Serialità e non esserci più: After Life di Ricky Gervais

Ho un problema con le serie tv. Continuo a credere cioè che un’intuizione espressiva debba ambire a una forma e quindi a un compimento. Perché questo in fondo significa la forma: un contenere pieno di contenuto. E, guarda caso, il significato primitivo di “compiere” è –  appunto – “riempire”. (Tutto ciò, lo capisco, è molto novecentesco: vogliate perdonarmi, e proseguiamo). La forma, nell’epoca della carta stampata e della pellicola, prevedeva un compimento, ovvero una conclusione, con la stessa naturalezza di un punto al termine di una frase (che poi il punto potesse essere interrogativo o, al limite, anche spalmato su tre puntini di sospensione, non cambia di molto il senso del discorso).

Naturalmente le forme non erano destinate a rimanere capitoli unici, anzi. Il successo chiama la reiterazione, il sequel, concetto che nasce tuttavia proprio dall’idea consolidata di opera in quanto forma compiuta, la cui eventuale fortuna coincide con i motivi (commerciali o artistici, talora un mix di entrambi) per cui vale la pena (conviene) dare vita ai capitoli successivi. Poi sono arrivate le serie tv a sconvolgere questa forma mentis.

After Life

Probabilmente le serie tv non rappresentano poi chissà quale novità. Si potrebbero fare paralleli con i romanzi d’appendice o i fumetti, d’accordo, ma per farla breve oggi la situazione mi pare essere questa: le serie nascono in quanto serie, hanno cioè per obiettivo – lapalissaniamente – la serialità. La struttura narrativa si piega immancabilmente a quest’ottica produttiva, sforzandosi di allestire un meccanismo su cui imbastire il numero più alto possibile di episodi e (auspicabilmente) di stagioni. Ovviamente questa prassi ha un “costo” sul piano espressivo, nel senso che costituisce un vero e proprio meccanismo che affiora e informa di sé la struttura narrativa, le situazioni, i personaggi. A me almeno pare evidente che sia così, lo avverto anche nelle serie che più ho apprezzato, ed è una situazione che mi infastidisce tra l’abbastanza e il molto.

Se vi ho elargito questo pippone introduttivo è per giustificare il mio problema quasi patologico con le serie: riconosco in alcune la statura del capolavoro, ma anche in quei casi c’è sempre qualcosa che non mi piace, ed è appunto il fantasma delle stagioni successive, la sindrome del “progetto seriale” che avverti fin dal primo episodio (o persino dall’episodio pilota). In conseguenza di ciò – ecco la mia vera perversione – sono attratto dalle serie abbandonate, da quelle che dopo la prima stagione non vengono confermate o, per usare la terminologia più in voga, vengono cancellate. Morboso, vero?

Vi faccio un paio di esempi: pochi mesi fa ho guardato High Fidelity (carina) non appena ho saputo che non ci sarebbe stata nessuna season two. Lo stesso ho fatto recentemente con Y L’ultimo uomo (mediocre). Quel che forse è anche peggio, devo vedermela con l’effetto deterrente che mi ha finora tenuto lontano da titoli come I Soprano, Breaking Bad o Mad Men, da molti annoverate tra le migliori serie mai prodotte: ma il numero di stagioni (rispettivamente 6, 7 e 5) mi procura un autentico rush neuronale. È più forte di me, non riesco a oltrepassare la soglia. Tuttavia, con After Life ho smentito me stesso. Almeno in parte. 

Su Ricky Gervais non ho un’opinione saldissima. Come stand up comedian mi diverte molto, trovo brillante il suo modo di aggredire il senso comune, di spingere la causticità fin sull’orlo dell’offesa e scuotere così il fusto cementizio del politically correct, ma non di rado ho avuto la sensazione che questa sua calligrafia – divenuta a tutti gli effetti la scorza di un “personaggio” – prendesse il sopravvento, costringendolo a confrontarsi con l’aspettativa del pubblico e forzare quindi battute e argomentazioni (caratteristica peraltro comune a molti stand up comedian). Poi c’è il Gervais sceneggiatore e attore, che conosco di meno. Non ho mai visto un suo lungometraggio (ne ha diretti tre) e finora delle serie tv di cui è ideatore e regista ne avevo vista una, la assai particolare Derek, ovviamente solo la prima stagione (è davvero una patologia, che vi dicevo?).

