Il volto peggiore (ovvero: uno streaming migliore è possibile)

Qualche giorno fa il CEO di Spotify, Daniel Ek, ha dichiarato che i musicisti dovrebbero pubblicare musica più spesso. Dal suo punto i vista, ritiene che i tempi siano cambiati, che non abbia più senso far passare un anno o più tra un’uscita discografica e l’altra. Dal suo punto di vista, ripeto, si tratta di una presa di posizione comprensibile: per lui le canzoni e i dischi sono un puro prodotto, il carburante del motore che gli garantisce un reddito a molti (moltissimi) zeri. Così come è comprensibile l’alzata di scudi (e diti medi) da parte di molti musicisti (tra cui David Crosby e Mike Mills dei R.E.M.).

Ne ho scritto in questo articolo per Sentireascoltare che ha provocato un dibattito social piuttosto interessante nonché abbastanza sorprendente, tenuto conto del periodo estivo che in genere ci vede meno attivi sui social (ma forse non è più così). Gli spunti per ulteriori riflessioni non sono mancati, quelli più interessanti tirano in ballo la colpevole assenza di una legislazione che già da tempo avrebbe dovuto regolare il far west del download prima e dello streaming poi, situazione che ha finito per far sedimentare nel pubblico, soprattutto in quello più giovane, l’idea che la musica sia un bene generalmente disponibile a prezzo irrisorio (per non dire gratuito).

Quanto all’ascoltatore, una questione dirimente è quella che lo vede trasformato in puro consumatore o utente (quest’ultimo aspetto l’ho affrontato a suo tempo). Ovviamente ci sono livelli di complessità che qui non è possibile riassumere, ma tra argomenti forti, sfaccettature e risvolti mi pare che il rumore di fondo sia lo stesso, ovvero il rimbombo provocato dal passaggio dall’epoca della scarsità a quella della disponibilità, già teorizzata in epoca pre-streaming da Luca Castelli in La musica liberata (Arcana, 2009). Si trattò di un vero e proprio cambio di paradigma che vide gli appassionati (tra i quali c’ero pure io) fare i conti con una deliziosa abbondanza non priva di complicazioni. In poche parole, nella cuspide tra vecchio e nuovo millennio la masterizzazione selvaggia e il file sharing misero a dura prova la nostra fame di musica, nel senso che di colpo sembrò che la fame (e il tempo) non riuscissero a tenere il passo della quantità di dischi che avevamo la possibilità di ascoltare. Da quel frangente non ci siamo mai più ripresi. Ne stiamo ancora metabolizzando le conseguenze.

È sempre così: i progressi tecnologici cambiano le carte in tavola più di quanto non si riesca a prevedere. Ancora più importante è sottolineare un aspetto: mentre i cambiamenti avvengono è difficile comprenderli e ancora meno gestirli. Ho appena finito di leggere un libro, Schiavi elettrici di Davide Serafin (People, 2020), che insiste in particolare su questo punto: l’impatto delle innovazioni tecnologiche produce effetti diversi se valutati nel breve e nel lungo periodo. Le macchine, i robot, hanno determinato nel tempo una crescita di molti parametri (produttività, qualità e disponibilità del prodotto, espansione dei mercati, crescita economica e quindi incremento dei posti di lavoro…) ma nell’immediato hanno provocato soprattutto drammatiche ondate di disoccupazione. I luddisti saranno stati poco lungimiranti, ma la loro spesso violenta protesta non era affatto priva di fondamento.

Oggi la digitalizzazione lascia intravedere scenari ancora più cupi, addirittura inscrutabili: ad esempio, dal momento in cui l’estrema semplificazione di molti servizi spinge il loro valore verso lo zero, il meccanismo di redistribuzione del reddito – come è intuibile – si inceppa. Si prenda il caso della disintermediazione: è uno dei più grandi vantaggi dell’era del web, ma ha comportato (lapalissianamente) la sparizione di molte professioni legate alla mediazione, o comunque ne ha fatto tendere a zero il valore. E non è affatto chiaro quanto i conseguenti vantaggi legati all’espansione dei mercati faranno recuperare in termini di occupazione (pare anzi certo che si tratterà di un recupero molto parziale). In generale, pare inevitabile che si renderanno necessari interventi sostanziali sul meccanismo di redistribuzione del reddito, decisioni di cui la politica dovrà farsi necessariamente carico.

