La stranezza inafferrabile di Tom Waits

Ho sempre avvertito un sottofondo di soggezione ascoltando Tom Waits. In realtà per molti anni ho girato attorno ai suoi dischi, ascoltandoli senza mai entrarci dentro davvero. Come se avvertissi che non era ancora il momento giusto per farlo, che dovevano ancora incastrarsi le condizioni giuste. Che non ero ancora, per farla breve, abbastanza adulto. Di certo mi sbagliavo. Di certo ad un tratto qualcosa si è aperto, come un sipario che viene giù e rivela uno scenario insospettabilmente profondo, stranamente arredato e abitato.

L’ultima rubrica che ho curato per il Mucchio prima della sua improvvisa chiusura si chiamava Weird Fishes ed era dedicata ai “pesci strani” del rock e dintorni. Dedicai la terza puntata proprio a Tom Waits.

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Weird Fishes – Tom Waits

Se sei un pesce veloce, ti potrai salvare. Se sei un pesce lento, avrai qualche problema in più. Se sei dentro a un barile, conta poco la velocità: ti fotteranno comunque. È una legge che non ammette eccezioni. A meno che tu non sia Tom Waits. Lui no, non si fa prendere. È lento, uno dei più lenti. Il pesce più lento di tutti. Ma è strano, di quella stranezza che non afferri. Puoi coglierne un balenìo, un’angolazione, ma tutto il resto rimarrà fuori portata, nell’ombra delle acque scure.

Prendete la sua saggezza: basta guardarlo in faccia, seguire le pieghe della pelle che strizzano gli occhi, quel poco di occhi che ingoiano uno sguardo che ingoia, per capire che è senza alcun dubbio l’uomo più saggio del mondo. Non il rocker, non il cantautore, non l’attore: l’uomo. Ma quella stessa saggezza ci tiene a dirti, a precisare, quanto sia spiantata, disallineata, affamata di margini e opposti. Una saggezza inutile, persino controproducente: che saggezza è? Nasce a Pomona, California, nel 1949. Famiglia poverissima. Fin da subito osserva il Sogno Americano dal lato sbagliato, quello che rende la vita un inferno a chi non può permettersi il lusso di sognare. Non resta neanche margine per la speranza, perché la speranza resta fuori dal vocabolario.

La stranezza diventa quindi l’unica strategia possibile, un filtro che esclude la sovrabbondanza, il rassicurante consesso della normalità. Waits cuce storie come se spogliasse il mondo di tutto ciò che nel mondo è rito, reiterazione: il suo sguardo riconosce solo l’eccezionalità. E lo fa così bene, così a fondo, che ai nostri occhi tarati sul registro della normalità sembra inventare di sana pianta una realtà nuova, inedita e parallela. Invece è solo quel suo punto di vista da pesce strano nel barile, con la sua grammatica di ombre buone per nascondersi e di bottiglie piene di luce. Dove puoi fare solo cattivi incontri, che poi sono i migliori possibili.

Quelli che non puoi vederli sotto una buona luce, perché è una luce sbagliata. E neppure a velocità normale. Quelli che se casomai dovessero scegliersi un presidente, un principe o un dittatore, indicherebbero uno come Bukowski o un John Fante, qualcuno insomma con quella specie di disincanto, contorto e irrimediabile. Infatti lo incontra davvero, Tom Waits, il vecchio “Hank” Bukowski, nei primi anni Ottanta. Se la intendono, quei due. Compatrioti di un Paese che è qui e altrove, nostro e alieno, indagato dall’interno e scrutato da una distanza siderale. Col sommo distacco di chi non si fa mai ingoiare dalla balena, ma anche se accadesse in quella pancia ci costruirebbe un nido di delizie, un pulpito da cui sbraitare storie. 

Tom Waits è un concetto quasi impossibile: difficilmente riesci a pensarlo alle prese con la nostra stessa realtà, con le minutaglie del quotidiano. Eppure è quella la materia da cui spreme ogni goccia di magia di cui sono fradice le sue canzoni.

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