Johatsusha #1 – Patrick Wolf

Gli johatsusha sono i cosiddetti “evaporati”, cittadini giapponesi che decidono di scomparire, cancellare se stessi, il proprio passato, per ripartire con una nuova esistenza in un altro contesto. Numeri non ufficiali parlano di circa 20.000 “evaporazioni” ogni anno. Quelli a cui vorrei riferirmi in questa nuova rubrichetta fanno perdere le loro tracce “solo” dal punto di vista musicale, ma comunque in maniera abbastanza sorprendente: sono quei musicisti, quelle band, che hanno brillato per un periodo più o meno breve, lasciando intravedere sviluppi futuri importanti, per poi arrestarsi, svanire.


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Patrick Wolf

Quando sulla scena appare uno come Patrick Wolf, per l’anima del poprockettaro l’effetto è un po’ come l’aspirina nella coca cola. Erano anni di transizione febbrile (correva il 2003), non era facile capire cosa ne sarebbe stato di noi, figuriamoci se potevo immaginare cosa sarebbe accaduto alla musica. Ma una voce, una musica, una presenza come la sua mi dette la sensazione che si fosse appena accesa una fiaccola nell’oscurità.

L’ascolto di Lycanthropy, debutto dell’allora ventenne irlandese fu proprio questo: una carambola di bollicinose aspettative. Sembrava non mancargli nulla: non l’aria da fuggitivo, non i segni di un’adolescenza incasinata (lui stesso ha narrato di gravi episodi di bullismo dovuti alla sua sessualità che oggi diremmo fluida), non la fama di problematico apolide, non il look da profugo dell’era pre- (o post-?) industriale, non il fuocherello dell’ironia sempre acceso sotto il ribollire della passione.

Teatralità, inquietudine e sostanza per una proposta sonica che tentava una sintesi allo stesso tempo lucida e avventata tra folk ed electro-wave: da una parte il violinista (abilità acquisita in parrocchia e consolidata in un quartetto d’archi busker), dall’altra lo sperimentatore sintetico con evidenti nostalgie per il croonerismo post punk di Marc Almond. Ascoltavi quelle tracce dove il gotico singhiozza iconico, dove l’andazzo sepolcrale Black Heart Procession ammicca allucinazioni Eels e pastelli androidi Pet Shop Boys, dove gli Sparklehorse e Aphex Twin sono i protagonisti d’uno stesso sogno frenetico e struggente, dove Morrissey ingaggia scaramucce sclerotiche con i Cure, e ti convincevi che sì, forse davvero non si trattava dell’ennesimo ululato alla luna mentre la luna lassù se la ride (dark side compreso).

Avanti veloce, fino al 2012. Consumati riflussi acustici e svolazzi iperpop (nel frattempo aveva pubblicato altri quattro album), Patrick Wolf se ne usciva con il doppio Sundark and Riverlight, nel quale rileggeva pezzi del proprio repertorio in chiave acustica. Una vera e propria retrospettiva che, come è nella natura delle retrospettive, faceva pensare a un fine corsa: in effetti, si trattava proprio di quello. Da allora è, discograficamente parlando, svanito. Ultimo “supporto” noto: una raccolta di poesie, The Ghost Region, nel 2015. Nel 2017 ha ricevuto – primo artista LGBT nella storia – la prestigiosa Edmund Burke Medal del Trinity College Historical Society di Dublino in virtù dei “livelli di creatività e innovazione che hanno contribuito a rivoluzionare la musica, sia nel modo in cui è stata creata che in quella eseguita”.

La ragione sociale è stata rimessa in moto nel 2018 per un tour che però non ha dato seguito ad altro.

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