Senza (più) senso: Uccidi quei mostri di Jeff Jackson

Lo so: la mia ricerca di occasioni per riflettere sulle sorti del rock ha qualcosa di morboso. Ne sono pienamente consapevole. Però, suvvia, ho i miei buoni motivi. Sono cresciuto nell’epoca in cui un nuovo album rock poteva spalancare di colpo le porte della percezione o comunque imprimere una svolta importante alla tua esistenza (o alla tua generazione: spesso entrambe le cose), ed ecco che mi ritrovo da adulto (ok: quasi anziano) in un mondo nel quale escono album rock anche belli, pure molto belli, che però se va bene si guadagnano un paio di settimane di effervescenza social, ribadite casomai da una citazione più o meno onorevole nelle classifiche che riempiono le bolle degli appassionati a fine anno. Di cui probabilmente non ti ricorderai dopo l’Epifania.

Ho accettato da un pezzo questo stato delle cose, anche perché mi pare che non ci fossero alternative. Ma non ho mai smesso di indagare le cause che ci hanno portato fin qui. È diventato uno dei miei hobby, diciamo. O, più verosimilmente, una delle mie ossessioni. In ogni caso, mi interessa molto tutto quello che gira attorno alla questione del rock come cultura non più cruciale, marginalizzata, storicizzata. Così, quando mi sono imbattuto in Uccidi quei mostri di Jeff Jackson non ho neppure dubitato riguardo l’eventualità di farlo mio e leggerlo: non si trattava di un’eventualità, lo avevo già fatto mio.

Jackson è uno scrittore, commediografo, artista visuale e compositore statunitense. Il suo primo romanzo, Mira Corpora (2017), ha ottenuto ottimi riscontri di critica e buone posizioni nelle classifiche di fine anno (già, queste classifiche vanno molto di moda anche nel fantastico mondo dei libri). La qui presente seconda prova vanta persino una segnalazione da parte di Don DeLillo, puntualmente riportata nel risvolto di copertina. Ma non è per quello che ho sentito l’irresistibile impulso a farlo mio (anche se, lo ammetto, ha contribuito: DeLillo è uno dei miei scrittori preferiti).

Uccidi quei mostri è un romanzo strutturato come un vinile, con un lato A (“Il mio periodo oscuro”) e un lato B (“Kill City”, come un disco assai bello e controverso di Iggy Pop e James Williamson) che puoi leggere solo “girando” il libro, come si fa appunto con gli LP. Questi due “lati” non sono narrativamente contigui, ma raccontano la stessa vicenda cambiando punto di vista e un bel po’ di altre cose.

Si aggiunga che il sottotitolo è “L’ultimo romanzo rock” (pretenzioso ma affascinante), la trama prevede una serie di stragi (una specie di epidemia, come difatti viene definita dai protagonisti) durante i concerti rock, che l’autore ama utilizzare scalature di grigio e variare il font per caratterizzare il diverso tono e lo spostamento di angolazione dei capitoli, che insomma la linearità della narrazione viene perturbata spesso e volentieri dal ricorso a espedienti grafici e incongruenze apparentemente caotiche ma funzionali, il tutto con al centro dei ragazzi che tentano di aggrapparsi al rock come forma espressiva in uno strano presente senza centro di gravità: come potevo ragionevolmente resistergli?



Alla fine della lettura, ahimé, queste premesse sono quello che più mi è piaciuto: Jackson sarà molte cose, ma non mi pare un grande scrittore. Oserei persino sostenere: non è uno scrittore. Periodi lineari e persino banali definiscono una trama balbettante, sfocata, che neppure si preoccupa di girare attorno a qualcosa di sostanzioso. A partire dai personaggi, piatti e stereotipati come protagonisti di un teen drama precipitati in un incubo emo. E insomma, ci ho messo poco a capire che avevo a che fare con una scrittura scialba e a tratti imbarazzante aggrappata a un plot quasi inconsistente, a tratti improbabile: perché non l’ho abbandonato? Per il rispetto imperituro che devo a DeLillo? Ma no, figuriamoci (casomai mi è capitato spesso di pensare: “Don, grande Don, tu quoque?”).

Ho comunque portato a termine la lettura, dopo aver “girato” il libro per cambiare “lato” (e aver pensato che, vabbè, è una figata), perché in quello che stavo leggendo mi sembrava di intercettare comunque delle risposte. È un po’ come se lo smarrimento narrativo di questo libro venisse assolto dal suo “esoscheletro”, da quella struttura che mima nostalgicamente un rituale in via di estinzione. Mi ha fatto pensare alla sensazione strisciante che provo quando ancora oggi cedo alla tentazione di comprare un vinile, ovvero al sospetto che a guidarmi sia più il bisogno di tenere in vita gesti che mi definivano (e che forse hanno ancora la capacità di farlo) piuttosto che il desiderio di ascoltare un disco. In altre parole, quella modalità di ascolto tende a sovrapporsi all’ascolto, depotenziandone la sostanza, anche se forse accade proprio a causa di un depotenziamento della sostanza già in atto. Probabilmente sono vere entrambe le cose (mai detto che sia semplice da capire: è per questo che ne sono ossessionato).

Gli assassini del romanzo somigliano a zombie, sono vuoti e insensati certo, ma simili in ciò ai “mostri” che mettono nel mirino, i rockettari e la loro musica scomoda ma tutto sommato banale, disallineata tuttavia codificata. Vittime e carnefici sembrano mossi dagli stessi fili, un destino di distruzione e autodistruzione senza altra causa che sia l’assenza di cause, una livida eclisse di scopo, di motivi, di senso. È per questo che Uccidi quei mostri mi pare significativo, così come il suo sostanziale fallimento: ci dice (consapevolmente o meno) che il rock non sa più raccontare, gira attorno a un se stesso narrato mille volte, può solo cambiare angolazione, punto di vista, prospettiva, può girare lato ma finire sempre per avvitarsi attorno al proprio buco nero.

Ok, non sono d’accordo con questa conclusione. Continuo a credere – a sperare – che il rock possa significare ancora e tornare cruciale proprio perché forma espressiva marginale, capace perciò di sottrarsi almeno in parte alla pianificazione, alla codificazione. Tuttavia, libri come questo (uno dei peggiori che abbia letto da molto tempo a questa parte) rappresentano un monito che non dovremmo ignorare.

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