Tornando alla musica, quello che sta accadendo ha l’apparenza di un paradosso (senza esserlo): in un’epoca che vede la portabilità dei dispositivi e la disponibilità dei repertori (resa possibile dalle app di streaming) determinare la presenza di musica in modalità “sempre e ovunque”, notiamo che il suo valore tende allo zero, almeno dal punto di vista di chi ha scelto di fare della musica una professione. Nessuno sa come questa svalutazione potrà essere compensata. Forse non lo sarà mai: quel che si dice un cambio di paradigma, appunto.

Come intervenire, ammesso che sia opportuno farlo? Noi ascoltatori possiamo compiere delle scelte. The future is unwritten, stava scritto dietro la copertina di Combat Rock dei Clash. Ma quale storia possiamo decidere di raccontare? Quali opzioni abbiamo realmente? Una è senz’altro la facoltà di scegliere tra le varie piattaforme di streaming. Potremmo pensare di innescare un meccanismo premiante nei confronti di quelle app che pagano meglio i musicisti, ad esempio, oppure prediligere quelle che valorizzano anche artisti e band meno conosciute. Ci sarebbe anche un’opzione più radicale, ovvero prestare ascolto al fanciullino luddista che è in noi e staccarci dallo streaming, tornare al supporto fonografico e di conseguenza al suo meccanismo di redistribuzione del reddito (non esente da pecche ma senz’altro più equo di quello garantito dallo streaming).

Quest’ultima ipotesi può sembrare poco realistica, eppure ho scoperto che non sono affatto pochi quelli che rinunciano volontariamente ai servigi offerti dalle varie Spotify, Tidal, Amazon Music e compagnia cantante. Nel 2019 lo streaming ha rappresentato il 56% dei ricavi connessi al mercato musicale mondiale, questi ultimi cresciuti di un lusinghiero 8% (raggiungendo così i 20,2 miliardi di dollari in totale). Nello stesso periodo il segmento fisico ha subito un calo del 5,3% (e l’emergenza COVID induce a credere che nel 2020 il segno negativo sarà ben più marcato). Eppure, tra molti appassionati di mia conoscenza c’è chi non transige e sceglie la direzione ostinata e contraria: niente streaming, solo CD o vinili.

Ci ho pensato anch’io. Sul serio. Ho riflettuto sul senso di una scelta del genere, sul costo, sulle conseguenze. Nei favolosi 90s e ancora negli anni Zero compravo circa 20 dischi ogni mese, quasi tutti CD. Considerati i prezzi attuali e al netto degli “special price”, farebbero circa trecento euro. Ogni mese. Non certo una cifra da poco, considerato che adesso ho due figli e un mutuo, ma anche tenuto conto che ne spendo la metà (149 euro) per l’abbonamento family di un anno al mio music provider.

I soldi tuttavia rappresenterebbero solo un aspetto della faccenda. Ce n’è un altro che considero più importante: lo streaming mi garantisce la possibilità di definire un intero ecosistema musicale in cui vivere, e lo fa grazie a una quadratura di denaro (relativamente poco), catalogo (quasi illimitato), portabilità, tempo e input culturali. Tradotto, significa che mi sono abituato a poter contare sempre e in ogni momento sulla musica che ho voglia di ascoltare, quella che – ascoltandola – mi definisce come individuo e come parte di una comunità di appassionati. Lo facevano anche i dischi, certo, ma con limiti (legati soprattutto al denaro e alla portabilità) che non sono più in grado di tollerare. Un po’ come non sarei in grado di pensare a un’auto senza aria condizionata, a un palazzo di sei piani senza ascensore, a una banca senza internet banking o a un mondo senza internet.

