Un oscuro scrutare hip-hop: Il cuore più buio di Nelson George

Oltre che scrittore di fiction, Nelson George è un saggista e giornalista (Billboard, The Village Voice), nonché regista, produttore e autore televisivo (c’è anche la sua firma sulla serie The Get Down e sul doc The Black Godfather, entrambi nel catalogo Netflix). Spike Lee lo considera uno dei più autorevoli portavoce della cultura nera contemporanea negli USA. Un ruolo, quest’ultimo, palpabile tra le righe de Il cuore più buio, quinto capitolo di quella che ormai è una vera e propria saga con protagonista D Hunter, un ex-buttafuori sieropositivo che ha saputo emergere come imprenditore nel mondo torbido e spietato (e mutante) dell’hip-hop, potendo contare su un mix di saggezza, carattere e intuizione che gli hanno permesso di improvvisarsi detective al bisogno. 

Come nel precedente Funk e morte a L.A. – l’unico altro titolo pubblicato in Italia – George colloca l’azione dietro le quinte e tra gli interstizi dell’industria musicale, in una dialettica continua tra passato (l’hip-hop old school) e presente (la trap e lo sfruttamento su social e piattaforme televisive), immergendo la penna nella tensione che sgorga dall’attrito tra ambizioni personali, interessi economici, disegni politici e paradigmi culturali. 

Il tutto mentre le tempeste del #MeToo e del Black Lives Matter si sono strutturate fino a diventare correnti che esercitano pressioni superficiali e di profondità, determinando scenari ancora più scoscesi e urgenti. Tra Atlanta, New York e Los Angeles va quindi in scena un intreccio quasi shakespeariano dove il potere finisce per diventare un obiettivo astratto, violenza e sopruso sessuale codici differiti ma sempre impliciti dietro la pellicola del lusso, degli abiti di marca o sartoriali, dei SUV, dei party e delle buone pratiche salutiste (una buona dieta, lo yoga…).

Al di là delle etichette stilistiche – è un mistery? Un noir? Un thriller? – mi pare che l’aspetto più importante vada individuato nel taglio asciutto, quasi distaccato della narrazione. I personaggi – anche quelli più caratterizzati come il sicario Ice, la giustiziera Serene Powers e ovviamente Di Hunter – sono raccontati per flash e con ampio ricorso alla tecnica dell’elusione, senza indugiare troppo sul loro subbuglio psicologico. Quasi che il protagonista reale vada individuato al di fuori di loro, ovvero nello stesso scenario in cui sono immersi e si muovono come pesci in un acquario, nel capitolo di Storia cioè che si consuma tra le evidenze mediatiche e nei risvolti nascosti del Sistema. Questo “personaggio immanente” sembra quasi palesarsi come una gigantesca creatura nelle panoramiche che periodicamente schiacciano i protagonisti sotto la sua presenza:

“Fuori dalla finestra di D, lo smog creava un velo grigio sopra Los Angeles. Un altro giorno, altre centinaia di polmoni danneggiati. Era tempo di fare quella chiamata.” 

A proposito di risvolti nascosti, ecco un altro potenziale “protagonista” della vicenda: un manoscritto misteriosamente scomparso che ha rivelato l’esistenza di un vero e proprio complotto contro l’hip-hop, avente per obiettivo non di abbatterlo ma al contrario di farne un proprio alleato, uno strumento promozionale, perfettamente integrato alle logiche industriali e culturali dominanti. E con ciò ovviamente renderlo docile, disinnescato. Come dichiara Kurtz, suprematista bianco a capo di una multinazionale con progetti ben precisi sulla musica degli MC:

“Quando l’hip-hop esplose la prima volta, io rimasi sconcertato. Onestamente, era troppo rumoroso, troppo legato al ghetto, e sembrava un pericolo per il Paese. Poi, quando i Run-DMC fecero quell’accordo con l’Adidas, mi resi conto che il rap era un veicolo di trasmissione, un medium pubblicitario. Aveva la capacità di inculcare idee, atteggiamenti e prodotti nella coscienza degli ascoltatori. A differenza della pubblicità, che può indurre resistenza e deconcentrazione, il rap veniva recepito all’istante. I rapper erano testimonial e portavoce naturali” 

Sulla scacchiera dell’America ai tempi di Trump, nell’epoca della turbo-comunicazione social dove all’aggressività scintillante dell’immagine pubblica fa da contraltare oscuro un privato torbido e spesso delittuoso, D Hunter si muove un po’ come pedone e un po’ come alfiere, tra senso dell’onore, fame di rivalsa e istinto di sopravvivenza, consapevole dell’impossibilità di concetti quali purezza e giustizia. 

Nelson George non ha certo la statura letteraria di un Ellroy o di un Winslow, ma sa il fatto suo. Attorno a D Hunter ha costruito un contesto robusto, dinamico e credibile, tanto che può permettersi di citare con disinvoltura celebrità reali come se fossero coordinate (Jay Z, Kendrick Lamar, Chuck D, RZA…), un po’ lo stesso motivo per cui ha assegnato ad ogni capitolo – in genere brevi come uno scambio di proiettili – il titolo di una canzone (dall’iniziale Sicko Mode di Travis Scott alla conclusiva Back To The Future part II di D’Angelo). L’obiettivo è chiaro: tracciare una mappa plausibile dell’hip-hop presente nella quale è adombrata la nostalgia per un passato forse anche più duro ma sicuramente meno complesso, nel quale l’espressione – vale per la cultura nera ma non solo – non doveva passare attraverso così tanti reticoli, filtri e compromessi da costituire una baudrillardiana iper-realtà. 

Brava come al solito Jimenez per avercelo proposto in traduzione. L’augurio è che sia possibile recuperare presto gli altri tre episodi. 

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