Cupa commedia umana: Inviato a giudizio di P.P. Parpaglia

Il “metodo” Parpaglia ormai è chiaro: un romanzo via l’altro, i personaggi si passano il testimone in un viaggio a tappe nel cuore spesso fosco e immancabilmente intricato dentro e fuori le aule di giustizia, ovvero i luoghi in cui si consuma l’attrito tra vita e legge.

Stavolta il ruolo principale tocca a Giovanna Mameli, giornalista più o meno cinquantenne, già protagonista marginale ma decisiva del precedente Vendetta privata. Ingaggiata da un grande quotidiano milanese, lascia “per la prima volta” la Sardegna per una non meglio precisata città della penisola, dove ovviamente deve occuparsi di cronaca locale ma finisce presto per incuriosirsi di un fatto anomalo di giudiziaria, un fatto di sangue a cui stranamente nei mesi precedenti i media – compreso il suo giornale – non avevano concesso adeguato risalto.

Giovanna assume quindi un ruolo primario in questa vicenda che è però corale, col punto di vista che diventa spesso e volentieri quello dell’avvocato Giulio e del suo assistente Alessandro. Proprio a questi ultimi tocca occuparsi di difendere il presunto autore del suddetto fatto di sangue, l’eroinomane Nicola, incriminato di omicidio intenzionale con prove evidenti a carico: quello che si dice un tipico caso disperato.

Il fiuto di Giovanna e l’intuito di Alessandro, uniti al mix di esperienza e acume di Giulio, incrineranno il castello accusatorio portando alla luce risvolti torbidi e un catena di implicazioni che capitolo dopo capitolo si schiude come un fiore velenoso.

Avvocato nella vita reale e scrittore dalla penna limpida, Parpaglia sembra divertirsi a escogitare casi limite in cui le sottigliezze tecniche, il fattore umano (debolezza, ambizione, falsità, lussuria, desiderio di vendetta, pura e semplice malvagità…) e il caso intrecciano trame dagli sviluppi imprevedibili eppure frutto del quotidiano, effetti collaterali del consesso civile, come un rumore di fondo impossibile da eliminare perché – appunto – connaturato al sistema.

Anche giocando “in trasferta”, senza ricorrere cioè all’immersione nel groviglio “esotico” di tradizioni sarde (i cui aspetti suggestivi e perniciosi costituivano ingredienti essenziali dei romanzi precedenti), Parpaglia non perde l’agilità né la fragranza, scolpisce situazioni e personaggi con tratti essenziali e brillanti, pescando con disinvoltura da un campionario di storie e umanità che evidentemente rappresentano il suo pane quotidiano.

Il risultato è un giallo dai risvolti cupi, un legal thriller intriso di leggerezza, una “commedia umana” condita di strisciante cinismo: comunque lo si voglia catalogare, Inviato a giudizio rotola su un piano inclinato come una testa tagliata, chiudendosi in un finale che sa di crepuscolo.

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