Zona oscura: SadAbe – Mature

Penso della letteratura erotica quello che penso della letteratura di genere: se l’obiettivo è stabilito in partenza, diventa perlopiù una questione di abilità, di tecnica, di stile. Ogni libro diventa così una specie di patto col lettore: leggimi e troverai quello che cerchi (o almeno questa è l’intenzione). Quello che cambia è, almeno si spera, il come lo troverai. Con buona pace della sorpresa, dell’avventura, della frattura che un libro può segnare tra il prima e il dopo averlo letto. Nulla di male in questo. Nel senso che non vedo niente di male nell’intrattenimento puro. Va detto poi che, per fortuna, la purezza non esiste e perciò spesso – o almeno nei casi migliori – la letteratura di genere degenera in altro, si tratti di noir, gialli, thriller, sci-fi o, appunto, erotica.

Venendo a Elena Bibolotti, senza dubbio nelle sue opere mi ha abituato a un ricorso sistematico ma estremamente franco e persino demistificato al sesso, come se fosse il rumore di fondo di una tragicommedia umana contemporanea, l’orlo scivoloso di un “osceno” alla cui forza gravitazionale nessuno sfugge, punto di fuga accettato anche se (proprio perché) inconfessato. La sua può essere definita (è) narrativa erotica? Probabilmente sì, ma a patto di non considerare l’aggettivazione un limite. Per farla breve, è letteratura che utilizza al bisogno la cassetta degli attrezzi dell’erotismo. Si tratta di un bisogno ricorrente? Certo che sì.

Nei suoi romanzi, nei suoi racconti, c’è molto sesso. Sesso che lubrifica le convenzioni, le orienta, ma che allo stesso tempo le sgrana e disarticola, le spinge all’angolo, fa emergere i conflitti tra biologia, psicologia e modello sociale. Tra emozione e ambizione. Tra ragione e desiderio. Sesso quindi come grammatica consueta ma ingovernabile, liberazione senza libertà. E ancora sesso che scivola verso l’estremo, attratto dal punto di rottura dove si fa crepa e da cui il fattore umano sciama, travolge la convenienza, incrina la forma fino alla superficie. Eppure, oppure: sesso come slancio vitale, autoaffermazione, il modo più umano e rischioso per dire “io”. No, nessuna purezza. Quello che è di genere, grazie al cielo, degenera.

Oggi Bibolotti si impone uno pseudonimo – SadAbe, in onore di Sada Abe, geisha la cui vicenda fu portata sullo schermo da Nagisa Ōshima in Ecco l’impero dei sensi (1976) – e s’inventa un progetto, SadAbeStories, collana dedicata all’erotismo in chiave realistica, col dichiarato scopo di “portare i mostri in prima pagina”. La raccolta di racconti Mature va quindi considerata il primo passo di un percorso che si preannuncia interessante: messa al centro la donna non più giovane, socialmente realizzata ma in bilico su una altrettanto sociale (convenzionale) sfioritura, le nove storie indagano la zona oscura sotto la scorza dello stereotipo, quest’ultimo variamente sovrapponibile ai tag che nel calderone del web – non necessariamente in ambiti porno – la vedono categorizzata come milf, cougar o appunto “mature”.

Quando il punto di vista è femminile, lo speculo della narrazione – ora in punta di fioretto e ora di sciabola – porta allo scoperto smarrimento, determinazione, trasporto, fendenti di cinismo e un ribollire di sentimenti feriti. Quando lo sguardo si fa maschile ad affiorare è invece un’ipnosi rappresa, succube tanto del desiderio quanto del proprio ruolo conseguente al desiderare. In entrambi i casi, il re(ale) è nudo e si mostra in tutta la sua normalissima crudeltà. Il maschio non ne esce certo bene, ma SadAbe/Bibolotti evita di puntare l’indice accusatore contro una parte, dissolve il perimetro della colpa, illumina il tortuoso rapporto (questo sì osceno, etimologicamente parlando) tra vittima e prevaricatore. Tutto ciò grazie anche al vizio di stuzzicare le piaghe sotto la seta, di sbucciare il perbenismo fino a mettere a nudo l’aspro della polpa.

La casalinga “vestita Hermes”, la scrittrice di romanzi che “finiscono subito in economica”, la prof alle prese con un “pacchetto regalo”, la psicanalista che si concede a un ragazzo che potrebbe essere suo figlio (lei che di figli non ne ha), e poi la regressione felliniana del senatore, lo studente di buona famiglia irretito dalla “quasi zia”, l’assedio del bagnino sedicenne alle grazie inarrivabili dell’autorevole giornalista… Si leggono con piacere, e fanno un po’ male, queste brevi “storie vere con del sesso attorno” anzi dentro, nel profondamente superficiale di un’epoca abituata a non soffermarsi, forse per paura di quello che potrebbe vedere.

(Ecco, appunto: il sesso come fermo immagine. Emozione solidificata. Tempo fuori dal tempo. Pensiero che guizza nella spuma dei sensi. Il sapore sconcio e stordente della parola “io”).

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