Awakening Songs #27: The Rolling Stones – Sway

Di risvegli che mi hanno sconvolto i pensieri non me ne sono capitati granché ultimamente, ma solo perché ogni giorno è stato un imbuto, inclinato e scivoloso, verso la definizione di una nuova normalità. Lavorare da casa, ad esempio. Coltivare un vocabolario emotivo sul terreno rigido della distanza. E sentire ogni regola che si aggiunge al codice, si sovrappone e s’incastra in una trama sempre più solida. Tuttavia, non appena sbirci dietro il sipario, ecco il tremore della fragilità, la paura di chi sente l’odore delle ferite scoperte (le proprie). Non sarà che ci siamo abituati prima di capire cosa è realmente accaduto?

A questo pensavo stamattina, mentre cercavo di smaltire le scorie di un sonno flaccido e scarso. Intanto, senza nessun motivo apparente, mi girava in testa Sway.

Non sempre mi è chiaro quanto i grandi dischi siano tali perché anche le canzoni di secondo piano si rivelano ottime, o invece quanto certe canzoni di secondo piano sembrino migliori perché fanno parte di grandi album. A scanso di equivoci, lo dico subito: Sway è una grande canzone. Ma è anche, come dire, una delle più incerte di Sticky Fingers. La sua andatura è fin da subito caracollante, aggrappata a un blues logoro, slabbrato, mentre la melodia procede a conati, quasi abbacinata. Come se, appunto, il protagonista dovesse fare i conti con un turbamento improvviso e feroce.

Quel protagonista è, senza ombra di dubbio, Mick Jagger, e non solo perché è, guarda un po’, il cantante. Anche se il pezzo è attribuito convenzionalmente alla coppia Jagger/Richards, sembra acclarato che Keith non ci abbia messo penna. Non solo: anche la chitarra ritmica non è suonata da zio Keef ma – per la prima volta in un pezzo stoniano – dallo stesso Mick. Richards avrebbe contribuito solo ai cori, come del resto – ma non è certo – Pete Townshend. Ulteriore anomalia: Mick Taylor non solo si rese autore di una prova maiuscola alla slide, ma avrebbe contribuito in maniera significativa in fase di composizione, senza poi ahilui venire accreditato (se la legherà al dito). Scherzetti del genere accadevano spesso all’epoca. Accadde infatti anche a Marianne Faithfull, coautrice non accreditata di Sister Morphine, altra grande canzone di Sticky Fingers, sei posizioni in scaletta più avanti.

Mi sono svegliato, insomma, con in testa Sway. Con quella stessa sensazione appiccicosa e languida che mi trasmette da almeno trent’anni (forse di più, senz’altro di più). Il grugnito granuloso delle chitarre, il canto a strappi, l’imperturbabilità del piano (suonato ovviamente da Nicky Hopkins), il solo di chitarra come una torcia gettata in un pozzo orizzontale, gli archi che pennellano un alone incongruo quasi fossero la bava di un sogno avariato o lo strascico di un’allucinazione: tutto questo mi catturò, da ragazzo, prima ancora che fossi in grado di decifrare il testo. Più avanti, quando il testo arrivò, fu come se gli ingranaggi avessero finito di incastrarsi e il motore iniziasse davvero a ruggire.

Did you ever wake up to find
A day that broke up your mind
Destroyed your notion of circular time
It’s just that demon life has got you in its sway

L’idea di tempo circolare spezzata da un giorno sbagliato, o forse – al contrario – dal giorno giusto, quello che ti apre gli occhi, quando capisci che la vita infernale ha preso il sopravvento: siamo un centimetro oltre il rock’n’roll, sulla linea d’ombra che separa l’euforia dalla consapevolezza. Gli anni Settanta picchiavano duro, gli Stones erano famigerati e magnifici, ma neppure loro potevano ignorare la cappa color piombo che si stendeva sulle teste di tutti. Voltarsi significava contare sempre più cadaveri e anime perse, non c’era più traccia dell’utopia di cui i cinque potevano divertirsi a incarnare una sfaccettatura viscerale e spudorata. Qualcuno vide (e vede) nei versi di Jagger riferimenti alla depressione (“that demon life”), ma francamente non mi pare il suo terreno di gioco. Più credibile che intendesse descrivere il disgusto profondo per come il sogno eccitante vissuto per tanti anni stesse marcendo un eccesso dopo l’altro, un inganno dopo l’altro.

One day I woke up to find
Right in the bed next to mine
Someone that broke me up with a corner of her smile

E così, stamattina, svegliarsi è stato un rotolare. Un risvegliarsi da quel sonno insoddisfacente, per poi muoversi con cautela in un’apparenza di normalità, attento a cogliere i segnali. È stato un caracollare fino a un caffè senza gloria, e sorseggiarlo buttando uno sguardo sul mondo esterno, alla luce sottile di un mattino già mitragliato da traffico e scadenze. È stato accorgersi che fa un po’ più freddo, ma che forse è solo una sensazione. Un sintomo. Deve esserci un modo per scoprirlo.

Qui le altre Awakening Songs

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