Attraverso le crepe: Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani

Piani narrativi che scivolano, si crepano, collassano. Capita più volte di chiedersi: cosa sto leggendo davvero? Ed è proprio questa domanda, credo, il cuore stesso di Pensa il risveglio, il ritorno alla narrativa di Alessandro Cinquegrani nove anni dopo l’ipnotico Cacciatori di frodo

L’inizio di Pensa il risveglio è spiazzante: una distopia in cui rimbombano echi de Il mondo nuovo e Il racconto dell’ancella, uno scenario pressurizzato, intriso di una tensione algida e calcinata. Ma siamo in piena metafiction: si tratta infatti di un film, del quale veniamo a sapere che ha ottenuto un considerevole successo, tanto da indurre la produzione – come da prassi – a mettere in cantiere un sequel. Una pianificazione spezzata però dall’improvvisa e incomprensibile sparizione di Lorenzo, il regista della pellicola. Un suo amico e collaboratore – di cui non sappiamo il nome – prende così le redini della vicenda, raccontando in prima persona di come lui e Caterina, moglie di Lorenzo, si mettano sulle tracce del fuggiasco. Lo fanno con uno strano languore, quasi galleggiando nell’atmosfera membranosa della sua assenza, tra i segni di un sentimento latente e strane, enigmatiche incongruenze. 

Ha inizio quindi una ricerca opaca, il tentativo – ossessivo ma fragile, irresoluto – di risalire alle ragioni che hanno determinato la creazione artistica e la successiva scomparsa di Lorenzo. Il film – intitolato La nostalgia dell’acqua, ma avrebbe dovuto chiamarsi Albert Speer è morto – è chiaramente il frutto di un conflitto interiore, della sua incapacità di collocare la figura di Speer – noto come “l’architetto di Hitler” – in un ordine (morale?) di pensieri. È per questo che ha deciso di sparire?

Mentre l’io narrante prende il posto di Lorenzo alla regia del film (e non solo), la vicenda procede senza chiarirsi, anzi disseminando segni sconcertanti, tra episodi sul filo dell’assurdo, intrusioni di grottesco e svolte catastrofiche che scuotono la congruenza narrativa. Il perturbante è dietro l’angolo: come in un’incisione di Escher, il movimento è illusorio, un labirinto cieco dove lo spazio e il tempo sembrano ripiegarsi. Soltanto le crepe sulla superficie della storia – della Storia? – suggeriscono un senso, un procedere necessario, un attraversare.

Questo svolgimento quasi lynchiano offre nel finale una soluzione, sì, ma più che al risolversi di un thriller, psicologico o meno, somiglia a un’elaborazione paludosa, a una presa di coscienza guadagnata col lavoro intellettuale, dipanando il groviglio cieco delle emozioni. Ovvero: risvegliandosi.

Non a caso il nome del narratore viene reso noto in coincidenza di questo riappropriarsi di sé, della propria vita nel flusso del tempo che si lascia dietro immancabili rovine. Rovine il cui senso si rivela cruciale: simbolo del potere dell’uomo che domina il tempo, o emblema del potere distruttivo del tempo? È un bivio che ogni giorno ci chiama – o dovrebbe chiamarci – a compiere una scelta. A pensarsi.

Cinquegrani scrive scolpendo e levigando ogni frase, la sua è una prosa immediata e al tempo stesso austera. La cura meticolosa per il dettaglio emotivo non le impedisce di sgranarsi limpida, accorata, semplice come una trama di complessità risolte. Ed è sostenuta da una struttura forte, proprio per come è in grado di vacillare quando è necessario scuotere il fusto della vicenda, abitata da personaggi che hanno la consistenza differita dei ricordi, spettri di un presente inafferrabile, compagni di un viaggio senza destinazione.

Pensa il risveglio è un romanzo affascinante, di quelli che catturano sottraendosi alla presa, di quelli che si annidano per inquietare e regalano un germoglio di problematica – ma autentica – folgorazione.  

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