Assolutismo implicito: Vegan Holocaust di Salvatore Setola

Se la distopia sta diventando un intercalare del presente, è forse per la difficoltà a (pre)vedere ciò che ci attende dietro l’angolo dell’immediato, a spingere il pensiero oltre la linea del tramonto, dove il domani acquista uno straccio di fisionomia. Molto dipende, credo, dalla vaporizzazione del futuro come luogo in cui collocare prospettive, intenzioni, speranze: anche il futuro, come è capitato e capita a molte aree geografiche riorganizzate in funzione economica, è sempre più un non-luogo. Di certo il futuro non è più un’ipotesi, al più una protesi dell’idea stessa di – dell’abitudine al – futuro. Il futuro è un arto fantasma. 

E questo a prescindere da problemi potenzialmente (ma pure fattivamente) devastanti come la pandemia o il global warming: al contrario, se ci capita di pensare il futuro come luogo in cui bene o male abiteremo è soprattutto per il tentativo di reagire alla cupezza della situazione, di ritrovare il bandolo delle speranze e trasformarle in tentativi. Persino, casomai, in politiche. Nel caso specifico, la distopia tramata da Salvatore Setola nel suo romanzo d’esordio prende di mira proprio la sostanza e la forma di questi tentativi, ne esplora la natura facendo emergere i pericoli nascosti nel loro assolutismo implicito (ma anche esplicito).     

La struttura di Vegan Holocaust non è lineare, presentandosi come una raccolta di documenti e testimonianze (alcune post-mortem) che illuminano capitolo dopo capitolo riguardo alla situazione venutasi a creare sul finire del ventunesimo secolo, una volta crollato il sistema sovranista che ha sconvolto l’Europa per come la conosciamo oggi. Gli stati del vecchio continente tornano quindi a unirsi, ma nel segno di una nuova entità: la FEA, Federazione Europea Antispecista, la cui costituzione si deve soprattutto al successo politico di Animal Freedom, fondazione guidata da Frida Von Harden, giovane attivista tedesca votata al giainismo, anche in ragione di ciò mossa dall’imperativo messianico di abolire la mentalità antropocentrica che pone l’essere umano su un piano di superiorità nei confronti delle altre specie animali del pianeta.

Ispirandosi quindi a un ecologismo radicale e all’etica vegana, la FEA organizza la società in tre classi sociali: i biomigliori, i bioimperfetti e i bioperdenti, caratterizzati dal grado di adesione al programma antispecista (oltre alla dieta totalmente priva di carne e prodotti derivati dallo sfruttamento degli animali, è imperativo sposare in pieno la causa con opere e pensieri) e in ragione di ciò domiciliati in zone specifiche delle città (settori esclusivi per i biomigliori, quartieri anonimi per i bioimperfetti e squallide periferie per i bioperdenti). Come capita in tutti i regimi proibizionisti, carne e derivati diventano la tentazione proibita reperibile sul mercato nero, perciò i biomigliori vengono sottoposti a dei test a sorpresa per rilevare la presenza di proteine di origine animale nel sangue: in caso di positività, possono venire declassati, costretti a traslocare e conseguentemente a scendere di rango nelle gerarchie aziendali.

In obbedienza alla regola base della distopia, il controllo è il tema centrale, in particolare la sua capacità di smaterializzarsi, di filtrare nei meccanismi morali e intellettuali sia collettivi che individuali. In Vegan Holocaust le tecniche di persuasione del potere si basano su una ossessione di purezza che si erge a verità ontologica (in sostituzione dei costrutti religiosi consegnati brutalmente al passato) e stringe attorno al singolo il perimetro dell’unica dimensione possibile: quella del cittadino probo. Sfaccettature e complessità vengono quindi sacrificate sull’altare del merito biologico, frutto quest’ultimo di una combinazione viziosa tra privilegi ereditari e adesione al codice del potere. Lo slogan “biomigliori non si nasce, biomigliori si diventa” nasconde quindi un residuo di ipocrisia strumentale, così come l’affermazione di voler perseguire “una élite aperta e in continua espansione numerica”. Del resto, ossimori e contraddizioni sono i dispositivi con cui le dittature tentano da sempre di raccontarsi senza rivelarsi, a costo di ricorrere all’assurdo (come il celebre 2+2=5 di orwelliana memoria).

Al di là degli evidenti rimandi alla distopia classica – in particolare per autori citati in esergo ai capitoli come Orwell, Ballard, Huxley, Bradbury e Morselli, a cui aggiungerei senz’altro lo Zamjatin di Noi e il London de Il tallone di ferro – si avverte forte in Setola la necessità di fare i conti col presente, tanto da sfiorare spesso la dimensione di saggio in incognito (rischio che il distopico corre sempre, in verità). Vedi il tema della cancel culture, che emerge iperbolico nella rassegna stampa di opinioni impegnate a giustificare l’epurazione di qualunque opera d’arte in cui si accenni allo sfruttamento degli (o al consumo di) animali. O si prenda il ritratto di Frida Von Harden, così simile e per certi versi sovrapponibile a quello di Greta Thunberg:

“Frida Von Harden divenne presto la giovane icona progressista di cui i Paesi europei avevano bisogno per lasciarsi definitivamente alle spalle l’inferno dei regimi. Nonostante fosse poco più che una ragazzina, aveva una tenacia indiscutibile, grandi abilità oratorie, la convinzione irreversibile di trovarsi dalla parte giusta del guado e quel sorriso ottimista, rassicurante, sempre pronto a chiudere ogni frase. Il suo amore per gli animali era sincero, viscerale, totalizzante”

Si tratta, lo si sarà capito, di un romanzo tanto anomalo quanto scomodo, che certo potrebbe guadagnare al suo autore critiche e ostilità. Ma sarebbe ingeneroso, perché nella disamina asciutta e impietosa di Vegan Holocaust non vedo un attacco alle posizioni vegane, antisessiste o ambientaliste, casomai un monito: l’invito cioè a guardarsi dall’adesione incondizionata, a scorgere tra le righe dell’informazione gli addentellati della propaganda, a evitare il pensiero dicotomico e la sua ossessione algoritmica di purezza. Perché non c’è vita senza impurità, non c’è luce che non attraversi le tenebre.

“Reintegrare le tenebre significa allora ritrovare quell’unità perduta, riconoscere l’altro da sé dentro di sé, la possibilità del male insita nella propria storia e nel proprio destino. Significa ammettere che ogni identità è un’identità complessa, che in noi non può esistere purezza alcuna.” 

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