David Crosby – If I Could Only Remember My Name

Il 22 febbraio del 1971 usciva il primo disco solista di David Crosby. L’ho scoperto tardi, a metà anni Novanta, a causa di una poco spiegabile idiosincrasia nei confronti di tutto ciò che rimandava al fricchettonismo californiano tra 60s e 70s, ma era inevitabile che prima o poi lo scoprissi e ne rimanessi incantato. Proprio per questo, If I Could Only Remember My Name fu uno dei primi protagonisti di Lacune, la rubrichetta con cui esordii sul Mucchio Selvaggio. La riporto di seguito, più o meno come è stata pubblicata (ho corretto qualche strafalcione, perdonatemi) circa venti anni fa.

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David Crosby – If I could only remember my name (1971)

Prologo (nostalgico): ma cosa succedeva sulla west coast attorno al 1970? Tutti a fare grande musica, dischi che se li lanci disegnano traiettorie spaziali ad altitudine otto miglia nel cielo, non un assolo che non sappia di viaggio, non un suono che non sembri quel suono. Ci sono degli uccelli sugli scaffali dove tengo i cd, stanno appollaiati in una sorta di quieta tensione, sembrano aspettare, senza fretta: tanto lo sanno che, una volta in volo, non la smetteranno più. Uno di loro ha due baffoni che assomiglia a un tricheco, non sa stare da solo, e si chiama David Crosby.

David Crosby è oggi un quasi sessantenne signore panciuto, ma più di trent’anni fa con i Byrds regalò al rock le ali che tutti aspettavano. Chiusa quell’avventura, collaborò con la crema della visionarietà californiana, quindi assieme a Stills, Nash e “cavallo pazzo” Young darà alle stampe l’epocale Deja Vu (1970) e uno dei più entusiasmanti live di ogni tempo, 4 way street (1971). Nel bel mezzo di quella storia, Crosby esordisce come solista con If I could only remember my name, ma – come al solito – è tutt’altro che solo…

Perché ho tardato tanto a comprarlo? Certo, stava pure in nice-price, ma è come se l’aura leggendaria nel frattempo fosse appassita, come se le forme e gli stili successivi lo avessero archiviato tra gli oggetti inattuali, perciò inutili. Eppoi, a dire il vero, i media non fanno molto per farci sentire la sua mancanza, nel senso che non viene citato granché nelle recensioni e nelle interviste, limitandosi a comparire nelle analisi nostalgiche dei sommi storici del rock. Però, però, però: If I could only remember my name è fin dalla copertina un sogno e una sfida, il sogno di una sfida, la sfida di un sogno contro l’offesa del tempo. Difficile resistere ai sogni e alle sfide.

Inizia l’ascolto e subito Music is love, come recita l’incipit affidato alla penna e alle pennate di Young e Nash, un set acustico sulle ali di un’euforia incontenibile, la voce di Crosby come un velluto consunto e un’onda increspata, il coro che intreccia straordinarie eco della scuola CSN&Y. Segue la lunga cavalcata di Cowboy Movie, un torrido blues-rock che incrocia Almost cut my hair e Cowgirl in the sand, una di quelle canzoni che puoi mettere in repeat nell’autoradio e guidare invincibile attraverso l’inferno e il paradiso, grazie anche al nostro trichecone che dimostra quanto soul si nasconda nelle sue (straordinarie) corde vocali.

In più, un pezzo suonato incredibilmente bene: se non rischiassi di essere fin troppo agiografico snocciolerei il parterre dei musicisti, e metterei uno dietro l’altro Jerry Garcia, Jorma Kaukonen, Phil Lesh, i già citati Young e Nash… Se non rischiassi di sembrare appena appena smodato, direi che per assistere ad una session così darei via un orecchio o un rene. Troppo? La terza traccia è uno strumentale, nel senso che la voce di Crosby si cala nella parte di pseudo tromba jazz e scolpisce delicati e capricciosi intarsi melodici sull’ineffabile struttura di Tamalpais High, e – accidenti – lo fa maledettamente bene. Ma Tamalpais nella mia immaginazione non è che un ponte verso quel capolavoro (dell’album, ma non solo) che è Laughing.

La conoscevo già in versione nuda nel set acustico di 4 way street, ed era una piccola magia di sconvolgente leggerezza, una malinconia dolce che nell’arpeggio di chitarra del chorus palpeggia il cuore fino al limite della sostenibilità. Qui invece l’arrangiamento è pieno, tutti i colleghi-amici-fratelli musicisti si mettono a fare gli straordinari, si potrebbe scivolare in un catastrofico ingorgo strumentale e invece alla fine l’equilibrio è rispettato, tutto suona compiuto, semplice e naturale: se non rischiassi una polemica sterile e oziosa, direi che la capacità di arrangiare e soprattutto di suonare così oggi è molto rara.

Con What are their names si passa (idealmente) al secondo lato, ed è un pezzo “grandi firme”, Young-Garcia-Lesh-Shrieve-Crosby tutti insieme, appassionatamente votati alla visionarietà di una jam rock-blues forse un po’ troppo breve: un paio di minuti in più e Garcia ci avrebbe portati davvero nell’estasi del frutteto psichedelico da cui sicuramente coglieva i suoi assoli. Traction è una ballata sospesa su languori folk che rimandano ad un intimismo molto presente a se stesso, mentre Songs with no words ripropone le evoluzioni vocali di Crosby al limite del piacionismo, stupendamente sospese sulle acque appena mosse tra un grande piano jazzy e una chitarra in vena di sdilinquimenti elettroacidi.

Il disco comincia a finire con il primo dei due brevi commiati, il traditional Orleans, con i brividi di una performance vocale a più strati che sembra provenire dai segreti di una cappella gotica, e l’onirica I’d swear there was somebody here, un addio alle traiettorie vertiginose a otto miglia su nel cielo, uno sfumare quieto nella pace di un sogno che, da allora in poi, sarà sempre di più soltanto un sogno.

È insomma un disco inattuale? Ok, lo è. Ma non ho mai consigliato con più piacere un disco così inattuale e – in fondo – anche dispensabile. Perché il suo messaggio vero e profondo sta nell’idea di musica che si porta dentro, un’idea assieme semplice e ricca di implicazioni, risvolti, mistero. Un’idea che per molti, oggi, sarebbe il caso di ripassare: o almeno così direi, se non rischiassi di apparire elegiaco, nostalgico, inutilmente polemico.

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