Snodo cruciale: After The Gold Rush

Cosa sia After The Gold Rush per Neil Young, lo dice innanzitutto la sua collocazione storica: uscito il 31 agosto del 1970 (secondo altre fonti il 1 o il 19 settembre), è l’album che segue la doppia consacrazione di Everybody Knows This Is Nowhere (maggio 1969, con i Crazy Horse) e Deja Vu (marzo 1970, con Crosby, Stills e Nash), e che precede l’apoteosi di Harvest (febbraio del 1972).

Della mia scoperta fisiologicamente tardiva di Young, è stato l’album che più di tutti mi ha sorpreso, affascinandomi con quel suono caldo ma sfuggente, intriso di inquietudine sospesa. Un suono che mi sembrò fin da subito il riflesso perfetto del suo tempo: i Sessanta evaporavano in una nuvola grigia assieme alla bambagia delle utopie, implose in un vortice tossico di cui i fatti di Cielo Drive e Altamont rappresentarono le escrescenze tanto tragiche quanto simboliche, perfetta introduzione alla parabola perniciosa dei Settanta.

Dopo il controverso esordio solista (l’omonimo del novembre 1968), nel giro di un paio d’anni il canadese era riuscito comunque a imporre la bellezza sghemba del suo folk rock fragile e incandescente, che per molti versi presagiva il collasso dell’epoca “peace & love” da cui pure traeva linfa e motivi. Per vincere facile sarebbe bastato incanalare il terzo album nel solco dei lavori precedenti e premere sul pedale del country rock elettrificato (e piuttosto enfatico, soprattutto la versione CSN&Y). Ma le antenne di Young intercettarono altre frequenze, ovvero la piega decadente e minacciosa di quel cruciale passaggio di consegne tra illusione e disillusione. Perciò decise (consapevolmente o meno) di spostare il centro di gravità del nuovo lavoro dalle parti di un malanimo amniotico che, tolte le scosse rabbiose di Southern Man e la fregola allucinata di When You Dance I Can Really Love, attraversa come un nervo indolenzito tutti i pezzi.

Non a caso firmò l’album da solo, malgrado la presenza dei fidi Crazy Horse (più Nils Lofgren): il punto di vista torna ad essere quello del Loner che osserva l’accartocciarsi delle prospettive, compreso il languido incantesimo che proprio da questo naufragio – come da tutti i naufragi, del resto – deriva. L’anima del disco è, come minimo, duplice: utopia e distopia si stemperano nell’affresco sognante della title track, concepita come parte della colonna sonora di un film fantascientifico mai realizzato, e che quindi da allora divenne la soundtrack di ogni sguardo gettato verso il futuro mentre l’orchestra suona e il transatlantico (probabilmente) affonda. C’è poi l’amore come impasto di dolcezza e crudeltà (Only Love Can Break Your Heart, scritta per un affranto Nash dopo la rottura con Joni Mitchell), c’è la speranza assieme al suo cuore nero (Don’t Let It Bring You Down), ancora l’amore come enigma sul filo tra abbandono e inganno (I Believe In You). E c’è una cover bellissima, quella Oh Lonesome Me che rallenta il country di Don Gibson (del 1958) fino a uno straziante passo cardiaco.

Come succede spesso con i grandi dischi, l’insieme vale più della somma delle parti, vale a dire che After The Gold Rush eccede il valore delle sue pur bellissime canzoni per farsi emblema (sonoro, tematico e iconografico: cosa dire della valenza simbolica della copertina?) di quello snodo cruciale tra due epoche così vicine e così antitetiche.

Se non è il capolavoro di Neil Young, è solo perché la mente (il cuore) fertile del cantautore canadese ha saputo nel tempo (prima e dopo questo disco) regalarci altri album incommensurabili.

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