La purezza impossibile: Jim entra nel campo di basket

“Abbiamo parcheggiato il culo fuori dal negozio di dischi che c’è lì e siamo rimasti ad ascoltare un qualche sconosciuto album jazz che faceva scintille… scintille vere, tutte intorno mentre la musica andava. E comunque sapevamo di essere lì. Lì dove? Insomma, come ogni volta che mi calo un acido ho iniziato a scoprire l’architettura… spigoli netti che semparano città e cielo, basta osservare i cornicioni e i doccioni strambi che non ho mai visto anche se da lì ci sei passato migliaia di volte”

Le righe che avete appena letto risalgono all’autunno del 1965 e si trovano a circa due terzi di Jim entra nel campo di basket. L’autore è Jim Carroll, una delle figure più inafferrabili della cultura USA del dopoguerra, quella che spesso si usa chiamare “underground”: poeta, scrittore, musicista e performer, inevitabilmente amico di Patti Smith e Lou Reed, non fosse perché era cresciuto nello stesso ecosistema sordido, fertile e feroce della New York tra i Sessanta e i Settanta. Diversamente da loro però non seppe capitalizzare l’indubbio talento per imporsi in posizione centrale nell’immaginario collettivo. Rimase una presenza tutto sommato marginale, un nome di culto malgrado una certa notorietà piovutagli addosso grazie a Ritorno dal nulla, film del 1995 ispirato proprio a Jim entra nel campo di basket, nel quale Carrol viene interpretato nientemeno che da Leonardo Di Caprio).

Nel 1980 uscì Catholic Boy, disco attribuito alla The Jim Carroll Band che aveva sostanzialmente due caratteristiche: era un gran disco, ma decisamente in ritardo sui tempi. Sarebbe stato ottimo nel ’76 o ancora nel 1977, assieme ai fratellini Blank Generation o The Modern Lovers, per dire, prima cioè che il fuoco incrociato del punk sulle due sponde dell’oceano alzasse la temperatura dello scontro fino a un’incandescenza da tabula rasa, conferendo a questa sorta di glam avariato un sapore da reduce, la nostalgia di una decadenza ancora in corso ma diretta su binari musicalmente morti.

Questo “ritardo” era, come dire, connaturato a Carroll. Basti pensare che Jim entra nel campo di basket non vide la luce che nel 1978, quando si tratta in sostanza di pagine scritte tra il 1963 e il 1966. Sì, all’epoca Carroll era solo un adolescente (è nato nel 1949), anche se Jack Kerouac ne stabilì la grandezza sostenendo che “a tredici anni Jim Carroll scrive meglio dell’89% dei romanzieri di oggi”.

Pur amando Catholic Boy, non avevo mai letto niente di Carroll. Fino ad oggi. Naturalmente, sto parlando del romanzo d’esordio, il cui titolo originale è senz’altro più consono alla sua natura: The Basketball Diaries. In Italia probabilmente pensarono che un un memoir sul basket scritto da uno sconosciuto poeta statunitense non avrebbe venduto una cippa, quindi ripiegarono su un titolo diverso, quel Jim entra nel campo di basket non privo di un certo fascino, di un’elusività enigmatica e sospesa che tirate le somme lo rende azzeccato. Resta però l’impostazione diaristica, che – soprattutto nella prima parte – possiede un sensazionalismo asciutto prossimo al grado zero, da adolescente appunto. Confesso: questa prima parte mi stava deludendo. Proseguendo nella lettura ho capito quanto fosse sostanziale al senso del romanzo. Perché, memoir o meno, lo è. Lo è?

