Splendidi disadattati: da Salinger a Cameron, una domanda (ancora) cruciale

Un fantasma si aggira nella letteratura statunitense, anzi mondiale. Compirà settant’anni nel 2021 e si chiama Il giovane Holden, o The Catcher In The Rye, come recita il titolo originale. Nel tempo ci hanno fatto i conti in molti: giornalisti e critici, certo, ma anche musicisti, registi, cartoonist. E scrittori, ovviamente. Tutti appesi a quel gancio piantato tra due epoche da J.D. Salinger, scrittore tra i meno prolifici di sempre in rapporto alla fama e all’influenza della sua opera*, così come la celebrità de Il giovane Holden è inversamente proporzionale alla chiarezza delle interpretazioni in merito al suo significato: e questo, a mio avviso, è un bene.

L’enigma si delinea fin dal titolo originale, traducibile con “Il prenditore nel campo di segale”, incomprensibile per noi italiani, spiegabile però con l’allusione ad un racconto nel quale un custode ha il compito di sorvegliare i bambini che giocano in un campo e di acciuffarli (“to catch”) qualora si avvicinassero troppo al bordo di un dirupo, poco oltre il campo (di segale, “rye”). In ogni caso, di cosa Il giovane Holden parli davvero resta una questione appassionante. Ovvero: a chi parla? E perché? Soprattutto: lo fa ancora?

A queste ultime domande sembra voler rispondere Peter Cameron con Un giorno questo dolore ti sarà utile, il suo secondo romanzo, uscito nel 2007 ma che ho letto solo adesso (dopo che per anni ho pensato che avrei dovuto farlo se non altro per la bellezza – un po’ pretenziosa, certo – del titolo). James, il diciottenne protagonista, è per molti versi sovrapponibile a Holden. Entrambi vivono sulla linea d’ombra che separa l’adolescenza dall’età adulta, dove l’innocenza si fa porosa e s’inzuppa di consapevolezza, di contrasti, di timori.

In entrambi i casi, lo sguardo da ragazzo teso tra accettazione e rifiuto, tra l’abbandono a un comodo conformismo e vaghe tentazioni di ribellione, non ha nulla di generazionale, anche se l’inquietudine è conficcata in un momento storicamente ben definito e assai significativo: il dopoguerra e l’ingresso nei rampanti Fifties nel caso di Holden, il post-11 settembre e l’imporsi del web 2.0 per James. Scenari che prevedevano un imminente anche se indefinito ricollocamento di ruoli, funzioni e senso dell’individuo, da cui un diverso ma simile smarrimento esistenziale.

In effetti, i due protagonisti sono similmente “disadattati”, ma in un’accezione che da negativa (per il senso comune) si fa rivelatoria. La domanda posta dai due ragazzi è la stessa: perché devo essere questo? Ma anziché fornire una risposta, il fuoco della narrazione – vale per Salinger e per Cameron – stringe sulla mancanza di risposte da parte del mondo adulto, che preferisce concentrarsi sul suo ruolo di guardiano di un frutteto arido. Ecco perché non si avvia mai un vero dialogo con i genitori, o con gli insegnanti, con la psicologa, persino con i coetanei (genericamente più “scafati”, ovvero avviati sulla strada del conformismo: non a caso sarà proprio una coetanea di James a definirlo – appunto – “disadattato”). Non vengono proposte reali soluzioni né rimedi agli errori di avventatezza di Holden e James, ma solo un richiamo all’ordine che sembra contenere la consapevolezza del proprio stesso vuoto.

C’è insomma come una scintilla ancora viva, un sussulto di splendore che tormenta questi indimenticabili ragazzi e li rende mezzi di contrasto potenti, vampe che illuminano per pochi attimi la crudele inadeguatezza delle convenzioni, dei percorsi obbligati, delle certezze. Prima che la vita adulta – senza troppe spiegazioni – li accolga tra le proprie fila: non ci viene detto, ma sappiamo che sarà così. È così per tutti.

Ovviamente Il giovane Holden è molto più bello e importante di Un giorno questo dolore ti sarà utile. Quest’ultimo paga un certo bisogno di aderenza agli schemi narrativi definiti nel frattempo da cinema e serie tv (il flashback come espediente strutturale), oltre a una vaga rigidità dei personaggi e il rispetto dovuto ai dettami del politically correct, nonché – ovviamente – il semplice fatto di essere stato scritto oltre mezzo secolo più tardi rispetto a quello che è con ogni evidenza il suo modello. Eppure il romanzo di Cameron ha il merito, o se preferite l’avventatezza (che in questo caso è un merito), di togliere polvere da quella frattura mai sanata, di ravvivarne l’interrogativo: la frattura cioè tra la vita come progetto e la vita, tra quello che proponiamo/imponiamo ai futuri adulti – affinché possano sovrapporsi alla forma stabilita da regole e aspettative sociali – e ciò che significherebbe per loro diventare realmente se stessi.

E, infine, tra loro e la nostra disponibilità ad ascoltarli.

P.S.

Come dicono i sempre cari Belle And Sebastian:

Wouldn’t you like to get away?
Give yourself up to the allure of
Catcher In The Rye

* da un po’ si susseguono le voci riguardo possibili opere inedite destinate ad essere pubblicate, secondo disposizioni dello stesso Salinger, cinquant’anni dopo la sua morte, vale a dire nel 2060. Siamo in molti a sperare che accada un po’ prima.

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