Pleased to meet you: Il Maestro e Margherita

Alla classica (!) domanda “perché leggere i classici?” ha fornito risposta definitiva Italo Calvino con un libro intero assai godibile (Perché leggere i classici, appunto, costituito in realtà da una raccolta di saggi pubblicata – postuma – nel 1991). Non mi risulta che siano stati dedicati libri invece all’altra domanda che mi capita spesso di pormi: “perché non leggere i classici?”. Soprattutto: cosa ci tiene lontani da certi classici malgrado tutti i segnali indichino oltre ogni ragionevole dubbio che è assai opportuno leggerli?

Nel caso de Il Maestro e Margherita va aggiunta un’aggravante ulteriore: so bene, e lo so da anni, che rappresentò la scintilla da cui Mick Jagger ricavò Sympathy For The Devil, il pezzo che coi suoi oltre sei minuti oscuri e tumultuosi apriva alla grande Beggars Banquet, uno dei più grandi album degli Stones e quindi, va da sé, uno dei più grandi album di ogni tempo.

Correva il 1968. Il romanzo a cui Michail Bulgakov aveva lavorato per molti anni, e che si era ostinato a correggere fino a poche ore prima di morire (nel marzo del 1940), aveva finalmente visto la luce prima in Russia nel 1966, seppure abbondantemente censurato, quindi l’anno successivo in Germania, stavolta nella versione completa (seppure non definitiva). Divenne fin da subito un caso letterario, che incuriosì ed entusiasmò tra gli altri Marianne Faithfull, dalle cui mani passò a quelle di Jagger. Ed ecco più o meno come andò che un grande album, in grado di intercettare come pochi altri l’inquietudine al crepuscolo dei 60s, poté fregiarsi di una delle migliori opening track della Storia, certamente la migliore per quel disco in quel particolare frangente storico (eternamente grati, Marianne: di questo e di altro).     

Sapevo tutto ciò, appunto, da molto tempo. Eppure, non avevo ancora letto Il Maestro e Margherita. Mi intimorivano le cinquecento (e oltre) pagine? Nah, non direi proprio. Mi spaventava affrontare un altro autore russo? Forse un po’. Più di tutto, probabilmente, a ostacolarmi era la fama indecifrabile di questo romanzo, la sua difficile collocazione sul piano delle aspettative. Questo aspetto tuttavia è anche il motivo per cui non è mai uscito dalla lista dei libri che volevo assolutamente leggere. Che avrei letto, ne ero certo, prima o poi.

Infine, difatti, l’ho letto. E mi è piaciuto molto. Di più: le aspettative, piuttosto nebulose, ne sono state letteralmente travolte. In casi di questo tipo, sfogliata l’ultima pagina, capita che mi chieda: “come ho fatto ad aspettare tanto tempo per leggerlo?” Nel caso specifico mi sono chiesto anche: “chissà quanto mi sarebbe piaciuto se lo avessi letto a vent’anni”. O, meglio, a ventiquattro, vale a dire l’età che aveva Jagger quando lo lesse. Sospetto che mi avrebbe entusiasmato. Non dico che avrei scritto una lunga e mefistofelica canzone sulla convulsa situazione politica e sociale dei primi anni Novanta, però sono certo che mi avrebbe segnato nel profondo, come fecero in quel periodo Savinio, Kerouack, Kafka e Dostoevskij, per dire. Tuttavia, forse non è stato male leggerlo solo oggi, perhé la scorza dell’età mi ha consentito di governare lo sconcerto di fronte a una struttura che, beh… 

Dal presente (anni ’30) della Russia sovietica – che pure rimane indistinta, quasi la scorgessimo da dietro un cristallo opaco – al passato della Giudea di Ponzio Pilato, passando per la dimensione del soprannaturale: lungo i trentadue capitoli (trentatré – numero non certo casuale – con l’epilogo) lo spazio e il tempo subiscono contorsioni e cortocircuiti, tanto che si aprono botole, si schiudono sipari, si rovesciano doppi fondi, si consumano trapassi stilistici (il satirico, il fantastico, lo storico, il gotico…) a cui corrisponde la trasfigurazione dei personaggi, chiamati a costituire il corpo di una storia folle ma aggrappata con mille tentacoli alla realtà. Se la componente allegorica è centrale – ovvero l’intenzione di criticare in profondità il sistema sovietico, la sua ossessione per il controllo fin negli aspetti apparentemente più innocui – il respiro dell’opera è talmente grande e sfuggente (e trafelato, e convulso) da far sembrare limitativa questa interpretazione.

