Luoghi e identità: Qui giace un poeta

Dal momento in cui ho sentito di voler leggere questo libro, ho iniziato a farmi qualche domanda. Da cui ne sono nate altre, e altre ancora, una ramificazione di interrogativi da rimanerci intrappolato. La maggior parte li ho lasciati lì, dove sono sempre stati. Di alcuni, leggendo, mi è sembrato di avere intravisto la risposta. O il suo fantasma (ovviamente).

Tra le domande, forse la principale è: cosa cerchiamo nelle tombe? Ancora più specifica: cosa cerchiamo nelle tombe di individui che in vita sono stati celebri o comunque importanti? Il plurale è d’obbligo perché si tratta davvero di un sentimento diffuso, come testimonia l’esistenza di una letteratura ampia in materia, veri e propri diari di viaggio cimiteriali, immancabilmente suddivisi per aree di interesse specifico (percorsi alla scoperta di cimiteri notevoli di città o di nazioni, luoghi di sepoltura di musicisti, di attori eccetera). Le coordinate di Qui giace un poeta (Jimenez Edizioni) sono riassunte lapidariamente (!) nel sottotitolo: 60 visite a tombe d’artista. Quanto al senso delle parole “poeta” e “artista”, il perimetro è tutt’altro che rigido: se il dominio degli scrittori è schiacciante, non mancano tuttavia musicisti (De André, Mozart…), pittori (Pollock) o sportivi (Ayrton Senna) a costituire una guarnizione per nulla inopportuna, anzi. Proprio quest’ultimo aspetto suggerisce un altro interrogativo (e non si è ancora neanche provato a rispondere al primo): chi sono davvero i protagonisti?

Difatti, a colpire di queste trecento pagine che penseresti intrise di morte, è quanto siano piene di vita. Quella di chi riposa nel sepolcro, ovviamente, che poi è meta e pretesto del “viaggio” narrato nei sessanta capitoli (diversi per lunghezza, approccio, stile, eppure unificati da uno stesso movimento interiore, tanto da costituire ognuno un frammento – uno strato, un punto di vista – dello stesso racconto), a cui però si sovrappone la vita di chi racconta: insieme formano un intreccio delicato e profondo, una connessione intangibile eppure densa, come un testimone raccolto assieme alla consapevolezza della sua transitorietà.

Cosa cerchiamo dunque? Nella fattispecie: cosa cercano i sessanta scrittori, giornalisti, critici e artisti, gli autori insomma di queste testimonianze? Forse, principalmente, due cose: la pace e la libertà. Una pace che è l’eco muto e tangibile del suo contrario, di quel subbuglio irrisolvibile che spesso incancrenisce in conflitto e attraversa come un nervo indolenzito tutta l’esistenza. E una libertà che si porta dentro l’assedio delle ambizioni, l’insofferenza rispetto alle convenzioni, l’assillo di dover essere. Forse, ecco, in una tomba c’è il risultato di un’equazione per la quale non si è ancora trovata la formula risolutiva, e chissà se mai si troverà. Intanto però a questa incognita, alla sua inquietante oscurità, possiamo opporre almeno una certezza: il risultato c’è comunque, ed è composto di quella pace, di quella libertà.

Nelle sue diverse manifestazioni (una pietra nuda, un mausoleo, una targa laconica, una montagna…) il sepolcro è sempre un sigillo, il luogo in cui un corpo celebra l’identità di Natura e Storia. Contiene sempre una qualche forma di grandezza che riscatta qualunque anonimato, così come restituisce il personaggio celebre (mito compreso) alla dimensione – al destino – di noi “normali”. Perciò il sepolcro diventa un portale, la breccia da cui si può sbirciare l’umanità nella sua più semplice concretezza: nasci, muori, e basta. Di fronte a questo, tutto si ridimensiona, tranne la grandezza. Così il racconto può srotolarsi libero, e liberamente connettersi al narratore: Katherine Mansfield e Virginia Woolf, Leopardi e Yeats, Elizabeth Barrett Browning e Antonio Gramsci, Pirandello e Bolaño, Serge Gainsbourg e Joe Strummer, così come le coppie Sartre/De Beauvoir, Krasner/Pollock o Vanessa Bell/Duncan Grant, diventano compagni di viaggio – un po’ ossessivi e inevitabilmente spettrali – di una vicenda nuova, viva, sono il nutrimento, il riflesso e la radice, la materia che non smette di ricordarsi spirito (a questo forse allude, per contrasto, l’uso di lasciare oggetti sulle tombe, sassolini o biglietti della metropolitana).

Altro aspetto: la concretezza del sepolcro, la sua collocazione geografica, è un elemento cruciale. A parte i cimiteri celebri (anche in questo libro il Cimitero Acattolico di Roma e il Père-Lachaise di Parigi sono indubbi protagonisti), pure quelli più piccoli, periferici e addirittura sperduti, possono vantare una presenza forte tra le cose del mondo, più forte e permanente di coloro che li visitano. Tra le righe di questo girovagare per cimiteri (e quindi anche di Paesi, di città, di quartieri) si potrebbe leggere quindi il bisogno di definire se stessi anche come prodotto del rapporto con i luoghi, dell’attrito con la realtà come è stata definita dallo scontro tra Natura e Storia. Il che volendo si può interpretare come una critica (o, se preferite, un lamento) nei confronti di quel grande cimitero virtuale che sta diventando il web e i social in particolare (tema centrale nel forse trascurato Il grido, secondo romanzo di Luciano Funetta). La neo-cimiterialità che prende vita (!) sul web ad ogni morte (più o meno eccellente) o ricorrenza, è un rituale che celebra un simulacro prima di custodire un ricordo, prima di raccontare una storia. Ma, quel che è peggio, contribuisce a depotenziare i luoghi, a dimenticarne l’importanza o a dimenticarli tout-court, a vantaggio di non-luoghi sempre più omogenei e stilisticamente formattati, scenario perfetto di una condivisione di memoria collettiv(izzat)a che si ciba – e, ahinoi, si sazia – dell’atto stesso della condivisione di sé.

Molte le questioni, quindi. Molte le domande (e altre ancora, un cespuglio di interrogativi), per le quali forse non esistono risposte soddisfacenti. Ma non era certo l’obiettivo di questo libro (o almeno non il principale), che è riuscito invece a fare altro: mi ha trascinato, pagina dopo pagina, pietra dopo pietra, in una dimensione fitta di vita. Mi ha intrattenuto (quanto è sottovalutata l’importanza di questa parola: intrattenere) lasciandomi in regalo una intrigante insoddisfazione, ovvero la voglia di altri libri da leggere, luoghi da visitare, musica da ascoltare. Mi ha ricordato il qui e ora, l’altrove e il chissà. Mi ha fatto sentire un po’ più vivo del mio vivere.

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