Rivoluzioni e trasformazioni: Due vite di Emanuele Trevi

Perché scrivere un libro tanto breve quanto intenso su due persone in fondo così diverse, per quanto accomunate dalla stessa professione (scrittori) e da una fine prematura? Una possibile risposta:

“Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene.”

Anche il titolo, quindi, va reinterpretato in senso più ampio: non si riferisce tanto ai due protagonisti del racconto – Pia Pera e Rocco Carbone – quanto alla vita duplice che tocca a ognuno di noi.

Due vite non è, evidentemente, una doppia biografia. Non ne ha le intenzioni né il passo. Come già ha fatto con Sogni e favole, Emanuele Trevi srotola un memoir assieme caldo e leggero, capace di ricorrere all’aneddoto curioso e persino divertente ma senza mai perdere la rotta del necessario, riuscendo a passare dal dettaglio apparentemente inessenziale alla riflessione profonda in un battito di ciglia.

No, non si tratta di una doppia biografia: casomai di un tributo, di un atto d’amore in cui il perno è Trevi stesso come anello di congiunzione tra due esistenze che accidentalmente non sono più tra noi. Fra i tre ci fu amicizia vera, eppure i ricordi si concentrano sulla distanza, sulla resistenza al perdersi, su quei pochi, cruciali eventi che stabilirono la parabola di personalità tanto ricche e complesse.

“Di chi possiamo dire con certezza che ha avuto una vita felice, o infelice? Non è forse, di ogni emozione che accade davvero in noi, di ogni parola davvero importante, vero anche il contrario?”

Trevi opera un doppio scavo: racconta l’individuo dietro il personaggio pubblico e l’individuo dietro l’astrazione – o generalizzazione – di un qualsivoglia ritratto “psichiatrico”. Proprio questo rifiuto di ricorrere al cassetto degli attrezzi della psichiatria, ovvero della sua attitudine a ridurre a patologia tutto ciò che oltrepassa gli schemi, offre lo spunto per una considerazione memorabile sulla letteratura:

“Al contrario, la letteratura deriva la sua stessa ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità. E dunque la letteratura, se parla di una malattia, non potrà che trasformarla in una malattia senza nome (…)”

Dietro la filigrana della gravità – di quella mancanza agrodolce che Trevi sa rendere dolorosamente vera ma senza rovesciarne il peso sul lettore – si avverte una vibrazione, come un brivido lungo e costante: ed è il piacere nutritivo di scrivere. La scrittura che permette di restituire vita alla memoria e dipanare il groviglio di ciò che siamo, con un lavoro paziente e avventuroso. Perché è già dentro di noi quello che ha bisogno di trovare voce.

“Le vere rivoluzioni sono trasformazioni: di ciò che sappiamo, di ciò che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi. Perché è vero solo ciò che ci appartiene, ciò da cui veniamo fuori.”

Sicuramente tra gli obiettivi (centrati) di questo libro c’era ricordarci quanto l’opera di Pia Pera e Rocco Carbone meriti di essere scoperta (nel mio caso) e riscoperta, ma resta un piccolo ibrido dai molti risvolti, dalle molte e preziose conseguenze. Trevi sta mettendo a punto una magnifica arte del pretesto, di cui gli sono sempre più grato.

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