Significativamente, la rilettura della vicenda di Pilato, ovvero il suo incontro con Gesù (Jeshua Ha-Nozri), il giudizio e la crocifissione, appaiono con la loro crudezza i passaggi più realistici, sbalzati come sono dalla mitizzazione evangelica, così come il tormento del procuratore romano si intuisce sotto la corazza dell’autorità (si fa chiamare “l’Egemone”), quasi fosse il ronzio prodotto dall’attrito tra la fedeltà all’imperatore – vissuta come un dovere supremo – e la sensazione che la portata degli eventi consumati attorno a Jeshua-Gesù siano destinati a travolgere l’orizzonte della Storia. Bulgakov dimostra una straordinaria padronanza pittorica anzi fotografica della “scenografia”, procedendo dal dettaglio all’insieme e viceversa, una virtù tecnica che diventa sostanziale perché gli consente di trascinare il lettore da un piano narrativo all’altro mantenendolo in equilibrio, aggrappato a un filo narrativo sottoposto a continui ondeggiamenti e scossoni.

Inutile aggiungere che l’elemento comico, dotato di una verve ulcerante, è irresistibile (il capitolo sullo spettacolo di magia nera al Teatro del Varieté ha del prodigioso), ma lo è proprio perché non viene mai meno la vena di pericolo e angoscia, introdotta fin da subito dalla sconcertante apparizione di Woland e conseguente decapitazione di Berlioz: l’assenza di pietà è un filo elettrico scoperto che attraversa tutte le pagine, una specie di reazione nevrotica alla nevrotizzazione del potere. È proprio questo l’aspetto che più di tutti mi ha conquistato: l’irruzione dell’irrazionale sulla scacchiera del razionale, una perturbazione virulenta, irriguardosa, sprezzante, che si fa beffe dell’ordine costituito con l’obiettivo di svelarne il putridume sotto l’uniforme, l’oscenità annidata nella frattura tra l’utopia schiacciante e le piccole o grandi meschinità elevate a obiettivo di ogni cittadino. Non a caso la natura giullaresca di Korov’ev e Behemot si rivela una maschera, sotto cui si cela invece una missione solenne, come rivela il bellissimo finale.         

Quanto ai due protagonisti – in realtà lo sono soltanto perché così vuole il titolo – la sensazione che si tratti di puri caratteri è ancora più forte: il Maestro è uno scrittore outsider, il cui romanzo su Ponzio Pilato (che “esonda” nel romanzo di Bulgakov, intersecandone la trama con stordente disinvoltura metanarrativa) viene respinto da tutti gli editori con motivazioni surrettizie, consegnandolo a una frustrazione senza sbocco (accadde spesso anche a Bulgakov) e da lì alla pazzia; del Maestro s’innamora Margherita, borghese insoddisfatta del proprio matrimonio tanto conveniente quanto grigio, che non esita a passare dalla parte del diavolo per aiutare il suo amato ed emancipare se stessa. 

Tanto il Maestro è contemplativo, malinconico, attanagliato dai dubbi e tutto sommato arrendevole, quanto Margherita si rivela disposta a giocarsi tutto, perché l’alternativa è uno spegnersi lento a cui non resta che opporre uno spirito impulsivo, fanciullesco, libero. Divenuta strega, si libera dalle inibizioni come dai vestiti, il corpo diventa la sua natura, un miracolo tangibile, pura estensione della sua dimensione spirituale: durante la sua scorribanda tra i palazzi e le strade di Mosca a cavallo di uno spazzolone, Margherita è nuda ma invisibile, come se questo sua ritrovata condizione non fosse neppure contemplata dal sistema, incapace persino di concepirla. Oltre a simboleggiare la potenza inefabile e non irreggimentabile dell’arte, in lei è chiaramente sublimata la liberazione culturale (e sessuale) che caratterizzerà i Sixties e che – non certo a caso – giungeva al culmine in coincidenza della pubblicazione del romanzo.     

Ci sarebbe molto altro da scrivere, ma forse anche così è troppo. Bulgakov (a proposito, la parola russa bulgak significa “turbamento”, “inquietudine”: niente male, eh?) non è vissuto abbastanza per avere coscienza del concetto di rock, eppure questo romanzo ne è letteralmente intriso. Scommetto che anche Jagger qualche volta deve averlo pensato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...