Oasis: spazio saturo e sogni solidi

Ricordo benissimo. Come se fosse ora. Anzi, facciamo finta che sia ora: fuori piove, nell’abitacolo della mia utilitaria fa troppo caldo, sto sgomitando nel traffico del tardo pomeriggio, il ventilatore lotta con la condensa sui vetri, l’autoradio è sintonizzata su un programma della radio statale, ad alto volume. Lo speaker mi piace, apprezzo il suo approccio garbato e competente al rock’n’roll. Si chiama Giancarlo Susanna. Ha appena detto che il nuovo album degli Oasis è molto bello e che loro, con buona pace di tutti, sono una grande band. Quindi fa partire una loro canzone, non saprei dire quale, forse, banalmente, Wonderwall. Che combinazione: sto sgomitando nel traffico, appunto, con l’obiettivo di parcheggiare più vicino che posso al negozio di dischi.

Mi capitava di andarci un paio di volte alla settimana, anche tre. Non seguivo una regola dichiarata, ma in genere uscivo dal negozio con un disco nuovo e un “nice price”. Quanto al nuovo, (What’s The Story) Morning Glory?, secondo album della band mancuniana, era tra le possibili opzioni. Infatti, finì che lo presi. E, sì, probabilmente l’affermazione di Susanna fu decisiva (non te ne voglio, Giancarlo, ovunque tu sia).

Avevo ascoltato molto Definitely Maybe, mi era piaciuto, però non avevo saputo superare la sensazione che qualcosa non funzionasse in quel disco e in quella band. Le canzoni suonavano assertive, sfrontate, anche quando calavano sul tavolo le carte più malinconiche. Non ci sentivo l’ombra di un’incertezza: i fratelli Gallagher (suvvia: gli altri erano dei puri comprimari) sfoggiavano la tipica padronanza eccessiva di chi sa che la strada per dribblare la sfiga non è certo lastricata di dubbi.

Che dire di quelle melodie prevedibili e avvolgenti come una discesa sul fondo e cross al centro. Che dire di quei volumi. Che dire di quell’elettricità così granulosa ma perfettamente sagomata. E quel drumming e il basso da catena di montaggio. Infine, soprattutto, il canto tra lo sdegnato e lo sbruffone di Liam, uno che ci tiene a farti sapere quanto si è rotto i coglioni prima di trovarsi davanti a quel microfono e ancora gli girano.

Era un po’ come se le scorie di power pop, glam, hard rock e Madchester fossero state schiacciate e compresse in cubi dai bordi netti ma rugginosi, specie di monoliti euforici e pungenti, salvifici e drammaticamente transitori come i venerdì sera nel solito pub. Dio, quanti rimpianti: all’epoca aveva ancora senso che una strategia escapista tanto fracassona e illusoria avesse le forme e la sostanza del rock. Comunque, poco più di un anno dopo l’esordio, ecco (What’s The Story) Morning Glory?, preceduto da un hype che grondava dalle pagine delle riviste specializzate (ma non solo) e dalle stazioni radio (appunto). L’autunno del 1995 iniziò più o meno così.

Tengo a precisare: il britpop non mi ha mai appassionato granché. Della diatriba (ah ah) tra Blur e Oasis me ne sono sempre sbattuto con l’agilità di un Tomba tra le porte. Ok, persi un po’ la testa per Dog Man Star dei Suede, forse perché lo trovavo eccessivo e improbabile come certe mie ambizioni già appassite. Sono fatto così: provo un’irresistibile attrazione per il cuore postumo del presente. Perciò detesto la nostalgia: perché mi domina. A differenza del grunge, che tentavo di decifrare come una vera e propria scena (sbagliando), giudicavo il britpop disco per disco, singola band per singola band. Non vedevo le connessioni tra i gruppi, mi sembrava tutto un complotto giornalistico. Per me i Blur erano i Blur, e gli Oasis, beh, gli Oasis.

Gli Oasis, già: la band di due fratelli irascibili con un talento notevole per le melodie a pronta presa (soprattutto Noel) e per il modo migliore di farle arrivare agli altoparlanti della generazione X (pure un po’ Y). Il loro secondo album non si limitò a confermare le premesse dell’esordio, ma ne rappresentò un compimento che non ammetteva ulteriori sviluppi. La “loudness war” aveva trovato il suo campione, e le nostre orecchie avrebbero dovuto abituarsi a una nuova dialettica tra volume e definizione sonora, dove il digitale metteva il cappio definitivo al rumore e tutte le frequenze udibili venivano riempite fin quasi a straripare (quel “quasi”, si badi bene, è l’elemento decisivo). Eravamo deliziosamente fottuti, noi e i nostri CD. Eppure le canzoni c’erano, ed erano destinate a imprimersi a fuoco nell’immaginario, polverizzando record di vendita come schiacciasassi albionici carburati a spavalderia e voglia di rivalsa. Le ascoltai ininterrottamente per giorni, sempre con quella sensazione: c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui mi soddisfacevano, nella facilità disarmante con cui mi riempivano.

Avevo venticinque anni, l’età in cui si è (o si dovrebbe essere) in bilico. L’età delle decisioni che lasciano il segno, come se la strada a un tratto, chissà come e quando, fosse diventata un’autostrada, cioè più velocità, più competizione, regole più inflessibili, occhio ai sorpassi e attento a non mancare l’uscita. Cos’altro mi sembravano Roll Whit It, Wonderwall, Champagne Supernova e Morning Glory se non il trionfo del farcela ogni giorno malgrado quello che dietro le spalle si sgretolava? Con un messaggio neppure troppo subliminale che recitava “vai avanti, non voltarti, andrà bene, e in culo a tutto il resto”. Già. Ma c’era comunque qualcosa che non andava. 

