Di recensioni e ululati: Risorgere

Più o meno nel 2005 – lo ricordo bene perché era uscito da poco Devils And Dust – scrissi questo racconto per una rivista online ahimé non più esistente. Non è un granché, ma recuperarlo e rileggerlo dopo tutto questo tempo è stato divertente.

Bruce Springsteen 29/06/2016 by Stian Schløsser Møller 

Risorgere

Alice deglutì. Rilesse il pezzo ancora una volta, a mezza voce. Trattenne la tentazione di ammorbidire un passaggio, d’intorbidare la semplice asprezza di due parole. Lasciò perdere. Andava bene così. Chiaro che non era del tutto soddisfatta. Non lo era mai, anche se ci andava spesso vicino. Ma si trattava di stroncare il disco di Bruce, valeva la pena spendere quel mezzo scrupolo in più.

Già si era stupita che l’avessero assegnata a lei, la recensione. Normalmente sarebbe spettata a Glutìni, prima firma indiscutibile, che però aveva già partorito un’articolata disamina di The Rising per il famoso quotidiano cui saltuariamente collaborava. Il direttore di Magma Rock ne approfittò per dare corpo ad antiche acredini: si rifiutò di pubblicare il brodino riscaldato – parole sue – proposto dal Glutìni e, scavalcando almeno quattro firme più “autorevoli”, assegnò ad Alice l’affare Springsteen. Disco di prima fascia, quattromila battute, massimo quattromila e cinque. Il direttore sfoggiava uno di quei suoi celebri sguardi acuminati, come cucchiaini che ti si pappavano il cervello. Senza timori reverenziali, Alice, ok?

La ragazza affrontò i primi ascolti con trepidazione, poi con angoscia crescente via via che le montava dentro un tignoso disgusto. Si sorprese a picchiettare i pugni sul bracciolo della poltrona recitando con teso automatismo il mantra Greil Marcus: cos’è questa merda, cos’è questa merda, cos’è questa

Quel gran globulo di mota del direttore. Col suo sorrisetto da serpe e gli occhi da lemure. Se cercava un po’ di polverone, Alice era abbastanza competente, entusiasta e soprattutto sventata da procurarglielo. Non era forse il suo “animaletto da duemila battute pulite in dieci minuti”? Quella ancora capace di una patetica, romantica, masochista onestà? Infatti, si disse. Eccomi qui.

Schiacciò il tasto d’invio. Abortì un brivido.

***

Tre mesi più tardi, Alice rientra con due sacchi della spesa pieni, il registratore vuoto e l’aria mediamente strapazzata da trentacinquenne che ha smesso di credere a espressioni come “vita sociale”. La conferenza stampa è stata il solito conato di baggianate e buoni propositi. Tipo: il respiro del festival è ormai internazionale. Tipo: le selezioni saranno effettuate da un pool di competenti. E poi: visti i tempi che corrono. E: non ci siamo mai tirati indietro. E infine: contiamo sulla vostra collaborazione. Vabbè, vabbè, vabbè. Qualcosa tocca inventarsi per scrivere ‘sto pezzo.

Mette nello stereo l’ultimo dei Wire. Stipa i primi piatti istantanei nel congelatore tranne uno, che ficca nel microonde. Dispone le insalate, gli yogurt, i formaggi e le spremute nel frigo. Quindi rianima il PC e attiva la connessione.

Controlla con sguardo apatico la cartellina della posta in arrivo che pulsa riempiendosi. Cestina rapida gli spam (filtraggio del cazzo). Archivia le newsletter e gli avvisi stampa (leggerò, leggerò). Risponde di no a un paio di amiche che la invitavano a uscire per l’indomani (la causa è persa, care mie). Sposta le quattro email rimanenti nella cartellina “BRUCE” (soltanto quattro, stasera. Forse si stanno stancando).

Si astiene dal leggerle subito. Fa un salto sul sito del famoso quotidiano. Sbircia il forum di musica alternativa e quello dei fan di Iggy Pop. Poi le previsioni del tempo, poi la webzine brillante e un po’ snob, poi il blog del maniaco dei sondaggi. Il plìn del microonde la richiama all’ordine.

Legge le quattro email intanto che mastica inverosimili ravioli alla crema di noci. Nella prima, un sedicente ex-fan del Boss le chiede perché, secondo lei, Springsteen difficilmente piace alle donne, come dimostra anche la sua stronzissima recensione. Inoltre, se lo ha mai visto in concerto, perché – casomai non lo sapesse – il mondo si divide in due: chi ama Bruce Springsteen e chi non l’ha mai visto dal vivo. Già. Casomai non lo sapessi. Da donna, non sei meritevole di risposta. Cestinare, cestinare.

