Meraviglioso terrore bianco: Khatru di Riccardo Pro

Circa due anni fa lessi un manoscritto. Me lo spedì un conoscente, o un amico, se preferite (non è così facile oggi stabilire il confine tra le due categorie). Ogni tanto capita che un conoscente/amico mi chieda un parere su un testo. Non sempre si tratta di una situazione piacevole: in primo luogo perché non sono affatto un editor, le competenze su cui posso contare sono quelle di un qualunque lettore, idem per l’autorevolezza, il che rende problematico esprimere giudizi e critiche; in secondo luogo perché spesso questi manoscritti hanno bisogno – appunto – di critiche puntuali e in qualche caso spietate. Ma il manoscritto che mi inviò Riccardo Pro ebbe su di me un effetto particolare: si divorò il tempo. Lo lessi in treno, mentre scendevo in Puglia per una presentazione, in una calda giornata estiva del 2019. Il viaggio scomparve, divorato dalla lettura. Girata l’ultima pagina, feci i conti con la tipica, peculiare soddisfazione del lettore che ha trovato ciò che desiderava (ovvero più di quanto potesse immaginare), nonché con lo sbalordimento per la forza di quel romanzo, il quale oltretutto rappresentava per l’autore il potenziale esordio nel mondo della narrativa. Una cosa mi era chiara: meritava assolutamente di essere pubblicato.

Riferii le mie impressioni a Pro, lo incoraggiai e gli consigliai un paio di editori. Quindi passarono i mesi. Finché non arrivò la notizia che mi aspettavo: Khatru avrebbe visto la luce per Eretica. Arrivò anche un’altra notizia, che non mi aspettavo: ero invitato a scrivere una prefazione. Ci pensai qualche ora, combattendo col senso d’inadeguatezza. Infine accettai.

Ve la propongo di seguito. Consideratela – se volete – una recensione.

Un esotismo ostile e meraviglioso

Tutta colpa di un lungo viaggio in treno. Mi piacciono, i lunghi viaggi in treno. Non mi spaventa passare molte ore mentre fuori dal finestrino il paesaggio viene risucchiato da un precipizio orizzontale, sgranando stazioni come un rosario geografico, incrociando sguardi rapidi con i compagni di viaggio, immerso nel vago stupore del contatto occasionale con individui tanto reali eppure così transitori. Il treno è un mezzo di trasporto, certo, ma anche una capsula del tempo, una dimensione. “Se no a che serve un treno”, cantava Battisti su testo di Panella in una delle canzoni più riuscite della sua sorprendente produzione tarda. Insomma, avevo davanti a me un bel po’ di ore di inazione forzata, ideali per dare sfogo a uno dei miei vizi preferiti, che poi sarebbe: leggere. C’era un manoscritto (è strano chiamare così un file di testo, ma le convenzioni vanno rispettate) che aspettava nel mio tablet da qualche giorno. Viste le circostanze, decisi che era arrivata la sua ora. Conosco il suo autore – Riccardo Pro – da qualche anno, ma come musicista (compositore, batterista, bassista e cantante) degli ottimi Samsa Dilemma, non certo come scrittore. Perciò mi stupì non poco ricevere da lui quel manoscritto. Con quel titolo strano, poi: Khatru. Mi ricordava ovviamente un pezzo degli Yes, band che non ho mai troppo amato. Il titolo di quella vecchia canzone ampollosa e trafelata è Siberian Khatru, quindi avevo almeno due appigli, uno musicale e uno geografico. Nient’altro. Troppo poco e troppo vaghi perché potessi reputarli indizi attendibili. La lettura si presentava quindi come un autentico salto nel buio, del quale non potevo certo immaginare l’altezza né la destinazione.

