Dispersioni da inizio millennio: i Radar Brothers

radarbros

Non ho ben capito se viviamo in un’epoca post-ideologica o se nel frattempo, senza che nessuno si sia preoccupato di avvertirmi, siamo finiti in una post-post-ideologica. Quel che mi pare certa è l’inappellabile mancanza di appigli – appunto – ideologici, utile se non altro ad aggirare un problema annoso, quello che nella cuspide tra vecchio e nuovo millennio – in mezzo alle macerie ancora fumanti del vecchio ordine mondiale – angustiava e spaesava non poco quanti sentivano il bisogno di collocare pensieri e prospettive in un orizzonte nitido, riconoscibile. Di sicuro io ero tra questi: molto angustiato, assai spaesato.

In quel periodo pre-tutto-ciò-che-oggi-pervade-le-nostre-esistenze, mi riferisco ai primi anni Zero, capitava spesso di leggere sulle riviste, nei newsgroup e sulle primissime webzine recensioni di album che in qualche modo sembravano raccogliere la scottante eredità (in realtà residua) del rock 90s. Da una parte c’era l’impeto liberatorio della scena newyorkese, intenzionata a puntare il manico della chitarra alla schiena dei timori & tremori post-undici settembre, dall’altra c’era chi viveva quella transizione auspicando una specie di fuga (all’indietro?) nel cuore della magia che la musica – rock compreso – poteva ancora innescare. Album vieppiù meditativi, onirici, segnati da un’indolenza genetica, come se il loro messaggio cifrato fosse: “fermiamoci qui, ora, sull’orlo di questa catastrofe che possiamo evitare solo se recuperiamo la connessione con quanto di più denso e intenso siamo in grado di produrre, di essere“.

Ok, l’ho un po’ romanzata, ma era più o meno questo ciò che avvertivo nella filigrana amniotica di dischi come, ad esempio, And The Surrounding Mountains dei Radar Brothers. Album che mi è tornato in mente qualche giorno fa, non saprei spiegare bene perché. O forse sì: non poteva che tornarmi in mente presto o tardi un disco che ho amato con la stessa energia che a quanto pare ho utilizzato per spedirlo in un cantuccio ben riposto della memoria.

Quella che segue è una recensione d’epoca, scritta per una rivista cartacea che, a quanto ne so, non esiste più.

***

Radar Brothers – And The Surrounding Mountains (Chemikal Underground – 2002)

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La tenacia paga, non c’è dubbio. Chiunque conosca i precedenti lavori dei Radar Brothers (l’omonimo del 1997 e The Singing Hatchet del 1999) sa già a cosa mi riferisco: a forza di sfornare melodie belle ma innocue, meste ma leggerine, oniriche ma irrimediabilmente ancorate al terreno, Jim Putnam e soci riescono infine ad imbroccare la forma compiuta, uno zenit creativo in perfetto equilibrio tra fruibilità pop e le nobili istanze della migliore tradizione psichedelica. Questo ed altro, amici miei, è And The Surrounding Mountains, 12 tracce che sminuzzano le impronte omeopatiche del folk tra ballate sognanti e valzer in punta di tramonto, stagliate sul profilo a perdita d’occhio del fu american dream.

Certo, dopo un inizio che stordisce prima per l’ambiziosa struttura sonora (la finta orchestrazione di You And the Father, autentico cinerama lisergico non lontano dagli Air altezza The Virgin Suicides) e poi per l’imprendibile visionarietà (la fuga in avanti di On The Line, tra fatamorgane di sintetizzatori e la danza accorata del piano), la parte centrale rischia di tediarci con una soffusa miscela di languidezze, ovvero una serie di quadretti distrattamente floydiani (o meglio watersiani, vedi Sisters) in orbita attorno alla stessa ossessione elettroacustica in tre quarti (Rock OF The Lake, Still Evil, Uncles, This Xmas Eve): canzoni distorte dalla lente giallina dell’inquietudine, intagliate con calda e sdrucciolevole cura (tamburini e campanelli, asprigne e lancinanti traiettorie di chitarra, una tromba inattesa, l’avvolgente sovrapporsi dei motivi sintetici), pervase da un’epicità solenne e dimessa, eppure incapaci di compiere il balzo decisivo sul piedistallo delle indimenticabili.

Ma poi avviene il fattaccio. Se già con The Wake Of All That’s Past la temperatura registra un significativo scossone (impalpabili asciuttezze di chitarre, percussioni narcotizzate nell’abbraccio della voce trattenuta), è con Camplight che quel famoso balzo si compie sul serio, proprio quando non ci speravi più: trattasi di un eccellente avvitarsi psichedelico in grado di sublimare certi registri morbidi della West Coast con la visione cosmica – appunto – dei Pink Floyd, ottenendo risultati sorprendentemente simili ai primi – e migliori – Beta Band. Poi, beh, c’è Mothers, esplicito omaggio alla maestria melodica dei King Crimson (il motivo di piano ricorda moltissimo quello di In The Court Of The Crimson King) su cui aleggia lo spettro stesso dell’abbandono, con il barbaglio radioattivo delle tastiere e la fragranza quasi hip hop (!) della coda, chiosata da un breve ghirigoro di chitarra…

Addirittura imponente è poi l’affresco offerto da Mountains, che ci offre il pretesto di sottolineare il prezioso ancorché ruspante lavoro del quattro corde tra decolli di synth, gelatinosi tempi dispari e allibenti sovrapposizioni vocali. La conclusiva Morning Song impone allucinati bordoni floydiani, lo svolgersi torbido e dolciastro dei migliori Alan Parsons Project, la benedizione di quel finale sospeso sull’orlo di un incubo appena svanito che la realtà delle cose non sa riscattare.

I Radar Brothers offrono una lettura peculiare e in filigrana del “sentimento americano” (un po’ come fanno sul fronte del folk perturbato gli ultimi Wilco), fronteggiando nella penombra dei riflettori l’assedio di interrogativi dirimenti e spietati, per i quali al momento non esistono risposte comode.

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