Imprevedibile, transitorio: The King Of Limbs

Di tutta la discografia dei Radiohead, The King Of Limbs è l’album che meno mi convinse durante i primi ascolti. Col tempo, ne ho apprezzato la stratificazione, quella specie di strana intensità differita. Di seguito alcuni stralci del capitolo che gli ho dedicato in The Gloaming.

***

In tutto il 2010 l’unico segnale di vita targato Radiohead fu concesso il 24 gennaio, quando tennero l’unico concerto dell’anno a Los Angeles, in occasione di un concerto di beneficenza per le vittime del catastrofico terremoto di Haiti. Fu quindi con grande sorpresa che accogliemmo l’annuncio, quasi un anno più tardi (il 14 febbraio del 2011), dell’imminente pubblicazione di The King of Limbs, prevista entro cinque giorni. La modalità fu presentata come simile a quella di In Rainbows, tranne per il “pick your price”: al prezzo stavolta imposto di 6 pound (7 euro o 9 dollari) era possibile scaricare l’mp3, mentre per il formato loseless (wav) il prezzo saliva a 9 sterline (11 euro o 14 dollari). Erano inoltre previste le consuete edizioni speciali, ovvero fisiche, che tra cd, vinile e artwork giustificavano il lievitare del prezzo fino a 33 sterline. Forse per battere sul tempo gli eventuali leak nelle piattaforme di file sharing, l’album venne improvvisamente reso disponibile il 18 febbraio, un giorno di anticipo rispetto al previsto. Insomma, in quattro anni era stato aggiustato il tiro per quello che sembrava proporsi come un modello di distribuzione piuttosto affidabile, anche se andava verificata la sua applicabilità per band che non potevano contare su un nocciolo duro (ed esteso) di fan come i Radiohead. Ma che album era, The King of Limbs?

Innanzitutto, era il disco che veniva dopo In Rainbows e i due singoli del 2009: la sensazione, mia personale e riscontrata in quanti vissero quel particolare momento, fu che doveva ormai considerarsi consumato un distacco significativo rispetto all’idea di “presenza fisica” dell’album. In altre parole, accettavamo più di quanto non facessimo quattro anni prima l’eventualità di non possedere una copia fisica del nuovo lavoro dei Radiohead. Una sensazione che a gioco lungo deve avere pesato sui risultati commerciali, che si rivelarono controversi e, anche per questo, estremamente significativi. Il numero dei download totali si assestò tra i trecentomila e i quattrocentomila, una cifra abbastanza simile al numero complessivo dei dischi fisici venduti nel momento in cui fu commercializzata l’edizione in cd (sempre per la xl Recordings). Quest’ultimo dato significò per i Radiohead fallire la certificazione del disco d’oro negli usa (assegnato al conseguimento delle cinquecentomila copie vendute) per la prima volta dai tempi di The Bends.

Curiosamente, l’edizione in vinile ottenne invece un successo superiore alle attese. Con le oltre ventimila copie vendute in UK nei primi sei mesi del 2011, rappresentò addirittura il 12% di tutto il mercato inglese dei vinili. Finì per essere il più venduto dell’anno ed è ancora oggi – a metà 2018 – il secondo vinile più venduto di tutto il decennio nel Regno Unito. Seppure si parli di un mercato numericamente marginale, questo dato relativo al vinile comunica un segnale ben preciso: con la sua immaterialità, The King of Limbs sollecitava nell’appassionato una manifestazione fisica del concetto di album che ancora e fortemente esprimeva, in conseguenza della quale l’acquisto del vinile obbediva a una sorta di volontà di concretizzazione, al bisogno di rendere tangibile una realtà emotiva fin troppo astratta, privata del suo “correlativo oggettivo”. Cambiando l’angolazione (o – se preferite – girando la frittata), è una circostanza che ci dice molto sui meccanismi che stanno alla base della attuale (e cosiddetta) rinascita del vinile. 

The King of Limbs, in ogni caso, è un album vero e proprio. Lo è nel momento in cui sceglie di eleggere linee di forza nitide, temi portanti e schemi recursivi che unificano le tracce in programma in una vera e propria narrazione. Questo piano di lavoro coincide con l’enfatizzazione della componente ritmica, da sempre ossatura dei loro azzardi strutturali ma qui lasciata affiorare fino a farsi telaio e carburante delle canzoni. Canzoni che mai come in questo caso sembrano coagulare da suggestioni composite, eterogenee. In un’intervista per npr del 6 ottobre 2011, Thom Yorke dichiarò:

«Quasi tutte le melodie sono dei collage: cose che avevamo pre-registrato individualmente, in autonomia, e poi ci passavamo l’un l’altro […]. È stato come montare un film o qualcosa del genere, non pensavamo seriamente che ne sarebbe uscito qualcosa, certamente non un intero disco».

Dal canto suo, Ed O’Brien ribadì:

«Dovevi semplificare quello che stavi facendo, non potevi proporre troppe idee. Dovevi ascoltarti l’un l’altro. […] In una band il rifiuto è parte integrante di quello che fai. È difficile, ma penso che la creatività dipenda anche da quello».