È difficile descrivere cosa mi è accaduto durante quelle ore di scivolamento inconsapevole e rapito lungo la costa adriatica. Comunque, ci provo: in quel “luogo” sospeso tra partenza e destinazione, in quella capsula di tempo pressurizzato, con le coordinate che si sgretolavano e ricomponevano di continuo, nel vago e piacevolissimo sbalordimento insomma che sempre mi procura viaggiare sui binari, il romanzo di Pro ha rappresentato una bolla ulteriore, un bozzolo che ne conteneva altri, stratificati, stranianti, impensabilmente vasti. Mi ha inquietato e divertito, mi ha trascinato sul bordo di abissi invisibili, ha squadernato scenari di un biancore crudele e spinto brividi gelidi a risalirmi le caviglie e la schiena. Il linguaggio, i caratteri, la tensione tra i personaggi, definiva un codice umano sottilmente alieno, stabilendo una frattura insanabile dal qui e ora. Ecco, proprio in quella frattura si gettava il racconto, pompando nel motore il carburante di un’azione ora distesa ora feroce, remota e persino esotica (di quell’esotismo ostile e meraviglioso che coincide col cuore stesso di certe avventure), eppure in qualche strano modo radicata nel qui e ora.

Siamo nella prima metà del ‘600, nella foresta siberiana della Yakuzia. La vicenda scorre densa e implacabile nel corpo cavernoso della Storia, dove avidità e vendetta guidano i due antagonisti, li possiedono come spettri, spingendoli a forzare le proprie convinzioni, la fedeltà alla causa, il lago nero dei sentimenti in uno scontro a distanza che racchiude tanti misteri quanti ne rivela. A tal proposito: non è compito di una prefazione rivelare, ma casomai – per come e quanto le è possibile – preparare il terreno, suggerire una disposizione d’animo. Ecco, se c’è un aspetto fra i tanti che mi ha sorpreso (e conquistato) di questo romanzo d’esordio di Riccardo Pro, è la capacità di costruire un contesto che mette in crisi il quotidiano, la cosiddetta normalità, suggerendo una diversa grammatica di relazioni, una scala di valori distorta che forza la linearità delle prospettive. Tutto questo spinge il lettore sulla soglia del perturbante, modifica la temperatura, la densità, la conducibilità elettrica dell’aria, ridefinisce l’ambiente in cui si è invitati ad assistere al dipanarsi della trama.

Pro esibisce insomma una padronanza rara, raramente riscontrabile in un esordiente. Lo stile e il taglio sono orchestrati con equilibrio, ma col preciso scopo di dare luogo a vertigini improvvise. Vedi anche la scelta di alternare l’io narrante tra i due personaggi/antagonisti, espediente di certo non originale ma per nulla gratuito, finalizzato cioè ad innescare un continuo scarto di angolazione, a rivelare sfaccettature pagina dopo pagina, ad accumulare una tensione sorda tra vicende storiche e traiettorie individuali, a surriscaldare i caratteri per l’attrito costante tra ruolo sociale e pulsione introspettiva.

Se dovessi andare in cerca di coordinate, azzarderei il Valerio Evangelisti febbricitante e spietato della saga di Eymerich, ma debitore del gotico raziocinante di Poe, del Jack London intriso di fantastico e del mistero profondo di Lovecraft. In coincidenza di qualche passaggio sono tornate a trovarmi le inquietudini adolescenziali generate da L’isola misteriosa di Jules Verne, anche se in qualche strano modo ibridate con la desolazione spietata di Cormac McCarthy. Tuttavia, sarebbe inevitabile esondare dalla narrativa (pur senza allontanarsene troppo in verità) e sfociare nel cinema, così da poter scomodare il Ridley Scott de I duellanti, certo, però infestato dalla sci-fi claustrofobica di Alien, oppure far correre sguardo e mente nell’orrore bianco de La cosa di John Carpenter, mentre particelle di smarrimento esistenziale sembrano prese in prestito addirittura da Stalker di Andrej Tarkovskij. Suggestioni sparse, senza pretesa di attendibilità, solo un tentativo di tracciare un perimetro impossibile attorno a una tavolozza estremamente composita, ma non per questo meno immediata e potente.

Non è il caso di aggiungere altro, se non: preparatevi a tutto. Khatru è un romanzo insolito e trascinante che si insedierà tra i risvolti dei vostri pensieri e tornerà a strattonarvi anche dopo mesi, anni. Uno dei migliori che abbia letto in tempi recenti.

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