Sopravvissuto: Mark Lanegan – Field Songs

Tra gli Ottanta e i Novanta non era facile uscire indenne da Seattle se avevi un’anima fragile e più fiammeggiante della media. Qualcuno cadde sul campo, altri ci sono andati maledettamente vicino. Tra questi ultimi, ad esempio, c’è Mark Lanegan.

Al netto dell’esperienza Screaming Trees (che meriterebbe accurata trattazione a parte), il repertorio solista di Lanegan ha acquistato col tempo ampiezza e densità di tutto rispetto, alternando lavori ottimi a prove più automatiche, maturando con gli anni una calligrafia arroccata su un canone inconfondibile e (anche per questo) efficace, anche se invero piuttosto rigido.

Se l’esordio The Winding Sheet – inciso in una nebbia chimica che, parole sue, cancellò ogni memoria delle sessioni (a cui parteciparono anche Kurt Cobain e Krist Novoselic) – lo vide pennellare un lirismo assieme torrido e siderale, e se in Whiskey For The Holy Ghost – per molti il suo capolavoro – dislocò questa vena magmatica in una dimensione più terrena (come avrebbe potuto un nipotino di Tom Waits morso dalla tarantola Gun Club), già Scraps At Midnight denunciava un sensibile spostamento verso forme più classiche, un processo che il successivo album di cover I’ll Take Care Of You rendeva esplicito.

Non si trattava però di una resa sulla via del mestiere e delle prese di beneficio: i nomi degli autori sottoposti a rilettura (Fred Neil, Jeffrey Lee Pierce, Tim Hardin, Buck Owens…) raccontano casomai il tentativo di scavare ai margini del mainstream, sulla linea scura dove il popolare e il misterioso si confondono, alla ricerca del battito profondo dei sentimenti e delle ossessioni, di quello che ci tiene in piedi e ci lega gli uni agli altri, e pazienza se poi scopri che non si tratta di ideali luminosi o valori moralmente elevati (ma casomai del loro esatto contrario). 

La prima parte della carriera solista di Mark Lanegan sembra quindi un percorso vero e proprio, destinato a compiersi con Field Songs, uscito nel fatale 2001. In esso il delirio psych-folk dei primi lavori si è ormai placato, andando a rannicchiarsi sotto una quieta ma sinistra classicità, come un serpente che dorme sotto la sabbia. Dodici i pezzi, una parata concisa di dolcezze demoniache a base di hammond e wurlitzer, tremori blues in sella a chitarre alcoliche, apparizioni spettrali e rievocazioni toccanti (vedi soprattutto la dolciastra Kimiko’s Dream House, che Jeffrey Lee Pierce regalò a Mark poco prima di morire, raccomandandogli di completarla*). Si avverte ovunque un senso di assedio, di calore e insidia, il bisogno di afferrare per la giugulare certa “Americana” come per obbligarla a confessare: lo senti nei tremori di One Way Street così come negli effluvi latini di Don’t Forget Me, nella giostra gotica di Miracle, nell’intrico resinoso della strumentale Blues For D, nello struggimento bieco di Resurrecton Song e nella melma acida di No Easy Action.

Riascoltato oggi, Field Songs non ha perduto forza, suona ancora suggestivo e insidioso come all’epoca, anche se era in quel 2001 che aveva pienamente senso: oggi come allora sembra infatti il tentativo fervido e un po’ disperato di tracciare una mappa del cantautorato folk-rock (blues) all’alba del nuovo millennio, per individuarne le provenienze e la direzione, le radici spettrali e quel po’ di futuro forse marginale ma inestinguibile.

Oppure, se preferite, somiglia alla terapia risolutiva (del tipo: dentro o fuori) di chi finalmente ha messo all’angolo i propri demoni e si sente abbastanza in salvo da poterlo raccontare. In ogni caso, da quel disco uscì un Lanegan diverso, consapevole della propria solidità, dotato di un carisma su cui ha strutturato il cammino successivo, segnato come già detto da lavori anche buoni (Bubblegum e Blues Funeral soprattutto) e collaborazioni più o meno azzeccate (quasi ovvio il sodalizio coi Queens Of The Stone Age, meno scontato quello con Duke Garwood, assai sorprendente ma fruttuoso quello con Isobel Campbell).

Da un pezzo nei dischi di Lanegan non si avverte più la spinta propulsiva dei primi lavori, quell’odore di ferite cauterizzate, quel senso di parabola viscerale lungo la quale giocarsi tutto. Peccato. Ma cos’altro augurare a un sopravvissuto se non la quiete solida della maturità?

* Jeffrey Lee e Mark stavano progettando un lavoro assieme, ma nel marzo del ’96 l’ex-Gun Club lasciò anzitempo questa terra: è la seconda collaborazione da urlo che Lanegan non è riuscito a realizzare dopo quella abortita con Cobain. Probabilmente sono i suoi due più grandi rimpianti.

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