E quindi, per quale motivo non appena ho saputo che erano iniziate le riprese della terza stagione di After Life ho sentito il bisogno di vederla? È una domanda retorica a cui posso rispondere solo con un sincero: non lo so.

Certo, il fatto che si tratti di una cosiddetta mini serie – sei episodi a stagione per trenta minuti scarsi di durata ognuno – ha aiutato non poco. Ma a convincermi davvero è stato il tema. Tony, il protagonista, sta elaborando con molta difficoltà (eufemismo) la morte della moglie Lisa. Non riesce ad accettarlo. Cade in depressione, non è più disposto a scendere a patti con le convenzioni sociali, il rapporto con gli altri si consuma sul filo di un cinismo senza sconti. Riesce a concedere attenzione e qualcosa di simile all’affetto solo al cane e al padre affetto da alzheimer, che va a trovare ogni giorno nella casa di riposo in cui è ricoverato. Ha già tentato il suicidio e non nasconde che potrebbe riprovarci.

Lisa le ha lasciato una sorta di testamento video nel quale gli raccomanda di non abbattersi, di avere cura di se stesso, della casa, degli amici. Lo esorta insomma a continuare a vivere. In tutta risposta, lui passa il tempo a guardarlo assieme ad altri video con lei protagonista, girati negli anni in varie circostanze: la presenza virtuale della moglie genera in Tony e nello spettatore un senso di assurdità inaccettabile. La vita di lei, così viva nella persistenza digitale, suggerisce per una sorta di scivoloso contrasto l’inconsistenza del transito terrestre, la sua inappellabile insensatezza. 

Derek

Tony sta facendo i conti con una consapevolezza raggiunta di schianto: ovvero che rispetto al non esserci ancora e al non esserci più, l’esserci è poco, quasi niente. Di conseguenza, vive come un relitto alla deriva, sospinto dalle poche responsabilità residue, in possesso di uno sguardo che spoglia ogni situazione della sua sovrastruttura morale. Questo scenario è il dispositivo narrativo che consente a Gervais di rendere Tony protagonista di sketch memorabili, grazie anche a un plotone di comprimari che dipingono un grottesco umano – variamente intriso di psicopatologia e disagio – forse più verosimile di quanto non siamo disposti ad ammettere.

Ora, non voglio spacciare After Life per un capolavoro: qualche difetto lo ha. Soprattutto nella seconda stagione (ahi, le seconde stagioni…) la corda viene tesa un po’ troppo dalle parti della retorica e in odore di melodramma. Rispetto al cinismo doloroso delle prime sei puntate aleggia cioè lo spettro del compromesso (oltretutto non richiesto, a meno che non sia stato effettivamente richiesto dalla produzione). Tuttavia, alcune intuizioni restano straordinarie per come inquadrano la frattura interna al consesso sociale, la natura conflittuale dei suoi valori costitutivi, la tossicità degli obiettivi che ne alimentano il motore. Mi riferisco in particolare a una situazione che punteggia gli episodi, divenendone il trait d’union sotto forma di tormentone. 

Tony lavora come redattore in un giornale a distribuzione gratuita, la Tambury Gazette, specializzata in notizie locali che spesso della notizia hanno ben poco, puntando casomai al folklore un tanto al chilo (come è tipico delle pubblicazioni a carattere locale). Assieme al fotografo Lenny (interpretato da un serafico Tony Way) ha il compito di raccogliere le storie più eccentriche intervistando a domicilio persone comuni disposte a mettere in mostra la propria bizzarria – non di rado posticcia – per la brama di “finire sul giornale”. Qualche esempio: c’è la ragazza col volto paralizzato per gli interventi di chirurgia estetica troppo disinvolti, l’anziano randagio che per anni ha imbucato la posta nella cassetta di raccolta per la cacca dei cani, il ragazzino con qualche problema psichico che ha imparato a suonare due flauti col naso (alla cui madre Lenny propone, con successo, di uscire), e via discorrendo. 

