Nostalgia indecifrabile: Don Antonio – La bella stagione

“A me il blocco viene quando penso alle cose e alle persone lasciate, ai saluti che sono diventati addii senza saperlo. All’ultima volta in un posto insieme a qualcuno. Alle ore lasciate andare senza accorgersi che lì finiva qualcosa.”

Conosco Antonio Gramentieri da un pezzo. Ovvero dall’epica tex-mex col cuore in romagna e l’anima un po’ ovunque dei Sacri Cuori, di cui era leader e chitarrista. Mi è anche capitato di trovarlo a fianco di musicisti e progetti assai interessanti, da Hugo Race a Sara Ardizzoni passando per Dan Stuart, Max Larocca e Alejandro Escovedo. Per non dire di uno dei dischi che più ho amato negli ultimi anni, Wynn Plays Dylan, attribuito a Steve Wynn ma ideato e prodotto proprio da Gramentieri, che pure ci suona con intensità mercuriale (tra i credits figurano anche Chris Cacavas e l’immenso Robyn Hitchcock).

Archiviati i Sacri Cuori, si è aperta l’avventura Don Antonio, all’esordio con un album omonimo nel 2017, molto bello e abbastanza in scia con le visioni tra balera e deserto della band precedente. Oggi accade però qualcosa di strano. Di inatteso. Il secondo lavoro sotto la nuova ragione sociale si intitola La bella stagione, è un disco di canzoni in bilico tra pop-rock anni 80, folk-blues e cantautorato, con i testi in italiano e soprattutto cantate dallo stesso Gramentieri. Il quale non è propriamente un cantante, ma – al di là del fatto che se la cava dignitosamente – a quanto pare non poteva farne a meno. Queste canzoni doveva cantarle lui. Queste storie doveva raccontarle lui.

Scrivo “storie” non a caso, perché assieme al disco, praticamente in contemporanea, è uscito anche un libro – una raccolta di scritti in bilico tra pagine di diario, visioni e piccoli racconti – dallo stesso titolo: La bella stagione, appunto. Che tra i due oggetti ci sia un cordone ombelicale lo ribadisce anche l’EP ad esso allegato, L’eclisse, contenente la versione live di tre tracce contenute nel disco “maggiore” più due inediti delle stesse sessioni (pure belli, tra l’altro).

I “capitoli” sono disposti senza un ordine cronologico, ma si sviluppano attorno a tre tracce narrative che riaffiorano come barche nella nebbia: la morte di un’amica, i ricordi d’infanzia e le disavventure in tour. A questi si aggiunge un filone più sparso, frammenti da un passato prossimo su cui la memoria aleggia spettrale, come se l’impronta della “nostalgia deluxe fuoriserie” fosse penetrata nelle cose diventando un codice indecifrabile.

Il ragazzino che sta per subire un atto di bullismo, l’invettiva di Dan contro un receptionist per una camera al terzo piano senza ascensore, l’amica sulla linea d’ombra tra esserci e non esserci più, il fratello alle prese con una relazione sconveniente: pagine che non inseguono la completezza della narrazione breve o lunga che sia, anzi significano proprio per la loro frammentarietà, per il loro essere parte di qualcosa che resta fuori dall’inquadratura. Sono, in un certo senso, il proseguimento delle canzoni con altri mezzi (potremmo dire delle canzoni il viceversa): simile l’attitudine a sospendere la necessità della contestualizzazione, a cedere i comandi alla suggestione complice del suono (che sulla carta è a carico del segno-parola).

Libro e disco sono perfettamente autonomi eppure profondamente complementari, tanto che non è facile capire dove – nelle intenzioni dell’autore – finisca l’uno e inizi l’altro. In qualche caso t’imbatti in frasi o parole o titoli che si candidano al ruolo di chiavi di lettura (ad esempio la corrispondenza tra il “punto d’imperfetto” di Ponente e le “cellule di imperfetto” nel racconto che apre la raccolta, oppure quella Distanza che è il cuore dell’omonima ballata e del racconto conclusivo), ma forse sono solo riverberi, immagini che tornano cicliche come stagioni o certi ricordi piantati più a fondo, quelli che non sradichi mai e t’insegnano una lingua incomprensibile ma – che strano – familiare.

È un’operazione curiosa, quindi. Un raccolto, un patteggiamento. Soprattutto, tutti gli indizi conducono a un senso di necessità che ha sparigliato le carte, ecceduto le consuetudini, riconfigurato le regole del gioco. È per questo che, malgrado l’accurata progettazione, tanto nelle canzoni che nelle pagine avverti il bruciapelo emotivo, l’aspro dell’autenticità. Il batticuore.

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