L’individuo e la Storia: Città sommersa di Marta Barone

Marta Barone ha scritto con Città sommersa un… Cosa? Un libro che si muove in bilico tra biografia, saggio storico e… memoir? No, non lo direi un memoir. Anzi, probabilmente è il suo contrario: non si tratta qui di pescare dalla memoria-pozzo il materiale da riorganizzare in un racconto, l’autrice deve anzi fare i conti con la memoria perduta, negata, inesistente, che sente di dover recuperare anzi pedinare, stanare, ricostruire, assieme alla figura – al significato – di Leonardo Barone, il suo enigmatico padre, morto a causa di un cancro al fegato nel 2011. Il conflitto è fin da subito chiaro: ricavare l’individuo dall’impronta lasciata su altri individui/memorie, testimonianza dopo testimonianza, indizio dopo indizio, come prodotto cioè del contrasto – dell’attrito – tra dimensione intima e collettiva, tra individuo e Storia.

In un certo senso, si tratta di un giallo: quella di Barone è l’indagine di un investigatore riluttante che tuttavia non può sottrarsi al ruolo perché sente – lo sente con sempre maggiore chiarezza – che in gioco c’è il senso stesso del suo stare al mondo, del (suo) vivere. Se il “delitto” è una scomparsa (nel senso di morte ma anche di sparizione), la “scena” si scompone su almeno tre piani: il ricordo personale, le testimonianze dei conoscenti, i documenti. L’autrice procede per miniature (auto)biografiche, quadri di cronaca e affresco storico, senza nascondere la loro problematica compenetrazione sul piano narrativo anzi facendo perno proprio su questo aspetto per suggerire la difficoltà di un “lavoro” comunque necessario. L’Italia e in particolare la Torino tra i Sessanta e i Novanta si dispiegano quindi con un movimento rapsodico, la prospettiva schiacciata nella simultaneità guizzante di ricordi e testimonianze prodotta dal procedere dell’indagine, quasi che il vero soggetto fosse l’indagine stessa.

Vediamo quindi scorrere come un carosello ipnotico gli scontri del ’68, l’utopia settaria di Servire il Popolo col suo maoismo all’italiana, la terribile crisi economica dei primi Settanta (con la Fabbrica – la celebre casa automobilistica torinese non viene mai nominata – a incombere come un moloch maligno), l’inasprimento del conflitto prima politico e poi armato di Prima Linea, le lotte tenaci per alloggi e occupazione destinate a una sconfitta sorda e muta sotto lo schiacciasassi lento del potere, via Fani e lo sfaldamento caotico del Movimento, il diapason lancinante tra efferatezze passionali (via degli Artisti) e la carneficina sempre più ingovernabile degli attentati, la repressione dura e l’isteria giustizialista che mise sullo stesso piano il crimine e l’impegno, quindi la stagione del riflusso e l’accartocciarsi nel privato.

Barone scopre le implicazioni di suo padre Leonardo nella Storia, una “superficie” sotto cui si agita – come una città sommersa, appunto – l’individuo con la sua architettura segreta di affetti, passioni, emozioni, dimensione negata alla figlia a causa di un rapporto difficile forse perché impossibile, come se esistesse una incompatibilità di fondo tra esistenza sociale e individuale. Ma questo problema è appunto IL problema che ci pone la memoria, il suo richiamo a prendere coscienza della complessità come valore, a compiere lo sforzo della comprensione come gesto intellettuale ed emotivo, razionale e istintivo, una comprensione per la quale il mistero – l’inconoscibile – deve valere quanto ciò che è invece chiaro e conoscibile, e agire in ragione di ciò sul piano individuale e collettivo.

Siamo tutti depositari di un catalogo di informazioni (ricordi, testimonianze, documenti, immagini…) che compongono una Biblioteca di Babele tanto ricca quanto simultanea, del tutto inservibile senza il nostro intervento come produttori di un “racconto” che definisca un linguaggio e un messaggio, scenari e percorsi, perimetri e individui. Inevitabile ripensare a Leggenda privata di Michele Mari, diversissimo ma simile col suo tentativo di liberare le figure dei genitori dalla prospettiva controversa degli affetti per consegnarli alla dimensione narrativa (non certo meno vera), o a Sogni e favole di Emanuele Trevi con la sua poetica del “risveglio” del passato grazie alla maturazione della sensibilità e di enigmi da non sciogliere ma da “conservare intatti”.

Parliamo quindi di una dimensione letteraria che l’autrice ispessisce grazie a un linguaggio denso ed elegante, a tratti ricercato però mai compiaciuto. Eppure, per motivi che non so spiegare bene (se non con una caotica embricatura di suggestioni), durante la lettura mi è capitato di esondare, ovvero di ripensare a Interstellar di Christopher Nolan, a quel padre che, infestando come un fantasma nella distorsione spaziotemporale la libreria della figlia, incarna la volontà e inevitabilità della memoria, il bisogno di farne (di farsi) messaggio, un mistero che diventa forma proprio perché viene accettata la sua natura enigmatica. Al di là dell’impalcatura fantascientifica – al solito del tutto simbolica – su cui agisce una certa pressione di parametri hollywoodiani, è un film cruciale per il “mainstream filosofico” di Nolan, dove il conflitto tra individuo e collettività (o addirittura: tra individuo e specie) nella produzione di senso (e – nel suo significato più vasto – giustizia) raggiunge livelli di incandescenza vertiginosa, sfociando in una sorta di messianismo razionalista (la ragione è comunque il prodotto dell’individuo) da contrapporre al rimbombo sordo dell’assenza di Dio.

Certo, Marta Barone non ha bisogno di ricorrere alla distopia come espediente narrativo, perché può contare su un passato con cui dobbiamo ancora fare i conti. Non ha bisogno di perdersi nello spazio e farsi inghiottire da un buco nero, perché lo spazio e il varco sono la memoria (individuale e collettiva). E, come la Murph di Interstellar, non si arrende alla sentenza della Storia, non smette di produrre senso, di raccontare una storia, perché sente di doverlo fare.

Nella sterminata foresta di segni (sempre più disponibili e simultanei) in cui siamo immersi, la produzione di senso è un’attività che ci chiama a oltrepassare noi stessi, e ad accettarne in primo luogo la necessità. 

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