Nel secondo, un tale che scrive come un ragazzino la manda a cagare in molti modi coloriti, le chiede se sia davvero il caso di continuare a inquinare la miglior rivista rock italiana con le sue cazzate, poi le spiega con puntiglio perché secondo lui The Rising è un disco immenso, indiscutibilmente il migliore dai tempi di The River. Infine le chiede se ha mai visto il Boss on stage, perché il mondo si divide in due, chi ama Bruce Springsteen e chi non l’ha mai visto dal vivo. Piuttosto bastardo, abbastanza banale, ma a suo modo corretto. Decide di rispondergli col modulo breve.

La terza mail è firmata Mr. Sudore, una vecchia conoscenza, uno che ormai le scrive con regolarità contando sul fatto di redimerla. Una penna davvero notevole. Sempre con un tono diverso, ora ironico, ora riflessivo, ora brusco, ora ficcante. Alice ha fondati sospetti che si tratti di un collega in incognito. Sotto la firma staziona regolarmente una frase: il mondo si divide in due, chi ama Bruce Springsteen e chi non l’ha mai visto dal vivo. Decide di inaugurare per l’occasione il nuovo modulo sbrigativo. Apre la paginetta in word, la copincolla nella mail di risposta, sostituisce le XXX con Mr. Sudore, e invia. Fai il tuo dovere, bella. Guadagnati il pane. Convincilo a mollare.

Il mittente dell’ultimo messaggio, che prima non aveva notato, la sorprende: Dj Francesco di Radio Versus. La gloriosa Radio Versus. Anche i dj mi odiano adesso, mormora. Invece è l’invito a partecipare a un programma che ha pure ascoltato un paio di volte. Si chiama Post Coitum, un’ora di seghe mentali su un disco qualche tempo dopo la sua uscita, passata l’euforia promozionale. Una buona idea, tutto sommato. Tema di quella puntata, ovviamente, The Rising. Ospiti già confermati Claudio Malfatti di Suono & Polvere, Gilberto Prati di Noises, Mauro Ignazio Rambaldi di Cut Up.

Quest’ultimo, detto MIR per amor d’acronimo e anche per antichi e mai rinnegati trascorsi filosovietici, è l’unico oltre a lei ad aver aborrito l’ultimo Springsteen. Alice ha proprio voglia di conoscerlo.

Risponde che certo, come no, accetta.

***

***

La targa di ottone con la scritta Radio Versus racconta la sua storia trentennale in un groviglio di graffi e margini sbrecciati. Alice s’immagina i fumogeni, le barricate, forse anche qualche molotov a minacciare l’esausta lucentezza di quella piastra giallognola. Probabile che la targa sia anche più vecchia di tutto questo stabile in vetracciaio, pensa. Probabile che sia una reliquia della sede storica. Alice preme il campanello. Attende più di quanto vorrebbe. Poi uno sfrigolio elettrostatico, il portone che sussulta e si apre. Ad accoglierla un tipo calvo, abbastanza trafelato.

-Sei Alice?

-Sì.

-Sei in ritardo, abbiamo pochi minuti.

-Scusami.

-Nessun problema, – sogghigna – siamo in radio, non dobbiamo passare dai truccatori…

-Sei Francesco?

-No. Sono solo un umile impiegato. Francesco è già in postazione con gli altri. Ah, una cosa…

-Cosa?

-Evita di chiamarlo “dj Francesco”. In realtà lo chiamavamo tutti così fino a poco tempo fa. Prima che…

-Capito.

-Bene.

L’umile impiegato le sorride, però rimane trafelato. Alice tumula un po’ d’apprensione sotto quel siparietto leggero. Ripensa alle raccomandazioni del direttore: profilo basso, Alice, profilo basso. Sdrammatizza, non farti trascinare. Niente fregole da grande critica. La critica non va, in radio. Ti spolperebbero. Sarai l’unica anima bella tra quattro bestie idrofobe. Certo, anche il dj. E anche il MIR, cosa credi? Lo conosco bene, non ci starà a condividere la sua battaglia personale. Vorranno farti tutti e quattro a pecorina. Non mostrare le chiappe, Alice. Tienile strette, rasente al suolo. Non lo dico per il giornale, il giornale ha le spalle larghe. È per il tuo bene. Solo per il tuo bene.

Nello studio l’attendono, con le cuffie già indossate, Prati e Malfatti. Li saluta, riconoscendo quei volti da ultima fila di qualsiasi concerto nel giro di trecento chilometri. Le sembra di avvertire una complicità coagulata tra loro, la presenza stagnante di parole d’intesa. Negli sguardi analitici, in quei sorrisi al guinzaglio. Di MIR, invece, non c’è traccia.

