Johatsusha #2: Cibelle

Gli johatsusha sono i cosiddetti “evaporati”, cittadini giapponesi che decidono di scomparire, cancellare se stessi, il proprio passato, per ripartire con una nuova esistenza in un altro contesto. Numeri non ufficiali parlano di circa 20.000 “evaporazioni” ogni anno. Quelli a cui vorrei riferirmi in questa nuova rubrichetta fanno perdere le loro tracce “solo” dal punto di vista musicale, ma comunque in maniera abbastanza sorprendente: sono quei musicisti, quelle band, che hanno brillato per un periodo più o meno breve, lasciando intravedere sviluppi futuri importanti, per poi arrestarsi, svanire.


***

Cibelle

Iniziavo a sentire freddo. Era una splendida sera di luglio, ma avrei dovuto immaginare che in quell’anfiteatro all’aperto, immerso nel verde collinare un po’ già montagna, la temperatura sarebbe scesa di parecchio. Il numero di spettatori era più o meno quello che mi aspettavo: un centinaio, a essere generosi. Ma andava bene così. I più avveduti fecero spuntare dagli zaini dei plaid e si coprirono. Alcuni lo facevano a coppia, sorridendosi. Stavamo aspettando l’inizio del concerto. Non era previsto alcun gruppo spalla, solo la notte, il freddo e un chiacchiericcio sommesso nel silenzio. Poi la ragazza apparve sulla scena.

Apparve, sì. Con un abito che ricordo volatile e madreperlaceo. C’era in lei qualcosa di indeterminato e magico, mentre accennava una danza elaborata. La musica era ipnotica e sospesa, costruita con marchingegni elettronici ed elementi di fortuna, il suo canto pennellava e si ritraeva come scie di uccelli illuminati dai riflettori. Tutto quello che mi ero immaginato di Cibelle stava trovando puntuale conferma.

L’anno precedente, nel 2006, era uscito The Shine of Dried Electric Leaves, il suo secondo disco da solista. Se l’esordio omonimo del 2003 mi era sembrato un suadente giochicchiare in bilico tra bossanova, elettronica e jazz (lo aveva prodotto il guru della techno paulista Apollo 9, mentre al missaggio pensarono Chris Harrison e Pete Norris, già al lavoro per i Morcheeba), col secondo album il salto di qualità era stato portentoso. Impressionava anche per i nomi coinvolti: ad Apollo 9 si affiancarono come co-produttori due guru dei groove sintetici come Mike Lindsay e Yann Arnaud, il beatboxer francese Spleen, il chitarrista Seu Jorge, il grande Tom Waits (un’ombra di voce in Green Grass) e l’ineffabile Devendra Banhart.

Prima di essere cantante e autrice, Cibelle era stata modella, una presenza iconica nella San Paolo effervescente dei primi anni Zero, la passione per la musica sottolineata dalla costante frequentazione di rockstar e DJ. La svolta avvenne nel 1999, quando il musicista e produttore di origine serba Suba la volle come vocalist in Sãn Paulo Confessions, album che reimmaginava la bossanova in un contesto acid jazz e downtempo. Dopo la prematura morte di Suba, fu Apollo 9 appunto ad adottare il talento della giovane paulista. Che era già evidente, ma destinato a raggiungere esiti insospettabili nel volgere di pochi anni. Se ne accorse la BBC, che nel 2004 le assegnò il prestigioso World Music Awards.

Quello che mi aveva stregato di The Shine of Dried Electric Leaves era la disinvoltura con cui prestava la voce (flessuosa e sottile come celluloide, dolceamara come uno sbuffo di cacao, impalpabile come una nebbia di crepuscolo inglese) a cartigli folk, fermenti soul, azzardi futuristici e – ovviamente – languori bossa (su tutte la cover di London London, pezzo di Veloso riletto in combutta con Banhart). Insomma, che si trattasse di sperimentare su pattern sintetici o sull’ordito del prewar-folk (all’epoca assai di moda), Cibelle sembrava trovarsi sempre a proprio agio. L’importante era esplorare, spingersi fin sull’orlo del fallimento e proseguire. Che ragazza straordinaria.

Quel concerto all’Anfiteatro di Bacchereto del 5 luglio 2007 più che ricordi mi lasciò sensazioni: pur muovendosi e cantando a pochi metri da me, pur essendoci, era come se non fosse realmente lì, come se non potesse appartenere a quella situazione frugale, a quel pubblico infreddolito sotto plaid sgargianti (e a quello ancora più infreddolito senza plaid). Eppure era anche la situazione ideale per un’esibizione di quel tipo, proprio perché improbabile, incongrua: quella cura estetica controversa, un DIY fatto di scorie e consapevolezza, il tutto impastato con un senso di simbologia arcana, e quel carosello di simbologie raffinate che andava a stridere col piglio ventrale, popolare. Mi riesce difficile credere di avervi assistito, come se fosse una storia costruita sull’impronta di un sogno.

Toccò aspettare il 2010 per avere un nuovo lavoro discografico, il concept Las Vênus Resort Palace Hotel, una fantasia post-apocalittica dove, indossati i panni di tal Sonja Khalecallon, Cibelle si calava nel ruolo di intrattenitrice per i reduci di una catastrofe prossima ventura, coi cha-cha-cha, i doo-wop, i mambo e le fregole cinematiche che innervavano il consueto turbillon electro-jazz-bossa-folk-psych-exotica.

A quel punto iniziano gli anni Dieci e qualcosa sembra incepparsi. La notorietà non è mai arrivata, gli estimatori – pur tenaci – non hanno mai raggiunto la massa critica, quindi il percorso musicale di Cibelle svolta in direzione di una techno danzereccia efficace ma non esattamente imprescindibile. ?Unbinding?, uscito nel 2013, è un album gradevole anche per chi, come il sottoscritto, non frequenta il genere. Rimane il senso di esplorazione, la voce sa imporre le sue vibrazioni, quel timbro assieme volatile e pastoso, ma sono tracce che sembrano mettersi in scia, pagare l’attimo di ritardo. Pesantemente: infatti dalle nostre parti il disco passa del tutto inosservato. Di Cibelle non ho più sentito parlare.

Anzi, sì: a quanto pare nel 2015 si è laureata alla Royal College Of Art di Londra. Adesso è una visual artist, vive tra San Paolo, Berino e – appunto – Londra. È molto attiva sui social. Continua a esplorare.

Qui gli altri Johatsusha

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