Misteri beffardi, minacce bucoliche: The Beta Band

La seconda rubrica che ho curato per il Mucchio, praticamente una Lacune 2.0, si intitolava Loser. Sottotitolo: incompresi, travolti, falliti & splendidi perdenti. L’idea era parlare di dischi buoni ma che in qualche modo non avevano saputo farsi riconoscere come tali, o comunque non quanto avrebbero meritato (il tutto – va da sé – a mio insindacabile giudizio). Tra questi, mi sembrò che l’album omonimo dei The Beta Band rientrasse in pieno nella categoria. In occasione del ventennale, ripropongo – senza correzioni e con la formattazione originale – quello che ne scrissi una quindicina di anni fa.

***

The Beta Band – The Beta Band (1999)

Pelle

Leggiucchiavo. Ascolticchiavo. Pensicchiavo. Certi giorni sono così: tutta pelle. Si galleggia in superficie, slittando soffici tra i minuti le ore, annusando appena la tensione delle parole, il rotolare vago dei suoni. Con i giri al minimo, la meditazione rasoterra, esercitare una disciplina d’inconcludenza. Sono parentesi necessarie, salvifiche camere di decompressione. Momenti estremamente sottovalutati. Di più: ne abbiamo timore, come fossero un’eresia nel taschino, un compagno scomodo, quell’inesorabile momento di chiarezza che getta sabbia nel marchingegno di regole e doveri, d’ineluttabili finalità. Credetemi: è una fortuna che capitino giorni così, ideali per riascoltare dischi come il primo, omonimo dei Beta Band.

Episodi

Ci sono episodi che segnano più o meno in profondità la relazione con un gruppo o artista: Dylan che balla sul palco a Perugia (Cristo, Dylan che balla! Ancora oggi non mi sembra vero); Thom Yorke che mormora con evidente fastidio “rock, rock” tra un pezzo e l’altro del tour di Amnesiac; Neil Young invaghito di Reagan; Joe Strummer e la pubblicità dei jeans; Phil Spector che punta una pistola assassina. Eccetera. Quanto alla Beta Band, le cose si fanno più sfumate e indirette: da una parte c’è la famosa scena di Alta Fedeltà, quando Rob sentenzia “adesso vendo cinque dischi” e lascia colare sulla clientela il seducente caracollare di Dry The Rain, ma c’è soprattutto c’è il giro di interviste in occasione del lancio dell’album d’esordio, con i quattro a sputare insoddisfazione e disprezzo sul lavoro appena licenziato. Tanto da non riconoscerlo, quasi fosse il frutto di una violenza subita dalla propria casa discografica (la Regal) che impose tempi di lavorazione strettissimi. Pensai che fosse una trovata pubblicitaria neppure troppo originale. Rischiosa, certo. Al limite bizzarra. Invece, checché ne pensassero essi stessi, altro non era che la verità.

Formula (magica)

Proprio come i clienti dell’ormai mitologico Championship Vinyl, mi sono innamorato del The 3 E.P.’s – una raccolta ben descritta dal titolo – ascoltando Dry The Rain nel mio negozio di fiducia. E’ un pezzo amichevole e insidioso, uno dei folk(psych)rock più scazzati e cazzoni che mai si sia udito. E il resto del programma non fa altro che trascinarci attraverso acidule ipnosi hip-hop e ruvide alienazioni Flaming Lips, chiamando in causa visionarietà d’altri tempi e squilibrio postmoderno con una naturalezza da lasciarti secco. Monolitico e schizoide, confortante e febbrile, quel disco sembrò a molti una promessa autorevole, un coltello piantato in mezzo al tavolo, un’altra strada verso casa. Promessa in gran parte mantenuta dal loro ultimo, fortunato lavoro: Hot Shots 2 (2001) azzecca infatti un equilibrio folle e struggente tra quel loro tipico canto monodico, l’ambient-psych astrale e il genialoide scazzonismo di cui sopra. Come dire la formula magica di un pop suadente con fondate ambizioni progressive. Recensendolo, la stampa plaudì più o meno compatta. E si chiese: come spiegarsi quell’allibente, intrattabile album d’esordio?

Dada

beta-band

Non si spiega. Però c’è. Col suo mistero beffardo, la sua insidia dissimulata, la minaccia di quel paesaggio bucolico sotto un’impossibile cielo nero. Una combinazione incongruente, lo stridere degli elementi in dissennata giustapposizione. L’estetica amichevole e disturbante, violenza sotto formalina, un inganno dada. Ci dice già tutto The Beta Band Rap, la prima incredibile traccia: un collage schizofrenico di vortici Beach Boys, arie natalizie, Elvis Presley, i Beastie Boys e lo scatto in avanti in direzione Beck. Un conglomerato scabro, agli antipodi di qualsivoglia sintesi. Come un bolo di memorie vomitato sul tappeto guarda-un-po’-che-roba. Il resto del programma ne è immancabilmente segnato: pur innescando circuiti ritmico melodici anche gradevoli, anche intriganti (come l’agra allegria surf-rag di Round The Bend, o il raga-folk di Broken Up A Ding Dong che essicca psichedelia prima di farne bossa virata Tin Pan Alley, oppure la funky-house di Smiling avvolta in ridanciano tribalismo), è alla collisione/collusione disorganica degli elementi che punta la bussola (dal reggae-dub con battito house, vibrafoni e cucù di Number 15 al country rock stranito in salsa hip hop di It’s Not Too Beautiful, con tanto di sample dallo sci fi didascalico The Black Hole, produzione Disney).

Silenzio

Canzoni (canzoni?) la cui sostanza riposa anche e soprattutto nelle stasi sonore, in quei momenti che annunciano la fine di qualcosa e invece sono uno stare tra le cose, senza inerzia che tenga o che basti. E’ quasi un silenzio, una resa della musica di fronte alle troppe direzioni possibili che precludono una direzione forte, profonda, annidata nel vero. Ed è specchio del reale, impegnato a distogliersi senza requie, a (rin)negarsi, costruendo il corpo stesso della propria falsificazione con gli innumerevoli frames del moloch mediatico. Per questo i Beta Band – intimoriti, intimiditi dall’improvvisa abbagliante attenzione addensata attorno a loro – si chiudono a riccio, avvolgono la propria goliardica sensibilità in un bozzolo scuro. Inseguono le ombre e ne fanno coperta contro le intemperie. Abbassano il volume, intorpidiscono le acque. Disperdono le tracce.

Testimoni

Gli ultimi due pezzi sono un testimone da raccogliere in tempi migliori: The Hard One è l’ologramma di un soul con il mantra vocale irretito dal basso profondo, cigolii cibernetici e synth nebulosi, intanto che il piano sciorina il riff di Total Eclipse Of The Heart (traccia culto in differita dagli eighties per la voce teatral-parossistica di Bonnie Tyler) stringendoci in un angolo di memoria mummificata, carezzati da tastiere Air, trombe impalpabili e dimesse geometrie techno; ancora più complesso è il discorso di The Cow’s Wrong, immerso in una nebbia di synth in reverse e ottoni fluttuanti, col sample di Togheter (folk di Harry Nilsson) trasfigurato in un caleidoscopio gospel intanto che il basso pulsa senza appigli e il buco nero ingoia tutto, dolcemente.

Perturbazioni

E poi? Non importa, ne siamo già fuori. Con l’inconsistenza disarmante del mandala, le canzoni di questo disco si polverizzano appena compiute. Perturbazioni effimere del flusso, il tempo che trovano è fatto di luce sottile: la memoria fatica a restituircene l’impronta. Anche per questo, o solo per questo, non so non voler loro bene.

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