Rock, dal vivo, vivo: Live At Raji’s

Quanto adori i Dream Syndicate dovrebbe esservi ormai chiaro. Inevitabilmente negli anni ho scritto molto su di loro. Ad esempio, una delle prime “puntate” di Lacune (pubblicata all’incirca nel 2002) era dedicata a un loro disco, Live At Raji’s, vale a dire uno dei live più belli di ogni tempo, anche se di norma ignorato dalle tipiche liste da rivista rock più o meno patinata. Di questo vecchio articolo – che riporto integralmente, con tutte le sue imbarazzanti ingenuità e qualche giudizio avventato – mi colpisce soprattutto una cosa: non era ancora uscita l’edizione in doppio cd con la registrazione integrale della serata. Avrebbe visto la luce mesi più tardi, nell’aprile del 2004, quindici anni dopo l’edizione originale che quest’anno quindi ne compie trenta, anche se mi sfugge l’esatta data di pubblicazione. Mi avrebbe fatto impazzire di nuovo, come fa ogni volta.

***

The Dream Syndicate – Live At Raji’s (1989)

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Prologo (bugiardo): “è un sogno una bugia se non diventa realtà, o qualcosa di peggio ancora” (più o meno Bruce Springsteen, The River)

Spuntati dal calderone della Los Angeles primi anni ottanta, i leggendari Dream Syndicate – ovvero Steve Wynn (chitarra e voce), Kendra Smith (basso), Karl Precoda (chitarra) e Dennis Duck (batteria) – iniziarono a tracciare le coordinate del Paisley Underground con il fondamentale The Days Of Wine And Roses (1982). Siccome due anni più tardi concessero uno stratosferico bis con The Medicine Show, furono in tanti a vedere in loro “il futuro del rock”: si sa quanto questo porti sfiga, no?
Che strano: più conosco e amo il rock, meno riesco a venirne a capo. Quali sono i preliminari, le ragioni, il carburante, le leggi, le formule neurotoniche che presiedono il capolavoro? I Dream Syndicate nel 1989 erano una promessa scaduta, sfilacciata (rimanevano i soli Wynn e Duck della formazione originale), bruciata sulla pelle di due dischi (Out Of The Grey, 1986, e Ghost Stories, 1988) che avevano il torto di essere “solo” belli, niente di più, niente di meno. A gruppo praticamente sciolto, fa la sua comparsa Live At Raji’s, registrato da ormai molti mesi: intenso, adrenalinico, teso, divertente, torrenziale, uno di quei live che non fanno rimpiangere la polvere del palco, il sudore, l’odore stesso del rock.

Gridate forte, stasera si registra”: è l’invito di un pimpante Wynn al pubblico del Raji’s, prima di partire con una turgida Still Holding On To You, pezzo che dovrebbe essere citato ovunque si parli di arte del riff (è una cosa così: bém!, ti si spiaccica sulla fronte), inquietudine nervosa domata in un gioco di ammiccamenti e seduzioni trattenute, a stuzzicare la fame di ciò che seguirà. Il gruppo appare fin da subito affiatatissimo, il buon Duck governa i tamburi come fosse il sovrano di Timbuctù, un bell’assolo di Paul Cutler (chitarrista davvero sontuoso) chiude il cerchio con eccitante maestria. Si parte bene, si prosegue meglio: Forest For The Trees attraversa come uno spiffero adrenalinico l’aureola degli altoparlanti, affida le redini alla ritmica sferzante di basso-chitarra e cavalca il sentiero delle ballate veloci, imbastendo con naturalezza un congegno che sarà – tanto per dire – solo dei Pearl Jam più ispirati. L’ugola di Wynn è davvero in fibrillazione, con quella voce tra il sarcasmo, l’amaro e la tenerezza, capace di rendere la sorniona Until Lately crudele come un noir chandleriano, spietata come uno Scorsese urbano, travolgente come una jam immaginaria tra Stooges, Doors e Quicksilver Messanger Service. Argh!
Rimaniamo dalle parti dell’album d’esordio per il rhythm and blues mutante di That’s What You Always Say, dall’energia semplice ed esemplare che alla lunga però cede alla stanchezza, con gli assolo che sanno un po’ di riempitivo ed il chorus che tira un paio di spallate e poi si ferma al bivio del non-so-bene-cosa-fare. Altra la musica di Burn, spirale adrenalinica in cui si avvitano arpeggi fibrillanti, abrasività elettriche, il picchiare duro di Duck e il basso-risacca del bravo Mike Walton: batticuore assicurato e respiri sospesi tra l’alternarsi di quiete e furia, con la voce aggrappata al muro del riff e un Cutler ispiratissimo a superarsi nel finale.A1KxRNkF2QL._SL1500_