Tredici anni: l’età che Michele Mari indica, più o meno poeticamente, quale discrimine di tutto ciò che di magico e notevole ti accade nella vita. Dopo, arriva l’età adulta e ti scolpisce, ti formatta, ti definisce, toglie strati ed embricature di inessenziale, ti prepara all’utilità del vivere. Una visione troppo drastica? Forse. Fatto è che nelle pagine di questo diario giovanile di Carroll si percepisce questo attrito progressivo tra la possibilità e l’impossibilità dell’innocenza in un mondo spietato. Le tappe di avvicinamento di Jim ai sedici anni sono una lucida discesa all’inferno della dipendenza da droghe sempre più pesanti (erba, acidi, cocaina, eroina…), con ricadute inevitabili sulla vita da studente e promessa del basket. Perciò la semplicità forse eccessiva della prima parte si rivela del tutto funzionale al romanzo: perché stabilisce un termine di confronto, la frequenza della vibrazione fredda che attraversa tutta la vicenda.

Paragrafo dopo paragrafo, il Mr. Hide tossico divora dall’interno il ragazzino che si è brillantemente guadagnato la borsa di studio per una scuola prestigiosa, e lo stesso fa con il playmaker che segna grappoli di punti in ogni match. Un doppio logorio che nella sensibilità di Carroll si sovrappone a una consapevolezza sconcertante: la cosiddetta normalità nasconde un cancro esteso fino a coincidere con essa. Il punto di vista che matura è quindi quello di un ragazzo che ha perduto ogni appiglio a cui aggrapparsi per continuare a credere nella possibilità dell’innocenza. Difatti, nell’estate del ’66 scrive:

“Dovete capire che alla fine la droga non è altro che una delle varianti del lavorare dalle nove alle cinque, solo che le ore sono un po’ più spostate verso le tenebre”

New York viene rappresentata come un luogo letteralmente infestato di piccoli e grandi perversioni, tanto che la visione cinica e sarcastica del giovane Jim finisce per comporre un quadro ai limiti del grottesco. Dietro ogni volto e istituzione si nascondono appetiti, ossessioni e manie inconfessabili, ed è proprio la sensazione di esserne risucchiato, di finire preda della malattia sotterranea che alimenta la normalità, a far inorridire Jim. Proprio così: non è tanto l’attività crudele e tragicomica di ladruncolo e marchettaro per potersi comprare la dose a turbarlo, ma come questo finisca per apparirgli come un sottoprodotto del sistema, un suo corollario inevitabile. Se il sesso è vissuto con grazia animale, privo di qualsiasi risvolto sentimentale, il basket coincide con l’ultimo orizzonte in cui trovare una qualche forma di riscatto, la dimensione abitata dal Jim in grado di giocarsela, di imporsi stando alle regole anzi trascendendole grazie a un talento che lo mette in connessione con un se stesso in stato di grazia. Un Jim oltre Jim del quale tuttavia non abbiamo molte notizie, sembra inafferrabile al racconto e al giudizio, forse proprio perché è un Jim ideale, puro, innocente.

Ma anche sul campo di basket cade infine un crepuscolo livido, l’orizzonte si chiude, la tossicodipendenza invade il campo assieme al Jim che ogni giorno combatte per una dose/salario. Immobile, afasico, l’atleta viene sostituito dal ragazzo. Mentre gli anni Sessanta rimbombano decollando in direzione luna, tra paranoie atomiche e movimenti pacifisti, Carroll ascolta Dylan, conta gli amici che muoiono, tenta di disintossicarsi, finisce dentro, scrive come se lo spingesse una febbre inutile e incontenibile. Una lancinante nostalgia di purezza.

I quattro anni raccontati in Jim entra nel campo di basket sono una parabola che rimane aperta come una ferita infetta, una vicenda di formazione, se volete, ma nella quale crescita e rovina si avvinghiano in un abbraccio maligno e vertiginoso, con sullo sfondo un’epoca cruciale che ha dato vita a manifestazioni artistiche (letteratura, musica, cinema…) imprescindibili.

Jim Carroll è morto nel 2009 per un attacco di cuore. La sua eredità consiste in qualche raccolta di poesie, un pugno di dischi, tre romanzi. Il suo punto di vista è ancora così affilato da fare male.

5 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...