Imperfetto, importante: La casa sul lago di David James Poissant

Ma è così che funzionano le famiglie: l’insignificante elevato a imperativo. Metti tre coppie sotto lo stesso tetto per una settimana e tutto diventa un codice per indicare qualcos’altro

C’è un bambino sul fondo del lago: un elemento narrativo che più simbolico non si può. Qualcosa di innocente che si sta decomponendo nella pancia buia della coscienza individuale e collettiva. L’atto mancato, il primo dei tanti passi falsi che hanno dissanguato le speranze, le prospettive, il corpo elastico dei tempi che furono.

Sì, un bambino cade nel lago, e tutto precipita. Protagonista una “modern family” statunitense, i due capostipiti (quasi) ex-professori Lisa e Richard, i due figli circa trentenni Michael e Thad, i di loro rispettivi partner Diane e Jake. Tutti devono fare i conti con qualcosa di inconfessato, un segreto capace di gettare sabbia tra gli ingranaggi del delicato meccanismo che tiene insieme le loro relazioni e, di conseguenza, la loro vita. Sullo sfondo di una vecchia casa delle vacanze sulla riva del lago Christopher, North Carolina, così male in arnese da spingere Lisa e Richard a volersene disfare, si innesca un processo distruttivo che chiamerà ognuno alla resa dei conti. Che David James Poissant conduce con penna agile e cruda, galleggiando tra i protagonisti per diventare il portavoce del loro sconcerto, della spirale di rimorsi e rivendicazioni, della rabbia senza appigli per un presente impoverito di futuro e (perché) incapace di custodire il passato. Depressione, insoddisfazione, dipendenze varie (alcool, psicofarmaci, ossessioni sessuali) fotografano una febbre sul punto di oltrepassare il livello di guardia, sintomo di una malattia estesa agli organi vitali del consesso sociale.

Con questo materiale, il romanzo d’esordio dello scrittore di Orlando – dove insegna alla University of Central Florida – poteva essere una bomba o una frana. Devo ammettere che nutrivo grandi aspettative, tanto mi erano sembrati a fuoco i racconti della raccolta Il paradiso degli animali. Pessima idea, nutrire grandi aspettative: adesso mi tocca masticare un po’ di delusione. Sulla distanza lunga infatti Poissant smarrisce la misura, si lascia intrappolare in situazioni e dialoghi che chiedono troppo ai personaggi (alcuni dei quali recuperati proprio da due vecchi racconti) e concedono troppo al lettore. Sì, a tratti pecca di sensazionalismo e – sorprendentemente, per uno il cui stle molti hanno paragonato a quello di Cheever – di sentimentalismo. Il guaio è che sembra eccedere su questi versanti in maniera del tutto gratuita, come se si trattasse di una scelta ben ponderata, o comunque la sensazione è che tagliare e asciugare quelle parti (vedi in particolare alcuni mielosi colloqui tra le coppie) non sarebbe stato difficile né avrebbe interferito con l’intreccio (mi è capitato di chiedermi: possibile che nessun editor glielo abbia segnalato?).

In una vecchia intervista, rilasciata appunto per Il paradiso degli animali, dichiarò di preferire la misura del racconto perché, cito a memoria, “se devi scrivere qualcosa di brutto meglio farlo in poco tempo”. Aveva ben chiare già allora quindi le debolezze su cui doveva lavorare e che ancora oggi affiorano, soprattutto nella parte conclusiva di una storia che va in cerca del finale commettendo appunto l’errore di cercarlo troppo (il sottofinale, ad esempio, sarebbe bastato). Altro errore: scoprire le carte delle implicazioni politiche mettendo in bocca a Michael un pippone che vorrebbe spiegare (anzi: giustificare) la virata trumpiana di tanti dem disillusi, col risultato di ripetere quanto già letto in un milione di editoriali e – peggio ancora – passare per un aspirante emulo di Franzen senza la capacità analitica multilivello di Franzen.


Peccato, perché quanto al resto Poissant conferma di essere in possesso di doti considerevoli. Su tutte, la capacità di cogliere il dettaglio (emotivo, espressivo) e farne ingrediente della tensione narrativa, così da alludere a situazioni vertiginose sul punto di consumarsi dietro la pelle della normalità. Quello cioè che lo rendeva un superbo autore di racconti, e che rende questo romanzo comunque godibile, spinto da capitoli che sembrano poter esplodere da un momento all’altro (a volte lo fanno). Si tratta di qualità che si rivelano utili a sostanziare quello che è forse il centro tematico (e volendo poetico, forse anche politico) del romanzo: la famiglia come punto di attrito della transizione verso un nuovo paradigma culturale, il setaccio in cui si raccolgono le scorie delle criticità più perniciose, dal fenomeno dei cosiddetti working poor alle derive psicologiche sbocciate sulle macerie delle ideologie, passando per la tossicità pervadente dei mercati e le sue ricadute su costumi, cultura e ambiente. Lake Christopher assume quindi l’aspetto di un fortino geografico e simbolico assediato dalle truppe della gentrificazione, che presto porteranno a termine la loro opera di sopraffazione.

Proprio qui – più che nel terribile incidente del primo capitolo e nel relativo riverbero su ciò che segue – vanno individuate le cause della vibrazione angosciosa che attraversa tutta la storia: un senso di profondo inaridimento, come il lungo irrigidirsi e appassire di una stagione irrecuperabile, mentre i luoghi della felicità acquistano fattezze sempre più fredde e ostili. Se esiste una possibilità di uscirne vivi, sembra suggerire Poissant, va cercata nel codice delle relazioni, nel legame tra individui come molecola fondante della comunità, sostanza di ogni modello sociale, culturale, politico. La famiglia quindi non come istituzione sacra, ma come innesco di un processo da riattivare una volta metabolizzato tutto ciò che ne ha messo in crisi i valori, il ruolo, la sua stessa esistenza. La famiglia come entità capace di affrontare il fossile di se stessa e identificarsi nel superamento di ogni modello, nella comprensione vitale del cambiamento.

La casa sul lago è il romanzo imperfetto ma importante di un autore che, ne sono convinto, ha appena iniziato un percorso luminoso.

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