Ashes To Ashes e la profezia degli Ottanta

Quando sono iniziati musicalmente gli anni Ottanta? Mi è sempre piaciuto pensare che sia accaduto il 7 settembre del 1979 con la pubblicazione del singolo Video Killed The Radio Star dei Buggles. Ne annunciava di cose, quella canzone: una certa compenetrazione tra pop plastificato e rock radiofonico, la tendenza a rintanarsi in un immaginario video che cortocircuitava col senso stesso della canzone, la qual cosa gli guadagnò l’onorevole compito di aprire le programmazioni di MTV il 1 agosto del 1981 (altra data spartiacque tra vecchio e nuovo decennio). Resta però un pezzo ancorato a un modo di concepire la canzone – sostanzialmente un power pop agghindato per le playlist radiofoniche – che gli Eighties tenderanno a lasciarsi alle spalle, prediligendo una mutazione sia a livello sonoro che strutturale di derivazione post punk (art rock, new wave, synth wave…), per non dire delle ricadute estetiche correlate. A tal proposito va segnalata una candidatura, come dire, più forte.


L’8 agosto del 1980 usciva infatti Ashes To Ashes, il singolo che anticipava (di circa un mese) Scary Monsters, quattordicesimo album di David Bowie. Quello che penso oggi di questa canzone è una sedimentazione progressiva di sensazioni e informazioni, alla cui base c’è quello che ne provai allora, la prima volta che la sentii. Ero poco più che bambino. Ovviamente sto parlando di un “ascoltare” che significava anche “vedere”: mi riferisco al videoclip diretto da David Mallet, all’epoca uno dei più costosi e innovativi mai girati: in verità non ricordo con esattezza quando mi è capitato di vederlo per la prima volta, probabilmente in una puntata di Mr. Fantasy (quindi si era già nel 1981), ma ho ben presente lo sconcerto di fronte a immagini e suoni tanto intriganti e per molti versi inscrutabili. Il Bowie-Pierrot post-atomico di quel clip annunciava qualcosa di nuovo, di profondamente problematico ma anche fautore di quadrature sonore e visuali senza precedenti. Cosa significavano davvero?

Recuperando la maschera da Pierrot che lo aveva visto debuttare a teatro – alla quale doveva, attraverso gli insegnamenti di Lindsay Kemp, i fondamenti della sua espressività dentro e fuori dal palcoscenico – e compenetrandole il personaggio di Major Tom, Bowie realizzò in Ashes To Ashes una emblematica ed enigmatica chiusura di cerchi diversi ma sovrapposti, necessaria a sancire una cesura tra il vecchio (ancora ribollente di senso) e quel nuovo verso cui sentiva di dover tendere. Sulla spiaggia di Pett Level, nell’East Sussex, resa livida dai suggestivi (per l’epoca, ma anche oggi non mancano di affascinare) effetti di solarizzazione, si consuma un vero e proprio funerale, con tanto di corteo new romantic (tra di essi Steve Strange, sul punto di debuttare con i Visage) minacciato da un bulldozer simbolo di violenza e tabula rasa (del resto, quando mai una tabula rasa non prevede una certa quota di violenza?).

Il contrasto tra la melodia agrodolce, quasi sbarazzina delle strofe e la cappa di solennità del ritornello, la plastificazione di funk e spasmi latini fino a livelli di astrazione, quelle pennellate di synth che diventano fasci di luce in grado di proiettare scenografie fascinose e perturbanti, il tutto aggregato in un insieme perfettamente popular: Ashes To Ashes stabilisce un confine, chiude varchi per aprirne di nuovi, annuncia linee di forza e direzioni, pescando a piene mani dalla produzione precedente (non si potrebbe concepire questo Bowie senza quello berlinese, come del resto non si potrebbero concepire tutti gli anni Ottanta senza Low, Heroes e Lodger) e tuttavia ipotizzando la necessità di un ulteriore avanzamento, ovvero l’inopportunità di rimanere intrappolati tra i fantasmi del passato individuale e collettivo.

“Mostro” e “mostrare” non erano mai sembrati termini tanto connessi, proprio come i concetti di “profondità” e “superficie” giocavano a scambiarsi di posto più velocemente di quanto riuscissimo a comprendere. Il cambiamento, ingrediente cruciale della poetica di Bowie, presupponeva risvolti mai tanto pericolosi, persino terrificanti – “scary” – a cui era lecito preferire un’implosione sì cupa ma decisamente estetica (che puntualmente avvenne). Gli Ottanta immaginati da Bowie in Ashes To Ashes sono una festa mesta, un baccanale di hybris e morte, un cortocircuito eccentrico tra edonismo e disgusto, una reazione chimica impazzita tra arte e spleen, un ibrido pernicioso tra vita e finzione.

Trentasei anni più tardi Bowie sarebbe tornato sul tema, recuperando maschere e personaggi, chiudendo cerchi che non si sarebbero aperti mai più (o che si sarebbero aperti per sempre). Ma questa, come sappiamo, è un’altra storia.

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