Awakening Songs #28: Grant Lee Buffalo – You Just Have To Be Crazy

Quello che mi affascina, del modo in cui certe volte mi sveglio con una canzone piantata in testa, è come la mancanza apparente di motivi si intrecci al sospetto che non sia affatto un caso, che di motivi invece ce ne siano eccome. Come se fossero cartoline senza mittente, di cui leggi e rileggi il tuo nome sulla riga del destinatario soppesando la possibilità di un errore. Ma come si può sbagliare un destinatario su una cartolina?    

Così una mattina come tante, ovvero meccanica e interlocutoria, mentre mi impegno a orientare i pensieri ancora impastati di sonno nel solco della routine, ecco che mi trovo piantata in testa la melodia pigra e spietata di You Just Have To Be Crazy

You just have to be crazy don’t you

You just have to be out of your mind

You just have to be crazy don’t you

You just have to be

True or not

Canzone morbida e malinconica, costruita su pochi ma significativi elementi: il passo incalzante e arrendevole della chitarra acustica, le bacchette che sfarfallano legnose, le linee di basso che si snodano con pastosità jazzy e la voce, quella voce assertiva però marezzata da insondabili fragilità. Sembra insomma la tipica ballad defatigante, e in effetti lo è. Eppure (perciò) le tocca assolvere un compito assai impegnativo: chiudere la scaletta di un disco come Fuzzy, l’esordio tumultuoso dei Grant Lee Buffalo uscito in quel 1993 che vedeva il grunge spandere vampe egemoni sull’idea stessa di rock, e tuttavia disco intenzionato a prendere le distanze dal grunge preferendo pescare nel torbido della tradizione country e folk, seppure iniettata di acidità psichedeliche Paisley e impeto slabbrato post-glam (o proto-punk). E che dire dei testi: scene di febbricitante desolazione, poetica outlaw e invettiva a cuore sbucciato contro un’America ottusa e guerrafondaia, sulle cui strade appassiva un’intera generazione destinata a contendersi avanzi di benessere in cambio dell’iscrizione al club dei disillusi & precari.

Un capolavoro, Fuzzy, che il successivo Mighty Joe Moon (uscito nel fatidico 1994) avrebbe eguagliato e forse persino superato, scegliendo di tuffarsi in uno stagno di incantesimi agrodolci, dove ogni timore del futuro sembrava già il fantasma struggente di se stesso e gli spasmi furiosi si lanciavano da un trampolino di consapevolezza e smarrimento. In un certo senso, You Just Have To Be Crazy è l’anello di congiunzione, il passaggio di consegne tra questi due album. Contiene il rimbombo di una rabbia inestinguibile assieme al disincanto terminale di chi ne capisce l’impotenza. E perciò si abbandona, accetta l’illusione di credere ancora nel trasporto, nella meraviglia, in un bozzolo di bellezza residua come ultimo rifugio e atto di resistenza, segnale di vita nel vuoto sempre più pneumatico delle possibilità.

You just have to be starry baby

You just have to be chocolate cake

True or not

Nei tanti ascolti di Fuzzy che hanno caratterizzato i miei venticinque anni, arrivato alla traccia finale provavo sempre un senso di apnea, di irrequietezza, di quiete in bilico sull’insoddisfazione. Sembrava essere proprio quello il suo scopo: consolarmi con una carezza piena di veleno. Blandirmi con un “sei arrivato fin qui, bravo, ma sai che non ne uscirai, vero?”. Del resto, bisognava essere pazzi per non vedere, per non rendersi conto. Certo, all’epoca potevi illuderti che le prospettive non fossero poi così negative: internet non aveva ancora steso la sua rete compulsivo-ossessiva, Cobain e compagni urlavano la loro alienazione gloriosa e incandescente, i conflitti e le crisi tutto sommato potevano sembrare solo scosse di assestamento dopo il benedetto crollo dei muri e delle ideologie. E poi, insomma, di fronte a noi si stendeva pur sempre un millennio nuovo di zecca, tabula rasa elettrificata su cui organizzare tutte le feste di domani.

Sì, potevi illuderti, ma lo sentivi. Sentivamo che sarebbe stato un crepuscolo lungo e difficile prima di chissà quale alba. Del resto, non c’era scelta: dovevamo andargli incontro.

Il senno di poi ha finito per convincermi che canzoni come questa ci stessero preparando il terreno. Erano passaggi di tempo e consegne, camere di decompressione, moniti in forma di incantesimo. Fin dal momento che è tornata a trovarmi, ho sentito che You Just Have To Be Crazy lo sta ancora facendo: un po’ mi accarezza, e un po’ mi avvelena.            

You just have to be touched don’t you

You just have to be tapped on the head

You just have to be crazy don’t you

You just have to be

True or not

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