Daniel Ek

Da nativo analogico che si sforza di non dimenticare il percorso che ci ha portati in questa cosiddetta era digitale, trovo lo streaming una vera e propria manna dal cielo. Non sono disposto a rinunciarci. Ma credo che si debba intervenire – politicamente? – per cambiarlo in meglio, rivedendo innanzitutto i termini della redistribuzione degli introiti derivanti dallo streaming. Lo credo perché lo ritengo giusto e soprattutto possibile, senza che ciò significhi opporsi a un progresso il quale, lasciato a se stesso, rischia di mostrarci solo il suo volto peggiore.

2 commenti

  1. Ti riporto la mia esperienza: per circa 2 anni ho letteralmente consumato lo streaming (sempre album interi, mai playlist, era la mia prima regola), in vinile solo quel centinaio di dischi imprescindibili, dei CD non volevo neanche sentirne parlare (e venendo dallo zenit della masterizzazione selvaggia, lo consideravo qualcosa da poco). Eppure, lo streaming banalmente si risolveva in titoli, canzoni, forse l’icona di una copertina: non mi bastava. Mancava il contatto diretto, il contatto materiale, il booklet, i crediti, i testi. Sono tornato indietro… complice la svalutazione del CD (che poi, parliamone, le nuove uscite costano 5 euro in meno del vinile!), la meraviglia di cercare quei vinili che nessuno si porterebbe a casa, la nostalgia del supporto fisico. Lo streaming lo uso ancora, ma è sempre finalizzato all’acquisto, quasi sempre da negozio fisico, supportando una professione a rischio estinzione. Mi pare un buon compromesso…

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    • Da nativo analogico ti capisco benissimo. Capisco cioè cosa intendi per contatto diretto e materiale, le ricadute del supporto fisico anche nelle modalità (nella sfera) dell’ascolto. Quando sostengo di non poter rinunciare allo streaming intendo che non saprei rinunciare al livello di esperienza ulteriore (non superiore, ma ulteriore appunto) offerto dallo streaming, ovvero la capacità di essere parte di un “ambiente” culturale che preveda le uscite discografiche nel loro complesso (o quasi), un ambiente nel quale esercitare la discrezionalità culturale che ci definisce in quanto ascoltatori. Il supporto fisico per limite di costo e portabilità non permetteva questo, se non in modo molto parziale. Come tutti quelli della mia età rimpiango i tempi del supporto fisico, per le copertine, per il senso di possesso di un frammento concreto di un immaginario, anche per la qualità dell’ascolto, a cui sicuramente dedicavamo più tempo, attenzione ed energia. Ma quella modalità di ascolto prevedeva una forte selezione. Etta chiaramente, l’acquisto di venti album mi precludeva l’acquisto di altri venti o trenta album. Oggi posso – se ne ho tempo e voglia – ascoltarne due o tre nuovi ogni giorno (in genere non lo faccio, ma potrei). In questo modo posso fare parte di una comunità di appassionati che si riconoscono culturalmente nell’ascolto di musica nuova e vecchia, senza che siano limitati da questioni di denaro (e facilitati dalla portabilità che abbatte le barriere di spazio e tempo). E tutto ciò legalmente.
      In tutto questo il difetto mi pare soprattutto culturale, ovvero la precaria trasmissione di una cultura dell’ascolto che non lo renda frettoloso e superficiale. A questo si somma il problema della iniqua redistribuzione degli introiti: i musicisti dovrebbero percepire una fetta molto più grande, mi pare fuori discussione.
      Detto questo, non smetterò di rimpiangere vinile e CD (infatti continuo ad ascoltarli e ogni tanto a comprarli), ma solo perché con essi rimpiango la mia gioventù. È tutto più complesso di così, ma spero di essermi (ulteriormente) spiegato.

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