Chimica e destino: Gli anni incerti di Emiliano Dominici

È appena iniziata l’ultima estate degli anni sessanta. Nello stesso giorno, il 22 giugno, in tre luoghi diversi – Assisi, Livorno e New York – nascono tre bambini con ben poco in comune ma legati dall’origine (la città portuale toscana) e da un filo sottile che presto assumerà le sembianze del destino.

I protagonisti di Gli anni incerti sono Giulia, Guido e Jerry: classe media, proletariato e alta borghesia. La famiglia assai religiosa di Giulia, ma compensata da una zia nubile e godereccia; il contrasto tra la brusca tensione rivoluzionaria del padre di Guido e le ambizioni artistiche frustrate di sua madre; Jerry battezzato così in onore del chitarrista dei Grateful Dead da una madre deadhead che lo ha partorito mentre assisteva a un concerto in pieno trip lisergico. Per una serie di circostanze, finiscono per essere compagni di banco in una scuola elementare di Livorno, subito uniti da una vibrazione indefinibile, una frequenza di – appunto – incertezza che li sbalza dal normale compiersi delle cose.

Incertezza ribadita anche dai loro nomi: Giulia avrebbe dovuto chiamarsi Tosca, per Guido era stato pensato Jude (o Giuda), Jerry per il ricco nonno sarà sempre Girolamo. Inizia così una vicenda di formazione che si snoda intrecciandosi fino al 2001, con la Storia che scorre a fotogrammi inafferrabili come un paesaggio di là dal finestrino – l’allunaggio, Woodstock, la contestazione, il terrorismo, le stragi, l’MDMA, Chernobyl, l’ottantanove, la Pantera, il suicidio di Kurt Cobain… – e in un rattrappirsi progressivo di sogni e ideali.

Basandosi su una scrittura agile e piana – priva di preziosismi e metafore, con ampio ricorso al dialogo diretto – Emiliano Dominici (classe ’69 da Livorno) ha scritto un romanzo trascinante, dalla leggerezza agrodolce, al servizio di una trama che sembra emanare dai tre protagonisti, una conseguenza del loro farsi adulti, della difficoltà a dipanare il groviglio di una relazione indecifrabile che è anche coscienza di sé, del proprio posto nel mondo. Proprio questa frattura tra tempi – non a caso il sottotitolo è “Canzone di fine millennio” – e individui è la nota che risuona dalla prima all’ultima pagina, nella tensione tra intimità e distanza, nel logorarsi dei sogni, mentre la fiducia infantile nell’altro si trasforma in disincanto e quindi in comprensione.

Emiliano Dominici

Più che un riferimento letterario, fin dalle prime righe viene da pensare al Virzì di La prima cosa bella e Ovosodo, a quella febbricola irrisolta che è poi lo scarto tra essere e diventare, dove le regole del gioco popolare – così potenti e assieme fragili – somigliano al lubrificante di meccanismi così grandi da sfuggire alla comprensione. A differenza di Virzì, Dominici evita però il vernacolo (che, nel caso del livornese, sarebbe stato assai caratterizzante): scelta che rende meno circoscritta la vicenda, svincolandola da implicazioni locali, ma che inevitabilmente un po’ la neutralizza.

È doveroso segnalare due preziosismi “animaleschi”: il prima riguarda un coniglio, proprio quello che campeggia in copertina, un animale domestico della famiglia di Guido che suo padre ha chiamato Capitalismo perché “è cattivo, ha gli occhi del diavolo e mangia tutto quello che trova”. L’altro è un piccolo daino investito dall’auto guidata dai tre ormai ex-ragazzi: la povera bestia sembra morta e invece no, si riprende e fugge via, come il presagio di qualcosa che accadrà (eccome, se accadrà). A pensarci bene, mi sbagliavo: una metafora, e pure potente, qui c’è eccome

Infine, tocca a Jerry, quello dei tre con la mentalità più scientifica – “È la chimica che domina il nostro cervello, ed è il cervello che ci fa percepire il mondo così com’è. Il mondo è il nostro cervello” -, a spiegare perché il litio potrebbe essere eletto a simbolo perfetto della loro amicizia:

Lo sapete che il litio stabilizza l’umore, no? Lo prendeva anche Kurt Cobain – ma non sembra che gli abbia fatto un grande effetto. Ve la ricordate la canzone? I’m so happy ’cause today I’ve found my friends, they’re in my head. Ecco, voi siete sempre nella mia testa. E provate a indovinare qual è il numero atomico del litio? Il tre. Proprio così, voi siete il mio litio. And I’m not scared, come diceva Kurt. Vi sento vicini, anche da quest’altra parte dell’oceano.
I like it, I’m not gonna crack, I miss you, I’m not gonna crack, I love you, I’m not gonna crack.

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