Monito vivo: The Ghost Of Tom Joad

Come mi capita per molti dischi usciti a metà dei Novanta, ho un rapporto particolare con The Ghost Of Tom Joad.

La prima volta che lo ascoltai fu in auto. Sono quasi certo che fosse il 21 novembre del 1995, il giorno stesso della sua pubblicazione. Appena uscito dal negozio di dischi, strappai il cellophane del CD con l’impazienza dei miei venticinque anni e quando mi misi al volante avevo già il dischetto tra le dita, pronto da inserire nell’autoradio. Era una sera fredda e piovigginosa (lo è anche adesso, mentre scrivo queste righe).

Ricordo che guidai a lungo, girando a vuoto per le strade della mia città, spingendomi lungo le periferie, i raccordi, nella pancia vuota della zona industriale. Rinviavo il rientro a casa solo perché non volevo interrompere l’ascolto. Certo, il mio Technics casalingo non era un fenomeno (non lo è neppure adesso) ma avrebbe garantito comunque un sentire migliore e più comodo. Tuttavia, qualcosa mi diceva che quelle canzoni così raccolte, intrise di gravità e rabbia trattenuta, capaci di una tenerezza esausta pure se immerse in un’atmosfera decisamente livida, andavano ascoltate in medias res, tra le cose mentre accadono.

Non che mi esaltassero, anzi: sulle prime, a parte la title track che già avevo sentito in radio, mi sembravano persino un po’ noiose: del resto all’epoca seguivo una dieta sonora piuttosto elettrica, nutrendomi con generose dosi di vampe grunge, lo-fi e brit-pop. Eppure in The Ghost Of Tom Joad avvertivo chiaramente la vibrazione di fondo delle situazioni importanti. Durante quei tre quarti d’ora di gasolio bruciato senza meta, mi sorpresi spesso a stringere il volante più di quanto non fosse necessario, come per aggrapparmi a non-so-bene-cosa.

Infine posteggiai sotto casa, aspettai la fine del disco e feci fare ancora un giro alla title track: adoravo quell’armonica insanguinata (ancora oggi, se è per questo). Ero deciso a fare luce su quei testi, a schiudere il guscio di quei racconti posseduti da fantasmi folk smerigliati su binari di frontiera. Ci sarei riuscito, anche se dapprima con una certa approssimazione (il web era ancora un miraggio).

Un quarto di secolo più tardi, del Tom Joad penso che sia un ottimo disco, ma non lo includerei tra i grandissimi. Per dire, non credo che lo farei rientrare neppure tra i primi cinque migliori di Bruce Springsteen, eppure tra i suoi album è quello che oggi mi sembra il più vivo, come un monito che – ahinoi – non ha smesso di indicarci quello che preferiremmo ignorare.

Qui la mia recensione per Sentireascoltare

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