Protagonista riluttante: in memoria (e un ricordo) di Charlie Watts

Charlie Watts è il protagonista involontario di uno dei miei ricordi più preziosi ed enigmatici. Uno di quelli che nel tempo si trasformano in altro, diventano piccole allucinazioni retroattive, finché non sai più dire bene dove finisca la memoria e dove inizi… Cosa? Il sogno? L’illusione? Il desiderio?

Comunque sia, ecco il flashback: accadde a Pisa, nell’autunno del 1986. Una mia zia aveva subito un complicato intervento all’anca, operazione che durò molte ore. Mia madre non voleva saperne di lasciare l’ospedale neanche per un minuto in attesa di notizie sulle condizioni di sua sorella. Io e mio padre decidemmo invece di uscire per uno spuntino. L’ospedale di Santa Chiara si trovava (si trova) in pieno centro storico, a due passi da Piazza dei Miracoli. È a questo punto che il ricordo assume l’aspetto distorto e iperreale di certi sogni o di una sequenza vista attraverso un acquario.

Io e babbo uscimmo dall’ospedale e ci dirigemmo verso la celebre piazza della Torre Pendente alla ricerca di uno snack bar. Non facemmo che pochi passi quando un’automobile di grossa cilindrata, coi vetri oscurati, accostò proprio nel punto in cui avevamo deciso di attraversare la strada, obbligandoci a fermarci. Lo sportello posteriore dell’auto si aprì e ne uscirono una donna e un uomo, entrambi sorridenti, i volti avvampati di eccitazione. Riconobbi uno di quei volti con un sussulto: era quello di Charlie Watts.

Rimasi impietrito. Non feci e non dissi niente. Nel giro di pochi istanti Watts e compagna (la moglie?) vennero inghiottiti da un portone (di un museo, di un albergo o di un ristorante, non saprei dire). L’auto ripartì e mio padre, come se niente fosse, proseguì verso Piazza dei Miracoli. Lo raggiunsi e balbettai: “l’hai riconosciuto?”. No, non lo aveva riconosciuto. Aggiunsi con poca convinzione: “era il batterista dei Rolling Stones“. Lui ne prese atto e proseguì alla ricerca dello snack bar. Fine della storia.

Ho ripensato mille volte a questo episodio, tanto da farne una piccola leggenda privata. Col tempo, strati di incredulità si sono sovrapposti rendendola simile a un miraggio. Ma come potrebbe non essere accaduto? Nell’opacità dei dettagli, sempre più indistinti dietro la palpebra degli anni, il volto di Charlie mentre scende dall’automobile rimane un fotogramma lucidissimo. La sua espressione – lo sguardo acuto e quel ghigno vagamente beffardo – è scolpita con nettezza immutabile in qualche cassetto della mia mente che apro spesso e senza difficoltà. Posso vederlo chiaramente, anche adesso.

All’epoca i Rolling Stones non erano la mia band di riferimento: ahimé, dovevo ancora smaltire la pesante ubriacatura heavy metal. Ricordo con chiarezza un’intervista dell’epoca in cui Ian Gillan sosteneva che i Deep Purple erano ancora la migliore rock band del mondo DOPO i Rolling Stones. Un’affermazione che mi suonava strana perché, ok, i Deep Purple negli 80s erano quasi una moneta fuori corso ma gli Stones, suvvia, come potevano competere? Roba anni Sessanta. Che dire, lo pensavo per pura, sacrosanta ignoranza. Non avevo neanche un loro disco, non avevo mai ascoltato Let It Bleed o Sticky Fingers per intero, solo pezzi sparsi. Il motivo? Non mi interessavano. Ciononostante, li conoscevo. Certo: chi non li conosceva? E come non riconoscere Charlie Watts?

