Uscire dal bozzolo: Un sogno di Maila di Amerigo Verardi

Eh, il CD. Il caro, vecchio CD. Il famigerato CD: che mentre metteva a disposizione livelli di nitore sonoro inauditi (anche per gli impianti stereo più economici), allo stesso tempo ci allenava a una modalità d’ascolto sempre meno vincolata ai limiti del supporto, dissolveva le diverse ma simili sequenzialità del solco vinilico e del nastro magnetico a favore di una selettività che rendeva facile, facilissimo manipolare l’ordine della scaletta, skippare, programmare, ricorrere al repeat o al random.

Il CD, l’espediente tecnologico che rese possibile la stagione più florida per le vendite di supporti fonografici, rimettendo in circolo i repertori dei decenni precedenti tra “nice price” e “deluxe edition”, fu anche – e soprattutto – il cavallo di Troia della liquefazione digitale, ci preparò a non considerare sacra e intangibile la tracklist, disarticolò il concetto di album dall’interno.

Al momento di determinare gli standard del CD, fu stabilita una capacità massima di 74 minuti e 33 secondi, come la durata della Nona Sinfonia di Beethoven eseguita da Wilhelm Furtwangler nel 1951: ciò è dovuto, pare, al suggerimento della moglie di Norio Ohga, vice presidente della Sony, la quale riteneva che sarebbe stato bello poter stipare una tale meraviglia su un unico supporto. Questo limite è stato successivamente abbattuto fino a raggiungere gli 82 minuti e 34 secondi (ma alcuni smanettoni giurano che i CD-R consentono di raggiungere anche i 100 minuti: ci credo sulla parola). Sia come sia, Amerigo Verardi di minuti se ne prende 77, lo fa con un’unica traccia ed ecco il suo nuovo album, a cinque anni – mese più mese meno – dal bellissimo Hippie Dixit.

Si intitola Un sogno di Maila ed è un concept che segue – racconta – la parabola esistenziale di una ragazza di nome Maila, appunto, la sua formazione, la ricerca di sé fuori dalle costrizioni degli standard, le esperienze, la morte, quel morire che poi è un consegnarsi al tutto, al “ciclo di vite” di battiatiana memoria. Più che un viaggio, è un rapimento, uno scivolare nella dimensione acida e visionaria tipica della psichedelia floydiana (dalle visioni imbizzarrite di Syd Barrett al taglio evocativo/apocalittico di Roger Waters), ma anche di quella aspra di stampo Pretty Things o drappeggiata di languori setosi à la Beach Boys, e poi via lungo mantra febbricitanti stile Teardrop Explodes, arguzie ipercromatiche XTC e vampe sfaccettate Blur, passando da sfrangiature etniche Peter Gabriel e dal lirismo amniotico di Claudio Rocchi.

Verardi, ex-Allison Run e Lula, mette in gioco la sua versatilità proteiforme, la capacità di sbrigliare estro garage con la stessa disinvoltura dedicata a pennellare allucinazioni cosmiche, con quella voce che caracolla tra il sornione e l’abbacinato in una trama disarmante di sequenze minime che una dopo l’altra compongono affreschi evocativi, intrisi di memoria gelatinosa, volatili come sogni. Se è possibile isolare tracce valide di per sé – come la travolgente Aiuto!, la resinosa Amor vincit omnia, la struggente Due foglie… – è solo l’insieme, l’ascolto integrale, che conferisce senso pieno alla parte e al tutto.

Viene siglato insomma un patto denso e intenso con chi sta dall’altra parte degli altoparlanti. Sì, avete capito: con noi ascoltatori, chiamati a ritagliarci un tempo per l’ascolto non frammentario, ma anzi solido, dedicato. Verardi si rivolge appunto a un ascoltatore, non al cliente del music provider, non a un utente. Gli suggerisce – ci suggerisce – la possibilità di una prassi che esista oltre le convenzioni (auditive, esistenziali) sempre più algoritmiche, e invita a cercarla, a raggiungerla, anche se questo significa lasciarsi alle spalle la comfort zone, uscire dal bozzolo della normalità. Come fa appunto l’incontenibile Maila, di cui seguiamo il “romanzo di formazione” attraverso una suggestiva (e significativa) alternanza di prima, seconda e terza persona.

Verardi ricorre a un immaginario forse desueto, in un formato che scoraggerà l’ascoltatore/utente standard, ma proprio in questa corrispondenza tra contenuto e forma – tra medium e messaggio – azzecca il diapason poetico. Un sogno di Maila è un disco entusiasmante perché entusiasta, commovente perché commosso. Ispirato perché intimamente disperato ma per nulla arreso. Un disco vivo, per scelta.

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