Nuovi paradisi e altre apocalissi: Oryx e Crake di Margaret Atwood

Snowman è un sopravvissuto. A cosa? Lo scopriremo capitolo dopo capitolo, un flashback via l’altro, mentre la realtà rivela il suo stravolgimento post-apocalittico abitato da esseri mutati, sia animali che esseri umani, questi ultimi appena una tribù, prototipi di una nuova umanità teoricamente priva di tutto ciò che ha generato nevrosi, dolore, sopraffazione e distruzione sul pianeta Terra ai tempi dell’antropocene.


Snowman è il protagonista di Oryx e Crake, romanzo pubblicato da Margaret Atwood nel 2003 e appena ristampato da Ponte alle Grazie. Il vero nome di Snowman è Jimmy. Ovvero: Jimmy è il suo vecchio nome, quello dell’identità precedente, quando era uno studente di lettere e poi pubblicitario di un certo successo. Nulla a che vedere con la carriera del suo amico di sempre Crake – nome fittizio mutuato dal videogame online Extinctathon -, un vero e proprio genio, divenuto in breve tempo responsabile di un progetto segreto della RejoovenEsense, azienda produttrice della miracolosa pillola BlyssPluss. Chiuso nella cupola ipertecnologica detta (emblematicamente) Paradice assieme a un team di genetisti (composto in realtà da un gruppo di giocatori online riuniti sotto il nome – palindromo – di MaddAddam), Crake sta mettendo a punto ben più che un farmaco: una vera e propria ridefinizione della realtà, una nuova genesi.

I flashback febbrili di Jimmy/Snowman sono il suo modo di darsi una spiegazione dell’accaduto, di accettare d’essere stato – di essere ancora – una pedina della partita a scacchi col destino giocata da Crake. E Oryx? Anche lei è una pedina? O è invece una complice mossa da un ben celato desiderio di vendetta contro quel genere umano che ne ha fatto un oggetto sessuale fin da quando era bambina? Difficile a dirsi.

Ancora più difficile è capire cosa si agiti davvero dentro lo stesso Snowman, quanto risentimento, quanto rimpianto, quanta rabbia, quanta disperazione, quanta devozione, quanta soggezione e puro rispetto per un ruolo che sente di essere più grande di se stesso. In realtà l’azione si svolge in gran parte dentro di lui, nel dipanarsi della sua memoria, nello sfogliarsi delle sue turbe emotive.

Margaret Atwood

Più che quello di ultimo uomo – L’ultimo degli uomini era il titolo italiano scelto nel 2003 – Snowman si trova a incarnare lo scomodo ruolo di anello di congiunzione tra un passato (il nostro presente, più o meno) drasticamente cancellato da Crake, e un futuro ipoteticamente più semplice e ingegneristicamente pianificato/pacificato. Intanto però c’è il problema del presente, un laboratorio atroce all’aria aperta, dove animali geneticamente modificati (proporci, calupi, moffoni…) si spartiscono le macerie della civiltà, rendendo il mondo un luogo atavico, ostile. Proprio questo cortocircuito tra il massimo della tecnologia e il grado zero della civiltà rappresenta il motore del romanzo, primo capitolo della “trilogia di MaddAddam” che ha convinto il canale Hulu a mettere in cantiere la relativa serie TV. Ci sono tutte le premesse affinché, dopo The Handmaid’s Tale (prodotto sempre da Hulu), la Atwood si confermi una grande creatrice di immaginario contemporaneo.

Forse il segreto di questo successo va ricercato nel formidabile tempismo, ovvero nella capacità di leggere le linee di forza di ciò che sta accadendo nella filigrana del reale e condurne gli sviluppi fino ad esiti parossistici (poco importa che quando la Atwood ha scritto questo libro il web aveva appena iniziato a diventare centrale per le nostre esistenze), così da rivelarne la natura intima e spesso, ahinoi, tossica.

Nel caso specifico, assieme al tema dell’ingegneria genetica – ovvero alle possibili, disastrose conseguenze nonché alle ricadute etiche inerenti la sua applicazione – e a quello della prevaricazione sessuale collegata alla supremazia economica e (presunta) culturale, se ne irradiano altri forse laterali ma che l’attualità rende nevralgici, come ad esempio la percezione della pandemia attraverso i media, le cui derive complottiste nella fattispecie sono più che giustificate.

“Parrebbe uno splice supervirulento. Se si tratti di una mutazione avvenuta nel corso di un salto di specie o di una creazione premeditata, nessuno può dirlo”

Lettura agile, a tratti ipnotica, un crogiolo di tensione claustrofobica condita da infusioni di surrealismo grottesco e strisciante ironia, in questo senso quindi ballardiana. Inevitabile recuperare gli altri due titoli della trilogia.

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