(…) Questa stessa aura, come dire, “naturalista” – o ecologica – riverbera nel titolo stesso dell’album: il “re dei rami” si riferisce – o si riferirebbe – a una quercia addirittura millenaria che si trova nella Savernake Forest, nel Wiltshire, non lontano quindi dagli studi Tottenham House dove ebbero luogo parte delle incisioni di In Rainbows (mentre per l’ultimo lavoro avevano deciso di tornare con Godrich a Los Angeles, in un edificio sulle Hollywood Hills di proprietà dell’attrice Drew Barrymore). Sono alberi inoltre quelli rappresentati nell’artwork, stilizzati fino al punto di evocare presenze minacciose anzi hauntologiche. Più che semplici disegni sembrano una proiezione della presenza archetipa in noi (individui e collettività) dell’elemento naturale, contro il quale stiamo muovendo una guerra dall’esito tanto scontato quanto catastrofico e che perciò ci appare sotto forma di incubo, uno spettro di futuro incombente.

Piccolo dettaglio: nessuno ha individuato con certezza quella quercia millenaria tra le molte della foresta Savernake, anche se cercando in rete si trovano immagini che assicurano riferirsi ad essa. La sua esistenza quindi, così come la sua effettiva età (si dice che sia più antica dell’Inghilterra stessa), finisce per stemperarsi nel campo della leggenda: un vero e proprio albero fantasma. La metafora naturalista torna anche in Lotus Flower, pezzo scelto come primo singolo dell’album, divenuto anche un clip diretto da Garth Jennings (…) nel quale uno Yorke in jeans attillati, camicia bianca e bombetta (!) danza sullo sfondo di un hangar reso ancora più desolato dalla fotografia in bianco e nero, si muove spasmodico tratteggiando una “modern dance” non coreografica, istintiva e sgraziata, eppure armonica, solitaria come una memoria omeopatica di tutti i rave di domani  (impossibili e solitari).

(…) Non deve sfuggire il significato simbolico del fiore di loto, tradizionalmente associato alla purezza, all’illuminazione, al benessere (nell’Induismo) e alla rinascita (nelle antiche credenze egiziane). C’è però un aspetto ancora più interessante: la sua particolarità è infatti quella di affondare le radici nel fango per poi distendersi sulla superficie delle acque stagnanti, e lì fiorire meravigliosamente immacolato. Il “lento dispiegarsi” attraverso le difficoltà, le inevitabili impurità del mondo rimanendo puri, incontaminati, diventa quindi metafora di un’aspirazione tanto impervia quanto ambiziosa, forse perfino velleitaria, a cui però è doveroso votarsi. Altra curiosità: nel 1951 furono rinvenuti tre semi di fiore di loto in Giappone, risalenti a due millenni fa. Uno dei tre semi fiorì, venne battezzato Loto Ohga e diventò celebre come “il fiore più antico del mondo”.

Questo tipico gioco di rimandi (più o meno) colti e di rimbalzi semantici, si ripropone nel verso «Cause all I want is the moon upon a stick», gioco di parole che si riferisce all’avere pretese impossibili, un po’ come il nostro “volere la luna nel pozzo”, ma in questo caso riferito letteralmente (“la luna su un bastone”) al King of Wands (re di bastoni) dei tarocchi, simbolo di maturità, raziocinio e realizzazione. La figura rappresentata sulla carta non è rilassata, ma tesa, come se fosse pronta ad alzarsi e scattare: rispetto ai rami, i bastoni sembrerebbero alludere quindi a una razionalizzazione dell’istinto, delle forze di natura, prospettiva messa in un’ottica ironica per non dire beffarda. Lo scopo recondito di questo passaggio sembra quindi la rappresentazione del raziocinio come viatico per il fallimento del progetto sociale, della solidità e autenticità delle relazioni, di un rapporto armonico e fruttuoso con la natura. 

(…) Mai come in questo caso nella discografia dei Radiohead si ha la sensazione che si tratti di un’istantanea sullo stato dell’arte del momento, di quel momento: ancora una volta, le canzoni provengono da lontano, hanno compiuto un percorso di ricerca e insoddisfazione, per arrivare infine all’appuntamento col nuovo decennio in una forma che è solo una tra le molte possibili, la migliore versione per quel frangente (in senso generale, per il percorso artistico della band e per l’economia dell’album) ma appunto solo un fermo immagine di un processo incessante, inesauribile. Con ciò queste canzoni sembrano ribadire come nell’epoca della musica liquida la musica non possieda più una forma definitiva, ma somigli più a un flusso soggetto a continui affluenti, un terreno di coltura per contagi successivi.

La dimensione ibrida di The King of Limbs – l’elettronica “suonata”, il tentativo di farne ancora (di nuovo?) strumento adatto a esprimere il residuo umano nell’epoca del post-umano – è un tentativo di muoversi su questa difficile frontiera in cui gli strumenti espressivi (la musica in primis) devono riposizionarsi per non soccombere al ruolo di meccanismi “embedded”, devono sottrarsi alla pianificazione dei mezzi, delle forme e delle prassi produttive per poter raccontare ancora e con forza il mondo nuovo. L’album rock, ci dice tra le altre cose The King of Limbs, per avere ancora senso, deve essere inafferrabile, non definitivo, imprevedibile, transitorio.

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