Sulla soglia, sempre: Everyman di Philip Roth

“Quanto tempo potevi passare guardando l’oceano, anche se era l’oceano che amavi da quando eri un ragazzo? Per quanto tempo poteva guardare la marea salire e scendere senza ricordare, come avrebbe potuto fare chiunque mentre fantasticava guardando il mare, che la vita gli era stata donata, a lui come a tutti, casualmente, fortuitamente e una volta sola, e non per un motivo conosciuto o conoscibile?”

Siamo così abituati all’imperio della trama e quindi all’eventualità – alla minaccia – dello spoiler, che di fronte a un romanzo così c’è il rischio di rimanere fin da subito disarmati. Ed è un bene. Philip Roth chiarisce già dalle righe iniziali come finirà: il protagonista muore. Per le restanti 123 pagine di Everyman la sua esistenza viene ripercorsa in un confronto spietato – verrebbe da dire lapidario – tra vita e morte, quest’ultima una luce che si fa via via più diffusa e spiovente. Dalle prime, già profonde ancorché infantili tracce di consapevolezza fino ai segnali di decadimento fisico, opposti e paralleli come in un binario alle manifestazioni di esuberanza vitale (e sensuale), Roth conduce il lettore lungo un bilancio asciutto, inappellabile, l’unico che realmente conti anche se (proprio per questo) il più rimosso.

La cassetta degli attrezzi del grande scrittore di Newark è lì, pronta per l’uso, ma entra in azione con sobrietà, come una cartina al tornasole che fa emergere la vanità degli slanci, del tasporto, dei colpi di testa (e lombi) capaci di travolgere equilibri e affetti. La parabola dell’anonimo protagonista – senza nome un po’ perché in lui si cela evidentemente lo stesso Roth, e un po’ per sottolineare che è a tutti (everyman, appunto) che si allude -, le sue vicissitudini, si accartocciano una dopo l’altra assieme al logorarsi del corpo, al processo naturale vissuto come un tradimento sconcertante, perché in esso il traditore coincide con il tradito.

È così almeno fisicamente: lo spirito – qualunque cosa significhi – diverge, fatica ad accettare questa identità così crudele e beffarda, spinge sulla soglia sempre più sottile della negazione (ad esempio grazie all’arte, come appunto fa il protagonista), soglia sulla quale a ben vedere ci aggiriamo per tutta la vita. Proprio questa consapevolezza è l’unica possibile illuminazione: inutile, vana, come tutto il resto. Ma non perciò meno degna di essere vissuta. E raccontata.

Un’altra cosa che mi piace sottolineare è l’importanza dell’io narrante: una terza persona che è una prima persona mancata. È come se la penna galleggiasse tra la neutralità del narratore e il dramma esistenziale di colui che è narrato, e che si tratti di una scelta meditata, cruciale: Roth sembra essersi voluto sottrarre a un’eccessiva identificazione, prende le distanze (ma non troppo) e così facendo denuncia il costo emotivo di questo lavoro, squarcia per così dire lo stesso sipario su cui proietta la storia. La morte o meglio il pensiero della morte rimane così il lupus in fabula, la pistola nel cassetto, il coltello sotto il cuscino in ogni pagina. Lo è per l’economia del racconto così come per il suo senso, forte e impellente. Per l’autore e per tutti noi.

Alla luce di tutto ciò, Everyman potrebbe essere considerato un breve ma intensissimo – definitivo – romanzo di formazione. Se non è un capolavoro, è solo alla luce della formidabile bibliografia di Roth.

“Perché la più inquietante intensità della vita è la morte. Perché la morte è così ingiusta. Perché quando uno ha gustato il sapore della vita, la morte non sembra neppure una cosa naturale. Io credevo, dentro di me ne ero certo, che la vita durasse in eterno”

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