In questo vero e proprio barnum di freak della porta accanto, spicca la centenaria che ha ricevuto le tradizionali congratulazioni da parte della Regina: a parte l’irresistibile gragnola di battute che raggiungono il fondo scala del cinismo, nell’asprezza asciutta e senza margini di conciliazione dell’adorabile (!) vecchietta si avverte una nota di dolorosa necessità che probabilmente coincide col diapason di tutta la serie (nonché, non a caso, col momento più spassoso). Il punto è questo: lei è l’unica a cui non frega niente di “finire sul giornale”. Dei complimenti della Regina se ne sbatte, vuole solo sbrigarsi a togliere il disturbo, via da una vita che non ha più nulla da darle se non il fastidio di vivere. Tony la osserva incredulo, vede in lei un se stesso alla fine di tutti i tentativi di andare a fondo. Ne è sconcertato, perché non lo accetta. Cioè: non accetta negli altri la resa che ha accettato – o crede di avere accettato – per sé.

Uno dei momenti più duri della serie, che rendono unico lo stile di Gervais, è quando – siamo sul finire della prima stagione – Tony presta al tossico Julian i soldi per una dose di eroina senza preoccuparsi della sua volontà di farla finita, anzi comprendendola fin troppo bene (anche Julian sconta il lutto per la morte della compagna, stroncata da un’overdose) e in fondo approvandola. Eppure non mancherà di incoraggiare la neo assunta Sandy quando la vedrà disperarsi per la possibile chiusura del giornale. Questa specie di compassione schizoide non rende meno credibile il personaggio, anzi lo problematizza e perciò spinge a decifrarne le contraddizioni. Il nichilismo di Julian e lo smarrimento di Sandy per lui hanno molto in comune, sono una manifestazione di umanità reale, non formattata, che Tony non giudica sul piano etico – ormai si trova oltre questa linea dell’orizzonte – eppure ne avverte il valore, ne comprende istintivamente il senso, lo spinge a incaricarsene, a riconoscere un ruolo nella trama sfilacciata della comunità. Questo irrobustisce quel po’ di attaccamento alla (propria) vita, proprio come il manifestarsi delle convenzioni (a partire dalla relazione con Emma, l’infermiera del padre, che non accetta di essere una presenza occasionale) al contrario lo avvicinano alla pulsione di morte, al distacco.

In questo senso, After Life è coerente con il Ricky Gervais stand up comedian, ne è la prosecuzione con altri mezzi (espressivi), ovvero di quello sguardo gettato sull’esistenza dal punto estremo del disincanto, dall’evento che più di ogni altro conterà sulle nostre vite: la non-esistenza. Il risultato, niente affatto facile né limpido, è il contrario del nichilismo, ovvero una faticosa accettazione di sé con gli altri, dell’individuo come entità irripetibile e al tempo stesso parte di un consesso di individui, di una comunità (meglio se ristretta, a misura d’uomo: un aspetto ricorrente nel Gervais sceneggiatore di serie, vedi la dimensione periferica di After Life e il microcosmo della casa di cura in Derek). Un “patto”, quello tra l’individuo e gli altri (“Hell is other people”, recita lo slogan utilizzato nella campagna di lancio), che può saldarsi solo dopo aver chiuso i ponti con le direttive e le sovrastrutture culturali di un sistema edificato su ingannevoli prospettive di eternità.

Ma, a questo punto, sorge spontaneo un interrogativo: è possibile vivere come individui tra altri individui una volta che si è accettata la soverchiante prevalenza del non essere sull’esistere? La risposta di Gervais contiene un sì faticoso, che fa perno proprio sul rapporto tormentato tra individuo e società (anzi, meglio, comunità). 

Vabbè, non mi resta che attendere la terza stagione di After Life. Nel frattempo mi sa che guardo la seconda di Derek. Da non credere, eh?      

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