Si getta oltre l’ostacolo presentandosi al dj che ci tiene ad essere chiamato soltanto Francesco, senza dj. “O con una bella pausa nel mezzo”, aggiunge lui con un ghigno. Tra il simpatico e il cazzone, pensa Alice, come tutti i dj. Gli chiede di MIR. Non si è presentato, le risponde masticando stizza. Ha mandato una mail mezz’ora fa. Lo stronzo, aggiunge bisbigliando. Il direttore non si sbagliava: MIR si scava la trincea in solitudine. Alice incassa la notizia con una flemma gommosa.

La trasmissione inizia che si è appena sistemata le cuffie. Dopo un liquido preambolo del dj, la prima parola tocca a Prati. È una perorazione secca, a lama sguainata. Snocciola cifre di vendita, enumera critiche entusiastiche, si appella al senso di necessità storica, sostiene l’epifania del semplice ascolto con l’appagata naturalezza di chi apre la cassaforte e intasca il gruzzolo. Seguono trenta secondi di Lonesome Day.

Malfatti in sostanza s’accoda biascicando un panegirico vuoto. Bruce è di nuovo Bruce, al suo massimo. La band, pure. Cose del genere. Il match è ancora palesemente in una fase di studio. Alice approfitta dei trenta secondi di Empty Sky per assestare le zavorre alla lingua e ai pensieri. Volare basso, volare basso, si ripete. Chiappe strette, chiappe strette. Rasente-al-suolo.

Una recensione non è poi così importante, esordisce. È il consiglio di uno che se vuoi puoi considerare un amico. O un nemico, fa lo stesso. Le recensioni, per me, sono sopravvalutate. The Rising non mi è piaciuto dal primissimo ascolto, a pelle. Tutto qui. Questo non significa che io abbia ragione e voi torto. In fondo, prova a ridacchiare, anche il Sgt. Pepper si becca ancora oggi qualche bella critica, no? Si trattiene dall’aggiungere che, in confronto al Pepper, The Rising vale all’incirca come una caccola di zanzara sulla finestra dell’ultimo ripostiglio dell’Empire State. Una delicatezza che non le risparmia gli affondo successivi.

Prati le rivolge un’accusa di codardia così ben levigata da farla sembrare un complimento. Malfatti si spinge oltre: chiama in causa la religiosità intrinseca del disco che non a caso emerge in quei cori gospel, The Rising ovvero la resurrezione di un popolo, dell’anima di un intero popolo chiamata a illuminare la strada di un futuro mai tanto cupo. Bruce ha colto nell’aria ancora satura della polvere del Ground Zero questa tensione, questa energia, questa occasione. Il rock, il suo rock, non aspettava altro per tornare a correre, per compiere il proprio destino. Una recensione come la tua è semplicemente una cantonata, mia cara. Può capitare. Senza offesa.

È proprio questo il punto, risponde Alice con una certa frenesia, le note di Nothing Man ancora sullo sfondo. The Rising soffoca, letteralmente, di retorica. Springsteen è un generoso, questo è incontestabile. Per amore della gente ha abbracciato la causa di una Nazione. Però così facendo ha calpestato quel suo straordinario punto di vista fatto di contrasti sublimi, di piccole tragedie e prospettive immense, di squallori minimi di anime incontenibili. È come se non narrasse più l’America con la voce dei suoi figli dispersi, disorientati, dimenticati, ma adottasse un “noi” tanto più consolatorio quanto più fracassone. E… Lo sguardo del dj – pausa – Francesco le impone il freno. La ragazza strappa il filo dei pensieri, ne fa una pallina, la spiaccica. Un brivido la rende consapevole del sudore sulla fronte. Ha timore che tergersi possa sembrare una debolezza. Poi questo stesso pensiero la fa sentire debole e stupida. Afferra il fazzoletto.

Malfatti attende che sfumi You’re Missing e s’impone sul turno di Prati. Queste tue parole, mia cara, non fanno che confermare ciò che ho pensato fin da subito. Non che dubiti della tua buona fede, ci mancherebbe, ma la tua recensione non c’entra col valore musicale di The Rising. A te in realtà non importa molto del disco, magari neppure hai tentato di ascoltarlo bene. Il tuo giornale ha una sua linea politica, e tu avevi una missione da compiere. Tutto qui.

Francesco (senza dj o con una bella pausa nel mezzo) guarda Alice, attendendosi una pronta replica. Lei scrolla lentamente la testa, sembra quasi che le guance imporporate fatichino ad assecondare il movimento. Poi, con una calma scolpita, azzardando la dolcezza di un sorriso, indica che è il turno di Prati.

