LOL (o l’astrazione simbolica del neo-proibito)

È andata così: ho guardato la prima puntata di LOL – Chi ride è fuori. Mi è sembrata un po’ rigida, poco coinvolgente, ennesima variazione sul tema dei celebreality insaporita col pepe presunto della comicità, quest’ultima però – ahilei – depotenziata dalla formula della messinscena e dalle forzature del contesto. Insomma, non mi ha convinto e ho deciso di mollare. Un paio di giorni dopo però mia figlia ha iniziato a spararsi una puntata dopo l’altra. Ho finito così per guardarlo di riflesso. Insomma, non l’ho proprio visto tutto, ma quasi. Alla fine le prime impressioni hanno trovato conferma: in tutto sono stati tre, forse quattro, i momenti che potrei definire divertenti. Ok, scusate: sono un musone. Tuttavia, divertimento o no, è stata un’esperienza interessante.

Mentre guardavo, ho iniziato infatti a provare una strana sensazione, via via sempre più definita: come un susseguirsi di stati ansiosi e sussulti liberatori, inspiegabilmente intrecciati. Ci ho riflettuto, e sono giunto alla conclusione che la situazione messa in scena da LOL ha scomodato dentro di me un catalogo di emozioni più o meno profonde legate al frangente storico che stiamo vivendo. Lo so, in tanti parlano bene di questa serie tv proprio per il disimpegno assoluto che la caratterizza, la sua grana eminentemente nonsense. È senz’altro così: nessun sottotesto, puro intrattenimento tendente al grado zero del cazzonismo. Così come c’è bisogno di “musica leggera anzi leggerissima”, sono tempi in cui anche la leggerezza televisiva può rappresentare un bene prezioso.

Certo, ci sarebbe il “caso” di Via dei matti n° 0, il preserale di Rai 3 con Valentina Cenni e Stefano Bollani, sempre nel segno della leggerezza ma che presuppone curiosità in chi guarda, la disponibilità se non all’impegno almeno a seguire storie e percorsi (seppur brevi) che puntellino l’amore per il bello (della musica, nel caso specifico). Di leggerezza ne esistono tanti tipi, insomma. Ma in effetti è tutta un’altra storia, meglio non divagare.

Tornando a LOL, il suo indubitabile nonsense mi è sembrato fin da subito equivoco. Più lo guardavo, più mi sembrava rilevante la sua vocazione simbolica (involontaria, presumo, ma chissà) rispetto ai tempi che corrono, come se ne costituisse una sorta di riflesso, una metafora nascosta nel rituale televisivo. Stiamo parlando ovviamente di un format, oltretutto nato in Messico nell’ormai lontano 2018, quindi in tempi del tutto ignari della pandemia che l’anno successivo ci avrebbe colpiti come un’asteroide. Tuttavia, alcuni aspetti dello show rimandano chiaramente a ciò che stiamo vivendo ogni giorno: alla quotidianità in tempo di Covid-19.

C’è innanzitutto e ovviamente la costrizione nella “casa”, un ambiente chiuso che è peraltro tipico dei reality, condizione necessaria per stabilire un “set” televisivamente funzionale nonché il contesto in cui le regole del gioco possano assumere il valore di legge. E c’è altrettanto ovviamente il monitoraggio, la presenza capillare di telecamere che esercitano un controllo ossessivo, da Grande Fratello” appunto: funzionali allo svolgimento del gioco ma anche – soprattutto – a fornirne testimonianza televisiva. Il legame simbolico tra questi due aspetti con il confinamento tra le mura domestiche da una parte e il controllo sugli spostamenti (anche attraverso i droni) dall’altra, è talmente evidente da apparire persino banale.

Ma l’elemento cruciale è a mio avviso un altro, ovvero la mutazione (detournement?) di un gesto innocuo, persino socialmente positivo, come il riso (e persino il sorriso) in un evento negativo. Nelle sei ore totali (condensate in sei puntate, ognuna lunga circa mezz’ora) di costrizione a cui sono stati sottoposti i dieci comici (prendiamo per vero l’assunto televisivo), il riso viene inibito, reso illegale. Il suo affiorare viene quindi vissuto come una colpa, e punito di conseguenza come “delitto”. La finzione televisiva sembra perciò imitare il rovesciamento di segno avvenuto nella realtà, dove gesti innocui o persino salutari/cordiali come una stretta di mano, una passeggiata o una visita ai parenti, diventano in regime di lockdown altrettante condotte censurabili, socialmente rischiose, in alcuni casi perseguibili per legge.

Rispetto a questi gesti, siamo chiamati tutti – appunto – a un ruolo da Grande Fratello. Lo sbirro che è in noi viene sollecitato a cogliere la pur minima infrazione (come l’host Fedez nella control room), sia che si tratti di una mascherina calata o del tocco di mano senza guanto monouso, di un oltrepassamento del confine comunale o della spesa al supermercato assieme al congiunto. Quanto questo stato di guardia reciproca diffuso e incessante (e persino di auto-repressione di comportamenti “inopportuni”) stia cambiando in profondità la dinamica e la grammatica delle interazioni sociali, assieme al senso stesso del nostro esistere sociale, sarà chiaro solo col tempo.

Intanto, il sottile filo di angoscia che ho provato guardando una trasmissione televisiva di intrattenimento senza pretese, assieme al senso di sollievo per quel finale in cui il riso collettivo somigliava al traguardo luminoso che aspetta alla fine di ogni tunnel, mi è sembrato a suo modo un monito nonché forse – forse – uno dei motivi impliciti del suo successo.

Un ultimo appunto: c’è stato un momento in cui il paradigma ha vacillato, ovvero quando un concorrente già espulso – Frank Matano – è stato fatto rientrare in gioco senza dover sottostare alle regole. Essendo già eliminato – immunizzato? – gli era infatti consentito ridere. Rappresentava perciò un’anomalia del sistema, l’ingranaggio che girava in direzione contraria e fuori controllo. Subito infatti ha “contagiato” un altro concorrente – Elio – provocandone l’eliminazione. Anche in questo caso, mi pare che da qualche parte si nasconda una metafora. Oppure è tutto nonsense?

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