Confrontarsi con lo sconosciuto

Una premessa doverosa, anzi opportuna: ascoltare musica continua a piacermi. E con questo intendo anche: ascoltare musica nuova. Meglio precisarlo, perché le righe che seguono potrebbero far pensare il contrario, e mi spiacerebbe se accadesse. Fine della premessa.

La fine di un anno spinge ad affrontare il rito del bilancio, inutile e seducente come ogni rito che si rispetti. Nel mio caso, ovvero nel caso di questo blog, un elemento tra gli altri è così evidente che non ha bisogno di analisi: ho pubblicato meno post. Più precisamente, l’ho fatto sempre di meno. In particolare, sto scrivendo pochissimo di musica: gli ultimi post infatti sono perlopiù dedicati alle mie letture. Tuttavia, prosegue la collaborazione con Sentireascoltare, per il quale metto la firma su tre o quattro recensioni ogni mese. Non pochissimi, ma nel complesso è una miseria, rispetto ai pezzi dedicati alla musica che sfornavo fino a qualche tempo fa. Cosa (mi) è accaduto?

Non posso negare di averci pensato, in questi ultimi giorni del 2021, giorni di festa assediati da una situazione sempre più convulsa sul fronte pandemico (incrociamo le dita). Frutti parziali di queste riflessioni sono andati a insaporire il tradizionale articolo dedicato alla classifica di fine anno, che in questo caso ha dato vita a una non-classsifica, a uno sciame di ascolti disorganici e non rappresentativi. 

Più o meno nello stesso periodo, ho lavorato a un articolo per Nazione Indiana nel quale, per farla breve, sostengo che il rock oggi vive più nei libri che nei “dischi”, qualunque cosa si intenda con quest’ultimo termine. Sintetizzando all’osso, nell’articolo sostengo che le modalità attuali di produzione, distribuzione e fruizione costituiscano un “ambiente ostile” per il rock, la cui impronta culturale è però ancora forte e perciò invita a scandagliarne l’eredità, da cui la messe di saggi e mono/biografie a tema rock.

La scrittura di questi due articoli mi ha lasciato alle prese con una sensazione sorda, il sospetto cioè di avere soltanto girato attorno alla questione cruciale, senza coglierla davvero. Ci sto ancora facendo i conti, ma a tratti mi pare di avere scorto qualcosa attraverso la nebbia. E quello che ho visto non mi ha reso certo più sereno. Riguardo al mio essere appassionato di rock (come ancora sento di essere) e di conseguenza alla voglia – al bisogno – di scriverne, mi trovo costretto a riferire quanto segue: sono più interessato a riflettere su cosa hanno fatto di me quattro decenni (circa) di ascolti che non su quello che l’ascolto di musica nuova sembra essere (o non essere) in grado di farmi. 

Provo a spiegare. In quanto ascoltatore, sono (ovviamente) il prodotto di tutto ciò che ho ascoltato, più tutta l’aureola culturale che i dischi si portano dentro e dietro (letture, visioni, concerti, i confronti con altri appassionati…). Più che una stratificazione di esperienze, è l’accumularsi di un amalgama instabile, eterogeneo, a tratti ribollente. Sotto la buccia della persona tutto sommato equilibrata che sono diventato in oltre mezzo secolo di transito terrestre, abita un ascoltatore più amorfo e oscuro di quanto non sia stato disposto ad ammettere finora. Col quale non è semplice fare i conti, casomai mi prendesse la voglia di farlo davvero.

Ecco: mi è presa la voglia di farlo. Questo confronto con lo sconosciuto ascoltatore dentro di me, è diventato importante anzi urgente. 

Non voglio con questo sostenere che si tratti di un processo generazionale o anagrafico, ma solo che per me è così. Ovvero che per me è prioritario chiarire alcuni aspetti su cui fino a ieri sorvolavo senza troppi problemi. Ad esempio: perché di alcuni artisti non mi sono mai davvero appassionato (dei Japan, ad esempio, o dei Sisters Of Mercy) pur avvertendone l’importanza? Al contrario, per quale meccanismo affettivo o mentale ho amato e continuo ad amare artisti (tipo i primi Pearl Jam) di cui con gli anni ho compreso i limiti? E ancora: è giusto/inevitabile che la biografia dell’artista determini la percezione dell’opera? In che misura la psichedelia che si portava dentro il garage era la stessa che si configurava come terreno di coltura del prog? Quanto è estesa e come si spiega l’influenza del glam nel goth? E via discorrendo.

Questioni trascurabili, forse, ma solo se non si considera l’importanza di una mappatura lucida e accuratamente dettagliata per ben orientarsi nel presente, soprattutto in questo presente arruffato, frammentato, insidioso. In conclusione, e per farla breve, credo che confrontarsi con lo sconosciuto sia più importante che continuare a nutrirlo ignorando le connessioni lacunose, le singolarità sospese, le traiettorie interrotte.

Torno alla premessa: non ho mai smesso né smetterò di ascoltare musica nuova, né di scriverne se mi verrà chiesto (e, permettetemi, se avrà senso farlo). Ma, per quanto mi riguarda, una linea è stata attraversata: esserne consapevole e renderlo noto mi pareva un pass(aggi)o doveroso. 

Buon futuro.

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