Pesci strani e arcobaleni: In Rainbows

Il 10 ottobre del 2007 usciva In Rainbows. All’epoca ne scrissi la recensione per Sentireascoltare (eccola qui, senza aggiustamenti: un reperto, in pratica), ma non fu facile concentrarsi sulla musica perché di quel disco si parlò – e ancora oggi se ne parla – soprattutto per la modalità di distribuzione, il celebre “it’s up to you” o “pick your price” che dir si voglia. Invece quelle canzoni, col tempo e nel tempo, sono diventate tra le mie preferite dei Radiohead.

Nel suo essere un disco importante per come simboleggia la liquefazione del supporto fonografico e l’inizio di un riposizionamento necessario di tutta l’industria discografica rispetto alla nuova situazione, mi piace pensare che In Rainbows sia anche – e soprattutto – un bel disco. Cruciale per la carriera dei Radiohead, perché li consegnò a una dimensione matura – la loro età media verteva decisamente intorno ai quaranta – capace di concentrarsi con intatta energia sul fronte dell’espressione, mai tanto intima e “soul”, senza smettere però di avventurarsi nel suono. Mettendo quindi questa avventura sonica al servizio dell’espressione.

copertina

Mi è sempre sembrato un esempio di come il rock dovrebbe essere, di cosa il rock dovrebbe fare, quando finalmente decide di fare i conti con l’età adulta, quando viene a mancare il benedetto furore giovanile che abbatte i limiti d’amblé, per invece e inevitabilmente accartocciarsi sul riflettere, sul soppesare. Lasciandoci in bilico tra consapevolezza dei limiti e possibilità – una possibilità che è lì, raggiungibile, incombente – del loro superamento. Lasciandoci in compagnia della nostra natura profonda di pesci strani, stranissimi. Imprendibili e vivi. Ancora capaci d’inebriarci d’arcobaleni. Mi piace pensare che questo, proprio questo, il rock non dovrebbe mai finire di dirci.

Un’altra cosa che amo di In Rainbows è quel senso di, come dire, implosione. La scelta di sottrarsi alla frenesia delle connessioni, alla rapidità/ripidità del flusso. Si avverte come un senso di “cantina”, simile in qualche strano (e non definibile) modo a quello che portò Dylan e la Band a cospirare le misteriose meraviglie di The Basement Tapes, che di quella fase storica rappresentano una sorta di carotaggio, una testimonianza tanto oscura quanto accorata.

Se da questa “sensazione” dovessi ricavare un senso, probabilmente sarebbe: in certi casi – quasi sempre, in realtà – bisogna sottrarsi e scavare, per entrare davvero in connessione. Questo infatti fece, In Rainbows. Entrò in connessione col suo tempo. Che continua a raccontarci.

7 commenti

  1. emh…. questo lo hai detto tu 10 anni fa…”… Ha a che fare con il rimanere dentro gli struggimenti della post-adolescenza, dentro la cervelloticità e l’apocalisse. Yorke e compagni pensano ancora che la musica possa rappresentare una sorta di catarsi. Che la vibrazione possa salvarti per un attimo. ”
    e a distanza di 10 anni in questo post… “…Cruciale per la carriera dei Radiohead, perché li consegnò a una dimensione MATURA – la loro età media verteva decisamente intorno ai quaranta…” Una domanda, perchè oggi scrivi CRUCIALE?
    Altro adeguamento nel sistema discografico…. “se non vendi non sei nessuno” e alla fine la storia del, “decidi tu il prezzo” tra vinili e compagnia ci han guadagnato soldi a palate tutti, pure la “fama”
    è evidente che il “rock” di cui parli tu sta sotto metri-cubi di cenere… perché le case discografiche non vogliono rischiare con le nuove leve e poi chi c’è rimasto in giro se non quel cavoli di presunti programmi da ricerca del talent…. di eccezione. Dove sta il discografico che sa “ascoltare” come una volta?
    Pablo Honey….il primo album Quelli sono i veri Radiohead, quelli che si buttano perchè ci credono, quelli che si ribellano per la censura di una parola in un brano conosciutissimo… ma al solito alla fine non fai musica per “passione” ma per soldi… sai una cosa? non è la maturità anagrafica o mentale che conta per me nella musica ma è lo spirito con cui mantieni la tua idea di far musica dall’origine… Manca la genuinità ormai. Picchiami pure se credi ma io pur sbagliando mi son sentita di dire la mia allargando il discorso e magari finendo pure “fuori tema” !
    Un classico mio eh! non rileggo perchè cancellerei 3/4 di tutto

    Piace a 1 persona

  2. Non penso che ci sia contraddizione tra quello che scrissi dieci anni fa e quello che ho scritto oggi. C’è – è ovvio – un punto di vista diverso, un’angolazione che si è spostata. Provo a spiegare.

    Credo che il rock debba confrontarsi con una dimensione che non ha mai (o quasi mai) affrontato per questioni prettamente anagrafiche: l’estrema maturità dei suoi protagonisti. Per la prima volta dei musicisti rock sono non solo maturi, ma anziani. I pionieri, quelli sopravvissuti – ahinoi – navigano oggi verso gli 80 anni. Come vive il rock questo rapporto con l’età adulta, addirittura con l’essere anziani? Non facilmente. Spesso assistiamo a degli spettacoli di misero giovanilismo, addirittura di supergiovanilismo alimentato a nostalgia. Pessima scelta, la nostalgia. Pessime conseguenze, in genere.

    Ma capisco che sia un prezzo da pagare. La prospettiva del rock nei confronti della molta vita che ha dietro le spalle viene esplorata in pratica per la prima volta. La consapevolezza, la maturità del musicista rock è un argomento relativamente nuovo che il rock deve imparare a padroneggiare fino in fondo. Questo mi interessa molto, come continua a interessarmi la possibilità che il rock sappia mantenere una spinta e un’angolazione “giovane”. Come si possono conciliare le due cose? Come può il rock rimanere se stesso andando oltre le premesse che lo hanno generato?

    Per me il passaggio di In Rainbows è cruciale per i Radiohead in questo senso, perché introduce in loro la capacità di padroneggiare un codice rock adulto senza perdere le sue caratteristiche basilari, che sono l’avventurarsi oltre l’idea consolidata di sé, senza fingere di essere ciò che erano, ma senza dimenticarlo.
    Tu dici che i veri Radiohead sono quelli di Pablo Honey: credo che sia vero ma solo se è vero che i veri Radiohead sono anche quelli di The Bends, di Ok Computer, di Kid A e via discorrendo. Ogni musicista è tanto più musicista quanto più “contiene” ciò che ha saputo essere nel tempo.

    Diventare non significa lasciarsi alle spalle, rimanere se stessi non significa rifiutare il cambiamento. In Rainbows sono quello che i Radiohead dovevano essere in quel momento della loro vita/carriera, e sono felicissimo che sia andata così. Ed è quello che penso più o meno anche dell’ultimo A Moon Shaped Pool. Ho riserve su ciò che sono diventati dal vivo, ma questo è un altro discorso.

    Ti ringrazio molto per questo commento. A presto.

    "Mi piace"

  3. 😇 in quel “cruciale” ci avevo letto un ” accidenti NON doveva andare così. 😏 ringrazio te. Ora mi è più chiaro. Sui live? Francamente la musica non ha bisogno di molti fronzoli palcoscenici ma… se pendo ai Pink Floyd… 😬 loro sono ancora sobri. Ok ok vado o faccio casino. Grazie!

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...