Oppure altrove: 7 di Tristan Garcia (feat. Giuni Russo)

Mi sono finalmente deciso a leggere 7 di Tristan Garcia, che ho colpevolmente accantonato per quasi un anno. Perché tutta questa attesa? Eh, a saperlo. Fatto sta che settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha occupato posizioni sempre più arretrate nella mia lista dei “voglio leggere”, sopravanzato da romanzi e saggi più urgenti o snelli. Ho quasi finito per scordarmi di averlo comprato e, soprattutto, di avere provato un gran desiderio di leggerlo. Quasi.

Poi, senza alcuna ragione particolare, è finito nel mio zaino assieme al telo da spiaggia e alla crema solare. Figuriamoci: ne ho fatto una lettura estiva. Eppure è andata proprio così. L’ho letto tra ombrelloni, squilli di cellulare, spritz a orari improbabili, chiacchiere perlopiù a vuoto (quasi sempre ad argomento Covid: dal punto di vista delle public relation siamo tutti positivi). Aggiungo: con una canzone in testa che non c’entra nulla, o forse sì (poi vi dirò).

Non avendo letto altro del Garcia tradotto in italiano (Faber e La parte migliore degli uomini, entrambi pubblicati da NN Edizioni), ero del tutto impreparato. L’aspettativa nei confronti di 7 era comunque alta e si basava su un paio di raccomandazioni fidate, da cui avevo tra l’altro ricavato la convinzione che si trattasse di un – appunto – romanzo. Invece, malgrado il tentativo di collegare le sette parti di cui è costituito con espedienti narrativi non troppo convincenti (né, del resto, convinti), si tratta di racconti autonomi. Certo, non sono privi di consonanze tematiche, ma alla resa dei conti si presentano del tutto autosufficienti.

I temi comuni sono, sintetizzando al massimo, il senso di impotenza nei confronti della vita, vista da Garcia come un evento individuale inscritto nella Storia, schiacciato dai suoi meccanismi e in balia di linee di forza immutabili, nonostante i tentativi tenaci e disperati di dire “io”, di imporsi come ingranaggio decisivo e solco irripetibile. Altro aspetto ricorrente è il gioco di specchi e inganni tra tempo e memoria, il loro intersecarsi, stratificarsi e scambiarsi di posto, una dimensione ricca di risvolti ma soverchiante, impossibile da governare malgrado si tratti di un prodotto psichico e culturale (o forse proprio per questo).

Muovendosi tra vibrazioni distopiche più (Emisferi) o meno (Alice) marcate, sfiorando il thriller psicologico (L’esistenza degli extraterrestri), addentrandosi nel fantastico con sfumature gotiche e tratti di realismo magico (Sanguine, La rivoluzione permanente, I rulli di legno), i primi sei racconti (quasi dei mini-romanzi, cinquanta pagine circa ognuno) fanno perno appunto sulla, come dire, slogatura tra esistenza individuale e scenario collettivo, quest’ultimo un sistema così vasto e articolato da provocare nell’individuo un profondo senso di impotenza.

Le singole vite scorrono, scivolano come comparse nel grande racconto collettivo, di cui rappresentano una nota a margine senza troppa importanza. In questo senso, tutto è scritto: non c’è ossessione, illusione, ambizione, consapevolezza o rimpianto che possa cambiare il corso degli eventi e il quadro generale. Garcia fa brillare questo punto critico in sei situazioni assai diverse, molto suggestive anche se a tratti macchiate da sbavature retoriche (soprattutto in Sanguine). Per come tenta di inscrivere il fantastico in un contesto razionale o comunque speculativo – Garcia è del resto un filosofo – mi ha anche ricordato il Poe che in racconti come Discesa nel Maelstrom ricavava suggestioni terrificanti dalla pura descrizione del fenomeno naturale. Ma il pezzo forte arriva con l’ultimo racconto, un vero e proprio romanzo (oltre duecento pagine) diviso in sette capitoli. Prima però volevo dirvi della canzone.

