Lacune: Quicksilver Messenger Service – Happy Trails

La prima rubrica che ho curato per il Mucchio si chiamava Lacune. Sottotitolo: “come inseguire una discoteca decente e vivere quasi felici”. Era una specie di resoconto settimanale del tentativo di colmare le mie lacune musicali (spesso clamorose). In molti casi, il disco in questione lo conoscevo già da un pezzo, però mi piaceva fingere che non fosse così, rovesciare il paradigma del (cosiddetto) critico che dall’alto della sua autorevolezza rovescia analisi e sentenze sul lettore. Inaspettatamente, funzionò: per circa due anni – 2001 e 2002 – Lacune occupò con cadenza quasi settimanale la penultima pagina della rivista. Per una serie di strane e tristi circostanze, non possiedo più quei numeri del Mucchio. Questo e la mia memoria sempre più incasinata fanno sì che non sappia dire con esattezza quale fu la puntata d’esordio di Lacune. Sospetto però che sia stata quella che riporto tale e quale in questo post: è talmente ingenua che, confesso, un po’ me ne vergogno. Tuttavia, e in fondo, credo che la vergogna sia un bel sentimento. Vero?

P.S.

Si tenga conto che nell’anno 2001 la rivoluzione della musica liquida era un’ipotesi già concreta ma non del tutto consumata, perciò era lecito ragionare ancora in termini di supporto fisico.

***

happytrails

Quicksilver Messenger Service – Happy trails (1969)

Prologo (se mi è concesso): tra Iggy Pop e i Radiohead, il vuoto. Nella mia discoteca, il niente alla lettera Q: urge un rimedio, occorre colmare una pesante lacuna, soprattutto perché questo triste mondo un giorno fu attraversato dai Quicksilver Messenger Service.

I QMS agiscono dalla seconda metà dei sessanta per una decina d’anni, fanno blues psichedelico, formano con Grateful Dead e Jefferson Airplane la cosiddetta “trimurti” della scena psych californiana.

Diciamo che questo è il minimo che chiunque, leggiucchiando qua e là, non può non sapere, e infatti lo sapevo da un pezzo. Del resto ho sempre amato le sonorità della west coast: i Jefferson Airplane con il loro insuperato delirio di geniali e sensibili sperimentatori, i Grateful Dead con la ritualità sconvolgente dei leggendari live act, entrambi per la dedizione assoluta – la fede? – alla musica come percorso e traiettoria verso il pieno raggiungimento di sé. Ma allora perché ancora non mi decidevo a comprare qualcosa dei Quicksilver?

Forse avevo rinunciato a sperare che il blues (anche se acido) potesse comunicarmi ancora qualcosa. O forse è per l’ingombrante presenza del talentuoso John Cipollina, e di chitarristi talentuosi, per dirla francamente, ne ho piene le palle da un pezzo.

D’altra parte c’era questo Happy trails (1969) che spuntava praticamente ovunque, citato nelle recensioni, nei testi sacri (“uno dei migliori live album della storia”), nei newsgroup, nei discorsi tra amici un po’ più anzianotti di me (e vedevo nei loro occhi balenare un luccichio furtivo, come l’ombra di un sogno lontano)… Come sa chiunque passionario rock, siamo tra i più fedeli seguaci della massima wildiana per cui le tentazioni si vincono solo esaudendole: è bastata la notizia di una bella riedizione (rimasterizzata?) via Repertoire, perché i pochi dubbi rimasti prendessero il volo. Infine, Happy trails è nelle mie mani.

I primi ascolti: mi avevano descritto Who do you love come “i 25 minuti tra i più visionari mai uditi”. Certo, doveva fare un effetto grandioso nel ’69, era la prima volta che una canzone occupava un lato intero di un lp: ma oggi che i lati non esistono più e che abbiamo attraversato indenni ogni tipo di dilatazione? L’inizio è come una dichiarazione d’intenti: scordatevi il torrido scenario dello standard di Bo Diddley, o la tonitruante versione che ne fanno sul set i Doors. I Quicksilver la rallentano al punto di farla sembrare il canovaccio per le trame ad alta tensione di due chitarre di rango, più rigida e terrena quella di Duncan, aerea e impetuosa quella di Cipollina, messe al centro di quella specie di golfo mistico imbastito dall’onesta batteria di Greg Ellmore e dal basso di David Freiberg.

Duncan canta senza né infamia né lode il poco che c’è da cantare. Il pezzo procede tra scorribande blues, riflessioni e intarsi scopertamente jazzy e oasi rumoristiche in verità suggestive, raggiungendo l’apice emotivo alla quarta variazione sul tema: Duncan ci sorprende con pinnate nervose, Freiberg indovina un giro di basso vibrante e finalmente ci si invola su un assolo stratosferico di Cipollina, affilato e fremente. Non male, non male davvero.

Con Mona si torna a percorrere il torrido sentiero bodiddleyano, le chitarre intrecciano scintille, la voce di Duncan è più spavalda, la base ritmica fa il solito compitino. Mi intrigano molto quei rallentamenti conditi da oblique intersezioni di chitarra spaziale, con il corpo del blues finalmente screziato di colori stellari. Segue – senza soluzione di continuità – una Maiden of the cancer moon in cui la band fa quadrato, un suono compatto ed esplorativo che non può non ricordarci i primi Pink Floyd (sì, proprio quelli che salivano sull’Interstellar Overdrive).

Ma è solo il preludio alla straordinaria intensità di Calvary, e qui davvero ogni buon floydiano dovrebbe drizzare le orecchie (e con lui tutti coloro che si attaccano al vagone del rock con la segreta speranza di vedere mondi mai visti): le palpitanti stasi sonore (con qualche provvidenziale intervento di post-produzione in studio), il solito sound tagliente e multisfaccettato di Cipollina, una chitarra acustica con inaspettati languori latini, i cori che oggi potremmo definire morriconiani (!), un appropriatissimo recinto percussivo di Elmore e il bellissimo soffio di pentatoniche nel finale, concentrano in questo brano l’autentico cuore emozionale dell’album. La title track è una breve ballata country che ricalca gli epiloghi dei Grateful (We bed you good-night) e ci ricollega a quell’amore per la tradizione che è l’immancabile inizio di ogni lungo viaggio americano.

Concludo lapidariamente: un album non irrinunciabile, che forse non offre chiavi per capire cosa è diventato e dove sta andando il rock, ma che ci regala la visione irrecuperabile di prospettive straordinarie, un frammento di quel grande sogno che si consumò da qualche parte, tanti anni fa, nel vecchio west. E che qualcuno, ancora oggi, sogna.

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