Tra ideale e vita: Maida Vale di Michele Benetello

Eros e Thanatos. Amore e morte. Ogni storia, a ben vedere, non parla che di questo. La stessa cosa che il protagonista di Maida Vale – romanzo d’esordio di Michele Benetello, giornalista (per Mucchio Extra e Dynamo tra gli altri), blogger e musicista – pensa delle canzoni. Giusto che lo pensi, perché se è vero che c’è una canzone adatta a raccontare ogni momento della vita, la vita da par suo non fa altro che oscillare tra quei due estremi: amore e morte.

La vicenda ha inizio nel 2006, in autunno per la precisione. Probabilmente non c’entra nulla, ma in quegli stessi giorni negli USA si consumava la crisi dei subprime, vale a dire l’innesco del domino che avrebbe provocato il tracollo economico del 2007/2008 e chiarito qualche aspetto non proprio simpatico riguardo a ciò che il ventunesimo secolo ci avrebbe riservato (al netto di pandemie e collassi degli equilibri climatico/ambientali). Ma probabilmente, ripeto, non c’entra nulla.

Il protagonista di questa storia, dicevamo, è anonimo, aspetto che Benetello gestisce con abilità, rendendolo trasparente alla narrazione (confesso: me ne sono reso conto non prima di avere voltato una cinquantina di pagine). Un anonimo impiegato di mezza età, appassionato di musica, con un livello di insofferenza nei confronti dei compromessi ormai oltre il livello di guardia. Alle sue spalle c’è un matrimonio naufragato e ancor prima una relazione spenta senza altri motivi che non il suo carattere spigoloso, la consapevolezza che la differenza di età e di classe sociale (la ragazza in questione, Elisa, è molto più giovane di lui e di ottima famiglia) avrebbero rappresentato un ostacolo invalicabile.

Ed ecco entrare in gioco il destino, sotto forma di incontro casuale: durante una zingarata in direzione Oktoberfest con gli amici di sempre, il nostro anonimo protagonista incontra in un autogrill proprio Elisa, assieme al di lei figlio nato da un matrimonio nel frattempo anch’esso finito male. È la scintilla che mette in moto una serie di piccoli e grandi conflitti, perturbazioni emotive e sentimentali che s’irradiano dai molti conti aperti del passato e scuotono le fondamenta di un presente troppo irrisolto per stare in piedi, neanche se a puntellarlo c’è un orgoglio incarognito e la convinzione granitica di avere scelto di stare dalla parte giusta, anche se è la più grigia, insoddisfacente, sterile.

Tra le schermaglie con il ricchissimo amico Simone (la cui vita è sull’orlo di una svolta sorprendente), con i familiari (una madre anaffettiva e un fratello succube della moglie) e con Elisa (tenacemente intenzionata a chiarire i motivi dell’antica rottura), aleggia il fantasma di una vecchia lettera che il protagonista non ha mai voluto aprire, vero e proprio paradigma di tutto il suo atteggiamento nei confronti del mondo.

Toccherà al finale, ovviamente, sciogliere i nodi e chiarire ciò che è oscuro, ma quello che conta sta – altrettanto ovviamente – in itinere, nella prima persona aspra, voluttuosa e generosamente (graziaddio) scorretta, da qualche parte tra l’ironia caustica di Mordecai Richler e il disincanto umorale di Nick Hornby, quest’ultimo da tirare in ballo anche per il costante (ma non invasivo) affiorare di canzoni a punteggiare risvolti e stati d’animo, a dare senso a frammenti di memoria e palpiti sconclusionati del cuore.

Michele Benetello (da Facebook)

Ne esce il ritratto spietato e snervante di un uomo (maschio sì, ma decisamente non alpha) in cerca di dimensione, sospeso tra ideale e vita, incapace di scendere a patti perché esausto, arrivato sul bordo scivoloso della mezza età con la consapevolezza delle gomme lise e del serbatoio quasi vuoto. Chiamatela se volete lucidità: è assieme la sua forza e la sua debolezza. Dipende dal punto di vista – dalla trincea – che di volta in volta si sceglie. Perché il punto è questo: che cazzo di vita stiamo vivendo? In quale cazzo di vicolo cieco ci stiamo cacciando?

Benetello se (ce) lo chiede praticamente in ogni riga, ma riesce a non farlo sembrare né un cappio né una pistola puntata. La sua scrittura zampilla, aggredisce, diverte. Ti travolge con dettagli di cui sul momento non cogli l’importanza (tipo quello che dà il titolo al libro) ma poi restano lì, a comporre il mosaico smarrito di un sentimento, il battito ventrale di un’intera esistenza.

Certo, è una prova d’esordio e quindi non mancano le debolezze, vedi un paio di personaggi un po’ troppo precari, quasi dei cartonati (l’amico Alfonso e il nipote sedicenne), ma nel complesso è un romanzo forte, che stringe il cuore. Soprattutto se anche tu, nel profondo, credi che una canzone – pop, rock, non ha importanza – possa saldarsi così tanto alla vita da esserlo essa stessa.

Come ad esempio Speak To Me Someone dei Gene.

I’m drunk for your love
Speed into my life
Speak to me now
Just speak to me someone
For I know your taste
And I can supply

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