, nei volti, tra spazi, parole, silenzi. Il meccanismo viene regolato una volta per tutte, credo, nell’adolescenza. Lì abitano i fantasmi, le ossessioni future, la misura dei gesti, la portata dei pensieri. E la musica, certo. Tanta musica.

Perché il vinile di Crises di Mike Oldfield entrò in casa mia? Semplice: nella primavera/estate del 1983 tutti rimasero ipnotizzati da due singoli come Foreign Affair e Moonlight Shadow (entrambi affidati all accogliente voce di Maggie Reilly). Folk-rock progressivo virato pop firmati da un geniaccio riluttante che giusto dieci anni prima aveva sbalordito mezzo mondo col celebre Tubular Bells, cinquanta minuti di suite dalle inclinazioni cinematiche infarcita di brillanti intuizioni sonore e d’arrangiamento. Roba di culto per rockofili (e audiofili) di corso medio-lungo e che a me, tredicenne con già spiccate attitudini metal, interessava tra il poco e il pochissimo. Come Crises, appunto, che pure iniziò a girare nello stereo di casa: e gira che ti rigira, alla fine capitolai. In parte, ma capitolai. Ovvero, mi feci senz’altro intrigare dalla suite lunare – la title track – che occupava tutto il lato A, mentre la nenia folk pop da Fletwood Mac in overdose zuccherina dei singoli suddetti mi annoiò in pochi passaggi.

I conti veri però dovevo farli con In High Places: scritta – assieme a Oldfield – e cantata da Ian Anderson, vocalist degli Yes, è una canzone pop per stazioni radio di Saturno, i singulti para-reggae e le vampe affilate del canto come bagliori cosmico/fiabeschi, tutto un equilibrio sopra la bizzarria col cuore e gli occhi ricolmi di estro patafisico, però come addomesticato, ritagliato e servito su un piatto d’argento vivo alle orecchie di chi… Di tutti, in verità, ed era proprio questo il cuore della sua strana bellezza. Si presentava come un ordigno sfaccettato, guizzante, etereo, lirico, capriccioso. Ma pur sempre: pop. Che postulava un pubblico disposto a sobbalzare e abbacinarsi di sollucchero composito e vagamente irrequieto. Cioè: noi.

“Look down from in high places
Lift off the ground
Without a sound, yeah
We move through open spaces
The wind, it pulls
The sky gets close, yeah
Could we get much higher?”

Erano anni di ex-musicisti prog che pascolavano allegramente sulle praterie aperte del pop, ben felici di accogliere nella propria calligrafia espedienti e finalità della cosiddetta musica sintetica (con relative propaggini video). Lo detestai, quel pop-prog plastificato e addomesticato, prima ancora di conoscere il prog (che gli amanti del prog rimpiangevano, ma non tutti e forse neanche troppo). Eppure, da questa canzone rimasi letteralmente incantato. Ci sentivo possibilità e modalità che mi auguravo potessero coincidere con la musica pop del mondo che stava per giungere a miracol mostrare. Beh, indovinate un po’? Mi sbagliavo.

Ormai però quell’estate era segnata, assieme a un pezzo di adolescenza rampante, a quel dente d’ingranaggio della meccanica di ascolti, di sogni, speranze e visioni. Una rotella che non avrebbe più smesso di girare da qualche parte dentro di me. Fino a farmi canticchiare questa vecchia canzone – arrivata da dove, da cosa, da quando? – una mattina d’estate.

Qui le altre Awakening Songs

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