Saranno forse una dozzina le canzoni che hanno reso immortali i Dream Syndicate, e tra queste un posto d’onore spetta sicuramente a Merritville: la prima parte è un pianoro nudo e struggente, il fatale incontro di inquietudini younghiane e velvettiane, una ciondolante rabbiosa promessa mantenuta dall’esplosione emozionale successiva, da quello sgorgare d’elettricità in bilico tra frenesia e melodramma, tra quegli assolo senz’altro benedetti dal dio ineffabile della sei corde.
A questo punto l’ipnotico isterismo di The Days Of Wine And Roses ci piove addosso con tutta l’irruenza giovane del garage, la ritmica serrata circuisce i clangori in levare di Wynn, un ormai invasato Cutler pennella lisergiche scelleratezze mentre il fantasma di Nick Cave si aggira acido a suscitare inaspettati e seducenti tremori. Il tempo di stordirsi con l’esorbitante stop and go nel finale e l’onesto recensore non potrà che scrivere: “signori, questo è il rock’n’roll”. Da un’epica title track all’altra, ecco The Medicine Show, battito più lento, un palpitare incalzante e oscuro, l’immergersi poco alla volta e con una dolcezza strana in quel brodo rovente di feedback e ronzii metafisici (gli stessi che risentiremo nell’ultimo Lanegan) in cui si squagliano i confini tra umor psichedelico e afflato blues.

E Halloween cos’è? Si snoda di sottecchi, scioglie le riserve ma non troppo, si fa canovaccio per indomabili escursioni di corde fibrillanti, propone un ritornello che si incide a fuoco e una bellezza che non ammicca ma rivela, energica, sanguigna, spietata. La successiva Boston si dà invece ad un impianto incerto tra rock e errebì (sulla scia del Neil Young di Freedom, nel bene e nel male) senza riuscire ad affrancarsi dalla condizione di pezzo “minore” (bella però la progressione del finale, echi di Stones e tirate marzialità post punk). Chiusura come meglio non si potrebbe grazie al tour de force di John Coltrane Stereo Blues, minutaggio oltre le due cifre per una delle più travolgenti operazioni di terrorismo ormonale messe in atto durante gli eighties: un’armonica impetuosa ed ebbra (è la guest star Peter Case), temerarie aggressioni chitarristiche, un giro di basso da far arricciare i tendini, la batteria che rockeggia tra lussurie di sapori funk-blues-jazz, gli assalti solitari e incontenibili della voce, l’impudico chorus che monta sulle tracce dell’antica Gloria vanmorrisoniana per poi estenuarsi in un finale acidissimo e raspapensieri… Gorgeousness!
Finisce così: si smorzano le luci, si spegne l’ultimo riflettore sul Sindacato, il sogno rivola su marciapiedi anonimi, immemori e ingrati. Il buon Steve Wynn tirerà avanti una carriera onestissima ma un po’ sottotono, senza nessun grande pubblico a cui inchinarsi, almeno fino al doppio album Here Comes The Miracle, tanto corposo e ispirato da far fioccare articoli, interviste e recensioni come solo al bel tempo che fu: forse non sarà un nuovo inizio, perché forse è sempre l’inizio di qualcosa. Se l’anima del rock si aggira ancora palpitante e spettacolare, un sentito grazie vada anche ai Dream Syndicate.

Un commento

  1. Della Paisley, ai Dream Syndicate preferii i Green on Red che con l’EP No Free Lunch mi avevano stregato. Ho postato mesi fa la splendida “Keep on Moving” e mi ha sorpreso vedere quante persone hanno apprezzato. Stavo quasi per comprare Out of the Grey quando i Long Ryders mi sedussero con Two Fisted Tales, che per me è ancora oggi un album bellissimo. Ma non ho mai smesso di accendermi sigarette e stappare del buon bianco fresco di frigo appena Steve parte con “I got some John Coltrane on the stereo baby make me feel alright…”

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