Di cosa si trattasse mi fu chiaro di colpo, un pomeriggio di quasi inverno. Ricordo molto bene anche quella circostanza. Tanto per cambiare, ero in auto. Stavolta neppure riuscivo a sgomitare: traffico bloccato. Avevo appena inserito nell’autoradio il secondo CD di Thirty Years of Maximum R&B, quel magnifico cofanetto dei The Who. Non lo ascoltavo da un po’ (l’anno precedente non avevo praticamente ascoltato altro). Forse il volume era un po’ troppo alto, in effetti capitava spesso che lo fosse, fatto sta che I Can See For Miles mi sorprese come la sirena di un’ambulanza lanciata come un bolide attraverso un paesaggio infernale.

Quanta follia in quella canzone, tutti quei contorni mobili e distorti, l’elettricità risucchiata in un imbuto e rilasciata a onde, a vampe globose, il ritornello come uno squarcio su chissà quale porta della percezione, in bilico tra rivelazione e collasso, tra eccitazione e mistero. Basso, chitarra, batteria e voce erano demoni impossibili da addomesticare, una squadra selvatica e visionaria che aveva messo in piedi quella bolgia luminosa. Amavo quella canzone, ancora oggi è tra le mie preferite dei The Who, eppure mi sembrava di ascoltarla per la prima volta. Una sensazione che – chissà perché – associai subito agli Oasis. Pensai: ecco quello che non va.

Le canzoni dei Gallagher – ok, quasi tutte del solo Noel, che nel secondo disco per la prima volta ci metteva faceva sentire la sua voce (nella agrodolciastra Don’t Look Back in Anger) – non lasciano margine a nient’altro: sono tutto quello che c’è da dire riguardo a ciò che le ha ispirate. Uno spazio saturo, proprio come quei volumi, o come la curva implacabile delle progressioni armoniche e delle melodie. La riprova è arrivata dal buon Ryan Adams che ha riletto Wonderwall iniettandola delle sue tipiche inquietudini sospese, modulando timing e volume così da scavarle dentro e recuperare spazi, margini di manovra. Nell’ottobre del 2008 lo stesso Noel, intervistato da Spin, dirà che Adams “è l’unico che ha interpretato bene la canzone. Amo suonare la sua versione, ma di fronte a sessantamila fan degli Oasis è impossibile farlo”.

Ed ecco il punto: nelle canzoni degli Oasis agisce l’ambizione formidabile di chi ha coltivato il sogno della rock’n’roll star come via di fuga dalla mediocrità, tanto che il luogo in cui acquistano pienamente senso è il palcoscenico di uno stadio di fronte a un pubblico sterminato. Ed è un luogo presente nelle canzoni fin dal loro concepimento, già da prima – ad ascoltare Definitely Maybe – che il successo rappresentasse uno scenario probabile. Tutti i sogni (tardo) adolescenziali, le frustrazioni, la rabbia, la malinconia, atterrano su quel palcoscenico virtuale e diventano reali, sono l’identificazione liberatoria e totale con un sogno realizzato, il rock’n’roll che trova in se stesso lo scafandro e l’ossigeno. Niente male, certo, ma nient’altro che questo. Abbastanza forse per giustificare una carriera ricca, ma non abbastanza perché risulti anche interessante. 

Be Here Now, agosto 1997, aveva il non trascurabile difetto di essere costituito della materia di sogni già ampiamente realizzati, sedimentati, celebrati, ovvero privi di desiderio, di reale ambizione. Era il trionfo del già accaduto. Il palcoscenico era diventato un monumento, il pubblico un brulicare di memoria affamata di conferme e relativa comfort zone. 

Oggi, dopo tanto tempo, ho riascoltato i primi due album degli Oasis. Non possiedo più i CD: dal momento che non ho l’abitudine di venderli, mi sono limitato a regalarli (ormai molti anni fa). Li ho riascoltati oggi sul mio music provider. Cuffia avvolgente, volume alto, e via. Sensazioni, prevedibilmente, epidermiche. In verità però anche peggiori di quanto ricordassi. Giusto un po’ di nostalgia, che non nego a niente e nessuno che abbia incrociato in maniera significativa il mio cammino. Casomai un pensiero costante, per nulal nuovo: non riuscirò mai a capire i paragoni coi Beatles, a parte gli impressionanti risultati commerciali. Se per i quattro di Liverpool fare musica significava cercare senza tregua, spostando disco dopo disco il limite di ciò che potevano immaginare e creare, i Gallagher invece hanno fatto il nido sul palco mastodontico che hanno avuto il merito di conquistare e lì sono rimasti, erigendo mura di suono a protezione del fortino prima che crollasse dall’interno. 

Eppure, era giusto così: gli anni Novanta rotolavano verso il nuovo millennio in una nube di paradigmi sbriciolati, affidandosi a prospettive tecnologiche eccitanti anche se cariche di incognite. Le certezze si liquefacevano come avrebbero fatto presto i supporti fonografici. Si avvertiva il bisogno di sogni solidi a cui aggrapparsi, di palcoscenici, fortini e mura. Qualora ne aveste bisogno, sono ancora lì.

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