Grovigli e astrazioni: Bugie private di SadAbe

Quello che penso della letteratura erotica in generale e in particolare di quella firmata da SadAbe/Elena Bibolotti, l’ho già scritto a proposito di Mature, il primo volume di SadAbe Stories, una collana che la scrittrice pugliese ma romana di adozione ha avviato in totale autarchia, ovvero in modalità self-publishing. 

Un appunto su quest’ultimo aspetto: quello dell’autopubblicazione è un fenomeno piuttosto diffuso e quasi sempre carburato ad autocompiacimento, spesso drammaticamente privo dei requisiti minimi che gli consentirebbero di accedere al mondo dell’editoria dalla porta principale (ovvero: andando a ingrossare il catalogo di una casa editrice). Nel caso di Bibolotti parliamo invece di un’autrice vera, in possesso di uno stile e un taglio ben definiti, forti e riconoscibili. Il suo narrare è una dimensione del narrare, possiede un passo e una temperatura propri, una luce che spiove sui personaggi e li concretizza, li rivela. Nella sua tavolozza espressiva il sesso non è un colore ma la trementina che diluisce i colori e li sostanzia, elemento/strumento della rappresentazione. Tutto ciò senza nulla concedere alle pruderie da salotto colto o alle trasgressioni tardo-adolescenziali da talk show pomeridiano. 

Stupisce che una proposta del genere non abbia attirato le attenzioni di un grande editore, o forse no, non stupisce troppo. In ogni caso, autopubblicarsi per Bibolotti è un modo per fare al meglio ciò che meglio sa e desidera fare: lo dimostra la cura del “prodotto finale”, dall’editing puntiglioso alla scelta del font, passando ovviamente per l’artwork affidato a un’illustratrice intrigante come Domitilla Marzuoli. Era già così per Mature, è così per il nuovo Bugie private. Sottotitolo: “Storie vere con del sesso attorno”.

Come il predecessore è una raccolta di racconti, che stavolta girano attorno al tema dell’identità, al suo groviglio nascosto sotto la scorza del conforme, del profilo sociale conveniente, virtuoso, necessario. Nel racconto che intitola la raccolta assistiamo al dispiegarsi di un incrocio di segreti nel fotogramma di un evento felice. Segreti invisibili perché inopportuni, inconfessabili, scandalosi, ma accettati dalle parti in causa proprio per la loro invisibilità: ne risulta una sorta di sovversione della perversione, dove sotto maschere decorose ribolle una realtà sì improponibile ma alimentata dalla stessa necessità di apparire conformi, ovvero compresi nel (e rispettosi del) proprio ruolo. Trasgressioni che mettono in crisi l’equilibrio, ovvero l’idea di se stessi come parte del consesso sociale, perché agiscono entro il perimetro dell’io, dell’identità. (Per tutto ciò, e per inciso, sono trasgressioni lontanissime da quelle a favore di telecamera – o di smartphone – che al contrario si infilano nel solco delle neo conformità).

Nei racconti prendono vita vizi antichi che sul palcoscenico del presente si aggiornano a versioni più performanti, come la coppia che organizza un viaggio in treno per mettere in mostra le grazie di lei, attivando voyeurismi compulsivi negli altri passeggeri e relative condivisioni social. Ma gli obiettivi restano sostanzialmente gli stessi: una accanita, disperata ricerca di energia, di calore, dello strappo che ti trascini nella vita, di vertigine da distillare in senso. Così da permetterti di pensare e dire “io”.

“E vai di selfie e vai di reel, vai di tutto quello che si può fare nel silenzio tombale del proprio io.”

Ogni racconto è un giro su una giostra asciutta, sferzante, persino cinica, perciò bagnata di umori sarcastici. È – mi pare chiaro che lo sia – un giro sul vuoto sopra cui tutti noi danziamo o ci trasciniamo. Un vuoto di cui i meccanismi del sesso tentano di essere l’antidoto, la leva per forzare l’incastro dei vincoli, una rifondazione effimera del corpo come confine tra corpi, come varco verso altri corpi in bilico. In ballo c’è la negazione segreta del corpo in quanto conferma evidente e tangibile del ruolo: una cospirazione che accartoccia nel privato il patto di convenienze sociali che pure viene rinnovato giorno dopo giorno. 

“Il sesso è più difficile quando è così, quando sei a tu per tu con uno che hai sposato ma di cui non senti più l’odore, proprio come un profumo che ti piace tanto, l’altro con cui ti devi aprire, per davvero; è difficile smettere di essere solo pensiero e diventare corpo, e poi nemmeno più corpo ma soltanto vibrazione e assoluto.”

Da cui consegue che la suddetta giostra è solo un altro loop: la perversione imita l’ordinario, deve seguire regole, riti, finalità. Ecco: i personaggi di queste dodici storie si sentono, sostanzialmente, in trappola. È una sensazione che vivono con abbandono, con fatalismo, con una strana, indecifrabile tenerezza, con la lucidità di chi sa di dover afferrare la scintilla e non mollarla, perché è pur sempre qualcosa di forte e vivo. Le bugie private sono strategie di fuga e al tempo stesso la consapevolezza del vicolo cieco, sono un’astrazione del conformismo, la sua coscienza irrequieta (una sua versione).

Bibolotti ha il merito di allestire teatrini spietati con l’eleganza brusca del disincanto e la leggerezza pungente del gioco. Le sue sono pellicole di brutale quotidianità proiettate sulla cortina fumogena della malizia. Sono racconti pieni di mostri umanissimi, nostri amanti, colleghi, parenti, amici. Noi.

“C’è sempre bisogno di un posto soltanto nostro, un luogo che vogliamo esplorare da soli o che non esploreremo ma sappiamo che c’è, è lì da qualche parte e può darci riparo.”

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