La sostanza delle ossessioni: Cover Magazine dei Giant Sand

I tempi sono complicati, certo. Ma lo sono sempre, no? Il presente è complicato perché non può contare sull’effetto semplificante del ricordo. Tu sei qui, nel presente, e devi fare i conti con tutto, senza avere la minima idea riguardo a cosa conterà davvero una volta che si adagerà sulla prospettiva del tempo. Vale anche per i dischi: ne escono a decine ogni settimana, non è facile capire cosa realmente resterà. Tu ascolti, senti, te ne fai un’idea, ma il senso di questa esperienza è del tutto innestato nel qui e ora. Estremizzando (e un po’ cazzeggiando) potremmo affermare che non si ascolta due volte lo stesso disco. Fra un mese, un anno, dieci anni avrà su di te un altro impatto, significherà diversamente.

Eppure, i dischi sono anche trappole in cui il tempo rimane incastrato (non è per nulla facile da capire, figuriamoci da spiegare). Estremizzando (e cazzeggiando, come sopra) potremmo affermare che un disco è fatto di tempo strappato al tempo. Insomma, una specie di stregoneria. Ci pensavo riascoltando Cover Magazine, l’album che i Giant Sand fecero uscire nell’ormai lontano 2002. A marzo, per la precisione. Due anni dopo avere fatto il botto (seppure relativo: siamo pur sempre in una dimensione – perdonate il termine – alternativa) con il meraviglioso Chore Of Enchantment, e quindici anni dopo Valley Of Rain, un esordio pieno di vento, sabbia, sassi, pioggia, cactus, acidi e corde escoriate da un’elettricità più disperata che visionaria, la band stabilmente instabile di Howe Gelb si guadagnò una visibilità forse insperata, a cui seguì l’anno successivo una prevedibile ma tutto sommato opportuna raccolta (Selections Circa 1990-2000). Per quel che mi riguarda, ero molto curioso riguardo al nuovo album. Potrei spingermi a dire che l’attesa divenne spasmodica.

A quel punto arrivò Cover Magazine: come suggerisce il titolo, è un disco composto da riletture di brani altrui, tra le quali troviamo però anche Blue Marble Girl, pezzo uscito in Confluence, il meditabondo – e a tratti spettrale – album solista di Gelb del 2001 (va considerato pure questo un “brano altrui”?). In una scaletta assai composita ci imbattiamo in canzoni firmate Nick Cave (Red Right Hand), Sonny Bono (The Beat Goes On), Black Sabbath (Iron Man), PJ Harvey (Plants and Rags), Goldfrapp (Lovely Head), e poi ancora Neil Young, X, Roger Miller, Johnny Cash… Tra gli ospiti, una al solito suggestiva Neko Case, la stessa PJ Harvey (la quale – come rivelerà poi Gelb – non conosceva Johnny Hit and Run Pauline e ne cantò il chorus mezz’ora dopo averla ascoltata per la prima volta) e l’ottimo M. Ward, all’epoca quasi esordiente pupillo di Gelb (che rimase folgorato da un suo demo recapitatogli da Jason Lytle).

Quale fu il senso di questo disco per gli appassionati di rock (perdonatemi di nuovo) alternativo e in particolare di quello strano impasto di folk, country, rock, blues e jazz dalle indefinibili attitudini psichedeliche allestito in Chore Of Enchantment? Difficile a dirsi. L’accoglienza fu tutto sommato buona, ma permeata di sconcerto. Ricordo recensioni positive non prive però di una certa rassegnazione, del tipo “Gelb è fatto così, che volete farci”. In effetti, Gelb è uno che non rimane fermo nell’inquadratura. Se c’è uno schema, lo incasina. Se c’è una mappa, la scarabocchia. Se c’è una struttura, inizia a destrutturare. Se ti aspetti qualcosa, ti lascia lì ad aspettare. Nel caso specifico, pensò di rendere omaggio all’imprevedibile catalogo dei suoi amori musicali con una rassegna di canzoni accorata e sbilenca, tra le quali non poteva mancare The Inner Flame, in omaggio a Rainer Ptacek, l’amico perduto troppo presto.

Alla fine, si trattò solo di un disco tra i molti notevoli usciti nelle stesse settimane (Neon Golden dei Notwist, Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco, Is A Woman dei Lambchop, Didn’t Rain dei Songs: Ohia, solo per citarne alcuni). Non ricordo Cover Magazine citato nelle classifiche di fine anno. Di certo io non lo citai. Svanito, come lacrime nella pioggia? No. Mi rendo conto, a di stanza di quasi vent’anni, di avere pensato spesso a questo disco. Soprattutto, di averlo ascoltato con uno stato d’animo speciale. Come se contasse più della musica che contiene, che trovo comunque emozionante nel suo spesso sgangherato tentativo di afferrare al volo farfalle di intensità.

In Cover Magazine avverto il tentativo di risolvere un dilemma artistico che è anche – soprattutto – esistenziale: ovvero, quanto coincidiamo con le nostre ossessioni e in che misura possiamo liberarcene? In ognuna di queste riletture Gelb – sì, penso che i Giant Sand siano una sua estensione in forma di band – paga pegno alla propria devozione e allo stesso tempo la spinge fino al punto di rottura, stressa le forme, fa a pugni coi fantasmi delle melodie, mette i bastoni tra le ruote di tempi e ritmi, mescola immaginari lontani e vicini, rischia lo stallo solo per evitare di un soffio il collasso (anche se a Urbino, il 1 agosto di quello stesso anno, lo vidi crollare sulla batteria di John Convertino a suggello di uno dei concerti più folli che ricordi).

Sullo sfondo di questa strategia, in mezzo alla polvere della ristrutturazione, scorgi la sagoma della bellezza, il cuore della canzone, il motivo per cui ha stregato Gelb e – di conseguenza – noi che possiamo ascoltare Gelb stregato da questi incantesimi obliqui e frastagliati. Quella strategia, chiaramente, non vuole rappresentare un ostacolo – anche se talvolta può sembrarlo – ma un percorso. Un discorso.

Amo Cover Magazine perché non ha mai smesso di dirmi che siamo fatti della stessa sostanza delle nostre ossessioni, ma solo nella misura in cui siamo in grado di riconoscerle.

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