In questi giorni non ho ascoltato molta musica. Ho provato a far girare il nuovo di Bright Eyes, ma non riuscivo a concentrarmi, mi assopivo dopo due canzoni. Non è un brutto disco, è che proprio non sentivo il bisogno di ascoltare. Tuttavia, mi è accaduta una strana cosa: sono stato aggredito da vecchie melodie delle mie estati adolescenziali. Mi tornavano in mente e mi possedevano per ore, per giorni. Una in particolare: Mediterranea di Giuni Russo. Anno 1984. All’epoca fu una specie di tormentone, scalava le classifiche con quel passo para-reggae appiccicosetto e plastificato, tutto così terribilmente 80s. Sotto molti punti di vista era una canzone assai lontana dalle mie corde (all’epoca – quattordicenne – seguivo una ricca dieta metallara), eppure non riuscivo a odiarla. Soprattutto per quel ritornello che scivolava in uno spleen languido, di quelli in cui lo capisci al volo (e se non lo capisci lo senti) che il taciuto conta più di quanto esce allo scoperto. Mi riferisco in particolare al punto in cui Giuni canta:

Portami a ballare oppure altrove
Ma portami via da qui

“Oppure altrove”: il punto cruciale è il desiderio di fuggire – anzi, di farsi salvare – dalla trappola della normalità, da quella catena di eventi di cui anche la vacanza – vera e propria protesi del quotidiano – è parte integrante. Ma in quell’altrove così imprecisato (perché imprecisabile, inarrivabile, forse inesistente e perciò mitologico) riposa tutta l’impossibilità della fuga, tutta l’illusorietà dello sforzo col quale tentiamo di smarcarci dallo schema.

Le canzoncine pop a volte fanno di queste cose: scoperchiano inquietudini, rivelano trame emotive sottocutanee, portano alla luce i piccoli cruciali tumulti che ribollono nel cuore della più o meno pacata consuetudine. Quel “ma portami via da qui”, cantato da Giuni con voce tanto più stentorea (persino scultorea) quanto più fragile, mi è sembrato rappresentare la perfetta chiosa melodica (sonora e lirica) allo strano libro di Tristan Garcia che stavo leggendo.

Libro che si conclude con Il settimo fa male, romanzo neanche troppo breve diviso in sette capitoli, tanti quante le vite del protagonista in possesso di una peculiare singolarità: appena muore, ricomincia a vivere da capo. Ovvero, rinasce: stessa madre, stessa famiglia, stessi eventi. Piccolo, cruciale dettaglio: il protagonista ricorda tutto delle vite precedenti. Una specie di Ricomincio da capo (pellicola del 1993 conosciuta anche come Il giorno della marmotta, con protagonista un grande Bill Murray), solo che a ripetersi non è un giorno ma una vita intera. Inizia così il resoconto di varie esistenze spese nel tentativo di cambiare “il cantiere del mondo”, anche se i cambiamenti si rivelano marginali oppure illusori (neanche una guerra riesce a mutare sostanzialmente le cose). Intrappolato nella vertiginosa condanna dell’eternità, il protagonista sperimenta per assurdo la propria piccolezza, vita dopo vita, fino a un finale che potrebbe somigliare a un approdo o a un naufragio.

L’impressione, ripeto, è che si tratti di una raccolta di racconti spacciata per uno strano romanzo a blocchi previo un lavoro di editing abbastanza gratuito (vedi l’espediente della canzone come elemento ricorrente). Se così fosse, di negativo ci sarebbe solo questo tentativo di dissimulare, come se le raccolte di racconti fossero un prodotto di serie B (ok, commercialmente è in effetti così). A parte questo, è stata una lettura notevole, intrisa di passaggi suggestivi nonché di veri e propri inneschi per riflessioni argute e deliziosamente scomode. Del resto, viviamo (pensiamo, dormiamo, amiamo, ci disperiamo…) accanto a un fantasma che ci sussurra costantemente il bisogno di uno sguardo diverso, capace di “portarci via da qui”, di liberarci dal senso di inevitabilità e impotenza, dalle strade dirette verso incalcolabili possibilità di futuro ma che portano al niente. Oppure, chissà, altrove.


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