Nude as the songs: Cat Power secondo Elizabeth Goodman

Quando ho iniziato a scrivere compulsivamente di musica non avevo le idee chiare, anzi proprio non avevo idee. Era più una cosa tipo: ascolto e scrivo. Ascolto e ne scrivo.

Credevo che ci fosse un qualche valore nel raccontare l’esperienza dell’ascolto, nel riportare la cartografia emotiva di uno dei passatempi più goduriosi che potessero capitarmi. Tutto il resto – ovvero le informazioni, la contestualizzazione storica, il chi ha suonato cosa, il significato e i riferimenti dei testi – contava, certo, ma stava in secondo piano. Anche il musicista, in un certo senso, veniva dopo. L’ascolto rappresentava per quel me stesso di allora un momento di pura esposizione emotiva. Mi dicevo: se la musica vale, deve valere di per sé. I motivi che l’hanno determinata contano meno del fatto che esista e che riesca ad emozionarmi oggi come faceva ieri e come farà domani.

Mi ero stancato di leggere recensioni che sembravano cartelle cliniche: disco numero x in carriera, prodotto dal tal dei tali, registrato nel leggendario studio di stocazzo, in un paio di pezzi ci suona pure quel certo chitarrista, il nuovo batterista conferisce più o meno groove, eccetera. Quando leggevo roba del genere, e mi capitava di leggerne molta, mi veniva voglia di prendere il recensore per il bavero e dirgli – gridargli? Sussurrargli? – a due centimetri dal padiglione auricolare: ok, va bene, ma cosa hai sentito davvero?
Si trattava ovviamente di un atteggiamento ingenuo da parte mia. E sbagliato. Col tempo avrei invece capito che sovrapporre informazioni biografiche e contesto storico alla manifestazione espressiva non significa affatto svalutare l’ascolto, ma al contrario ne amplifica la portata in una sorta di diapason tra trasporto e raziocinio, tra principio di piacere e principio di realtà (a proposito – ehm – di pensiero secondario…).

Nel tempo ho quindi incrementato la quantità di letture a tema musicale, ricavandone – va da sé – giovamento e piacere. Tuttavia, non ho perduto del tutto quell’angolazione originaria. Mi capita spesso di chiedermi, leggendo un saggio o una biografia: qual è la relazione tra quello che sta scritto in queste pagine e ciò che sento ascoltando quel disco o quella canzone? È opportuno o giusto sapere cosa c’è dietro a quelle parole, a quell’inflessione vocale, a quell’arrangiamento, a quel suono? Soprattutto: quanto è cambiata la mia idea sul tal disco (canzone, artista…) dopo quello che ho letto?

Me lo sono chiesto anche in questi giorni leggendo Cat Power – Una brava ragazza di Elizabeth Goodman, libro datato 2009 e tradotto in italiano (da Gianluca Testani, per la cronaca) l’anno successivo per i tipi di Arcana. Più che di una biografia non autorizzata, bisogna parlare di una biografia osteggiata: come scrive la Goodman nell’introduzione, “Chan Marshall non vuole che leggiate questo libro”. Non che l’autrice sia da annoverare tra i giornalisti che cercano la sensazione rovistando nell’immondizia, anzi: pur non mancando momenti puramente induttivi sulle ali di una psicologia un po’ gratuita, la Goodman percorre la carriera di Chan con equilibrio, soffermandosi sugli album con attenzione (e non senza un certo coinvolgimento da fan) pari alla meticolosità con cui piazza le tessere del puzzle problematico della biografia, nel tentativo di trovare risposte agli interrogativi opachi di cui sono intrise da sempre le canzoni della cantautrice di Atlanta, quelle enigmatiche dichiarazioni di vulnerabilità e pienezza, di espiazione e tenacia, di intensità e tracollo.

Il punto è che Chan, a detta della Goodman, pare volersi opporre proprio a questo: cioè al tentativo di spiegare le sue canzoni. Come se spiegarle significasse tradire il motivo stesso per cui esistono. Tra Cat Power e Chan Marshall esiste almeno un grado di separazione, quello stesso di cui si sostanzia la voce, quella voce che sembra osservare se stessa mentre combatte per restare in piedi, quel canto che celebra la distanza di sicurezza dalla catastrofe che rimane però un’eventualità tutt’altro che remota. Il problematico rapporto con i genitori, le difficoltà psicologiche e fisiche della sorella e del fratello, la consapevolezza schiacciante dei propri limiti: questa la miscela esplosiva che Chan avrebbe covato e nutrito per anni, procedendo per illuminazioni e crolli progressivi (sopra il palco e lontano dai riflettori, annegando in un fiume di alcol o aggrappandosi alla prima striscia di coca disponibile), fino al terribile esaurimento nervoso del 2006, subito dopo l’uscita dell’acclamato The Greatest.

Chan non voleva che leggessi questo libro, ma l’ho fatto e mi chiedo: adesso che ho letto, adesso che il quadro è più chiaro (rispetto all’idea già abbastanza definita che avevo), cosa è cambiato? Forse che una volta interpretate, rivelati i possibili (probabili) radicamenti nel reale, canzoni come Nude As The News, Metal Heart o I Don’t Blame You suonano meno intense, (perché) meno misteriose? O, al contrario, ne escono avvalorate proprio perché rivelate, esposte, sgusciate?

Penso di poter rispondere tranquillamente di no a entrambi gli interrogativi. Certo, le canzoni targate Cat Power mi appaiono sensibilmente diverse: sono cambiati lo sfondo, le premesse, l’illuminazione, tanto da renderle più definite e – come dire – collocabili rispetto al loro tempo. Eppure, mantengono quella loro tipica distanza, l’irriducibile autonomia dal vocabolario del quotidiano che le rende comunque inafferrabili, elusive, evocative. Il motivo per cui le canzoni di Chan Marshall (scritte da lei oppure anche solo da lei interpretate) sembrano così inspiegabilmente in bilico tra incantesimo e dannazione, è la loro capacità di sintonizzarsi con frequenze anomale in grado di raccontare ciò che non può essere raccontato con un linguaggio migliore: nessuna analisi “critica” può modificare questo aspetto, e la Goodman ha il merito di averlo capito facendo sì la cronaca dell’avvitamento esistenziale di Chan ma senza inciampare nel sensazionalistico a gratis. Perché le canzoni lo fanno già benissimo.

In generale, sono convinto che leggere saggi e biografie musicali gratifichi gli appassionati perché alimenta la loro mappa emotiva, ne chiarisce gli snodi, suggerisce correlazioni, dettaglia percorsi (poche cose gratificano più di una mappa, da che esistiamo come sapiens). E in genere non danneggia le canzoni né l’artista, almeno non più di quanto non abbia già fatto l’artista stesso. In questo senso, la biografia “osteggiata” che la cocciuta Elizabeth Goodman ha dedicato a Cat Power è una lettura tutto sommato raccomandabile, con buona pace di Chan Marshall.

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