Nei trenta secondi di My City Of Ruins tutti rimangono in silenzio. Soppesano un vuoto folto di strategie da cogliere al volo. Prati adempie il proprio compito come una macchinetta. Ormai va col pilota automatico, macinando i grani di un distacco più snob che zen. Pregusta una schermaglia nella quale si sarebbe tenuto abilmente ai margini: più o meno la sua idea preferita di vittoria. A The Rising non manca nulla, sermoneggia, di tutto ciò che di buono il Boss abbia fatto nella sua carriera. Impeto, compassione, speranza, tristezza, paure, prospettive. Non c’è che definirlo un ottimo disco. La band è quella, potente e strutturata, mai fuori luogo. Icastica, se vogliamo, ma tremendamente efficace. Tace palesemente soddisfatto, il Prati. Deve essere chiaro, da quale parte sta.

Alice lascia che sfumino le ultime note di The Fuse ed emette una raffica che non riesce a smussare. The Rising è musicalmente prevedibile, non provoca un solo momento di trasporto perché ogni momento è la logica, pedissequa conseguenza di tutti quelli che lo precedono, di tutti i dischi che lo precedono, dei dettami di tutte le radio che avrebbero dovuto passarlo. Quando non è così, con tutto il rispetto, è peggio: vedi cosa succede in Worlds Apart, con quella ciofeca di arrangiamento world… Ho detto ciofeca, pensa. Ho davvero detto ciofeca.

Una scossa serpeggia tra le sopracciglia di Malfatti. Prati sorseggia un sorriso ispido. Il dj annuncia la pubblicità. Poi, fuori onda, abbraccia i tre ospiti con uno sguardo solo. Scopre il biancore dei denti. Discutete pure, dice, anche animatamente se volete. È il sale di questa trasmissione. Dopo andiamo tutti insieme a farci una pizza, offre la radio. Ridacchia. Mi sono spiegato?

Un jingle annuncia la fine degli spot. Tocca a una pillola di Let’s Be Friends introdurre, con chissà quanta casuale ironia, la replica di Malfatti. Credo… Pausa. …che The Rising sia pura essenza Springsteen. La forma e l’espressione sono un momento solo, indissolubili, al punto che è ridicolo discuterne. Ripetitivo? Derivativo? Inadeguato? Bruce non ha bisogno, da anni, di dimostrare più nulla. Un artista del suo calibro è al di là di queste baggianate. Deve solo… essere. Più lucidamente, intensamente possibile. Dubito… Altra pausa. …onestamente dubito, cara mia, che tu fossi la persona più adatta per recensire questo disco. Toglimi una curiosità: lo hai mai visto dal vivo?

È come se Alice non avesse più bisogno di respirare. È come se le risucchiassero l’ossigeno dai polmoni. Rispondi. Rispondi, forza. Hai mai visto Springsteen dal vivo? No. Aspetta, l’ho già detto? No. Mi è solo rimbombato in testa, come uno sparo in un cuscino. No. Ecco, adesso l’ho detto. No, per tutta una serie di strane circostanze, non ho mai visto il Boss dal vivo. Ok, l’ho detto. L’ho appena detto. Come se non fossi stata io a parlare.

Malfatti e Prati gonfiano gli zigomi di malcelato piacere. Il dj pietosamente dice, beh, anch’io me lo sono sempre perso, è uno dei miei più grossi rammarichi. Ma lui non conta. Lui è una nota fuori dal pentagramma.

Evidentemente, dice Prati. Evidentemente. Solo questo. Malfatti si aggiusta il tono sulla lingua, avvicina sensibilmente il volto a quello della ragazza. Che attende, come in certi suoi incubi, che accadano quelle parole. Come se le avesse già sentite. Come se le avesse sentite sempre. Proprio quelle. Vedi mia cara, motteggia Malfatti, il mondo si divide in…

Non gli è possibile concludere l’adagio, perché Alice inizia a ululare. Un ululo che squarcia, da coyote. Acuto, penetrante, rugginoso. Polvere di chissà quale frontiera. Falò sotto chissà quale ponte. Scricchiolio ai margini di tutte le leggi umane e divine. Ci vuole qualche istante affinché, riavutisi dalla sorpresa, i tre uomini riconoscano quell’introduzione. Selvaggia, legnosa, febbrile.

Su Radio Versus le sorprese non finiscono mai, ragazzi, e Post Coitum è il programma che spacca la consuetudine!!!

É un vero peccato che non possiate vederla, questa ragazza tutta rock’n’roll, come le scattano i nervi mentre attacca

Well they closed down the auto plant in Mahwah late that month.

Come sussulta sputando

Ralph went out lookin’ for a job but he couldn’t find none.

Come si inarca digrignando

he came home too drunk from mixin’ tanqueray and wine.

E come si strappa dallo stomaco

he got a gun shot a night clerk now they call ‘m Johnny 99.

Proprio così, la gloriosa Johnny 99 del caro vecchio Boss, nella versione a cappella nuda e cruda di Alice Stipoli, giornalista di Magma Rock.

Qui è il vostro dj – metteteci sempre una pausa, più lunga che potete – Francesco.

Questa è Radio Versus. L’ultima voce ostinata del mondo.

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