Il video di Start Me Up, quello di Undercover Of The Night, quello di Harlem Shuffle: queste le tre fonti visive a cui più mi ero abbeverato nel periodo, grazie alla mai troppo rimpianta Videomusic. In quei piuttosto celebri clip, Charlie era una presenza marginale, occupava pochi fotogrammi sfuggiti al magnetismo animale di Jagger in primis e di Richards/Wood in seconda battuta, con Wyman invece a bazzicare come lui nelle retrovie. Già fin da quei pochi segnali, Watts mi appariva come il corpo estraneo che equilibrava la natura feroce, lussuriosa, sguaiata della band. Al contrario del torvo Wyman, che al più sembrava alle prese con una rocciosa carenza di empatia, Watts esercitava un distacco tenace e vagamente (auto)ironico, prendeva le distanze nel momento stesso in cui macinava il tempo con maestria implacabile. Sembrava, come dire, il sostituto di se stesso, piovuto su quello sgabello per uno scherzo del destino e animato da una gran voglia di tornare a fare i conti con qualcos’altro.

Se avessi avuto qualche cognizione biografica in più, avrei potuto ipotizzare che quel “qualcos’altro” altro non era che l’amato jazz. Quello stesso jazz che lo ammantava di un alone assieme autoritario e spiegazzato, quel jazz che rappresentava il quarto di nobiltà innestato come un fusto d’avorio nella spina dorsale del sound stoniano, implicito nelle movenze selvagge dei blues e dei frenetici rhythm and blues, presenza omeopatica nei country rock intrisi di sesso e malanimo, percepibile come un fantasma nel rock coriaceo e tagliente della cuspide tra 60s e 70s. Quel jazz che non esclude affatto inquietudine e irrequietezza ma le colloca su frequenze diverse, le sottopone a una disciplina stilistica, formale, estetica che può assumere l’aspetto di una cortina fumogena, soprattutto se si è abituati alla strategia di fratture spudorate del rock e degli Stones in particolare. Dietro a questa cortina, Charlie Watts si riparava sempre. Il suo drumming era (è) asciutto, del tutto funzionale al pezzo, non cerca(va) effetti o abbellimenti perché consapevole che il ruolo di un motore o di un cuore è, per abusare di una fromula assai trita, invisibile agli occhi. Deve esserlo.

Se all’epoca avessi avuto lo sguardo e l’attitudine che a sedici anni non potevo permettermi, avrei saputo che in quello stesso 1986 era stato pubblicato Live At Fulham Town Hall, album a firma The Charlie Watts Orchestra, in scaletta sei standard di autori come Charlie Parker, Benny Goodman e Lester Young, vertigini be-bop e frenesia fastosa da big band, roba insomma che t’immagini Charlie in bilico sui tamburi attraversato da una scossa continua di pura gratificazione, di euforia limpida, di generosità complice. Forse perfino – chissà – di felicità. E chissà che questo non spieghi la luce che vidi sul suo volto in quel fugace incontro pisano.

Charlie Watts ha avuto i suoi guai. Dipendenza da eroina, soprattutto. E un tumore alla gola. Si è lasciato alle spalle entrambi, ma alla fine a tradirlo è stato il cuore. Un contrappasso curioso, tenuto conto quanto abbia saputo dominare il battito, sempre, con la stessa padronanza puntigliosa ed elusiva, pur nelle varie declinazioni ritmico/stilistiche che ha dovuto affrontare nelle molte stagioni stoniane: blues, RnB, country, rock, soul, funky, reggae… E sempre con quella faccia un po’ così, da attore non protagonista anzi da comparsa riluttante, da persona normale coi tendini foderati di talento e un istinto prodigioso per la curvatura degli attimi. Più che da rockstar, aveva la postura di un artigiano, di un sarto chiamato a tessere le fila di un tumulto senza precedenti, probabilmente irripetibile.

Gli Stones sono sopravvissuti al tempo, a se stessi, alla morte di Brian Jones, alla fuoriuscita di Mick Taylor e di Bill Wyman. Ma senza Charlie Watts non sono più gli Stones. Non possono più neppure permettersi di fingerlo.

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